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Io reporter sul campo in Libia vi dico: “C’è poco da ringraziare i libici, Draghi mistifica la realtà”. Parla Nancy Porsia

"I militari che Draghi ha ringraziato non sono salvatori ma guardie di quel sistema da cui i migranti stanno tentando di scappare": intervista alla reporter che ha raccontato (anche su TPI) i retroscena del lucroso traffico di esseri umani e del ruolo della guardia costiera in Libia

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 8 Apr. 2021 alle 17:46 Aggiornato il 9 Apr. 2021 alle 07:47
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Immagine di copertina
Credits: Mahmud Turkia. A destra: la giornalista Nancy Porsia

Io reporter sul campo in Libia vi dico: “C’è poco da ringraziare i libici”. Parla Nancy Porsia

“Quella di Draghi è una mistificazione della realtà. Quando il premier parla di salvataggi da parte di militari libici sfalza la verità. Non si deve parlare di salvataggi perché tecnicamente quelle che portano avanti i guardacoste libici sono intercettazioni in mare”, così Nancy Porsia, giornalista freelance esperta di Libia, commenta le dichiarazioni rilasciate da Draghi a margine della conferenza stampa congiunta con il nuovo primo ministro libico Abdul Hamid Dbeibah martedì scorso.

In quell’occasione il premier ha espresso “soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi” dei migranti in mare. Ma Porsia, che ha indagato sul campo il traffico di esseri umani nel Paese documentando la corruzione e l’infiltrazione dei trafficanti libici nelle istituzioni locali con cui l’Italia ha firmato il memorandum per il controllo dei flussi, spiega a TPI che “per gli uomini, le donne e i bambini che decidono di prendere la via del mare dalla Libia, essere portati sulla terra ferma dai militari libici significa tornare dalla condizione che stavano provando a lasciare“. “Vale per asiatici, africani e per gli stessi libici che scappano dalla Libia, perché mirano a chiedere asilo in Europa”, afferma.

[Come funziona il business del traffico di esseri umani in Libia, di Nancy Porsia]

A salvare i natanti in difficoltà, il più delle volte, sono i pescatori al largo delle coste libiche o tunisine impegnati in una battuta di pesca, che se incrociano i barchini “si mettono subito a disposizione per salvare vite”. Ma il personale libico, chiarisce Porsia “non fa ricerca e soccorso ma pattuglia le acque per fermare potenziali richiedenti asilo diretti in Europa”. “Parlare di salvataggi è come dire che quando gli uomini del presidente eritreo Isaias Afwerki prendono gli eritrei al confine con l’Etiopia stanno operando un salvataggio. Ma quelle persone trovate nella boscaglia volevano scappare da Asmara”, afferma la giornalista.

I militari che Draghi ha ringraziato “non sono salvatori ma guardie di quel sistema da cui i migranti stanno tentando di scappare”, spiega. Sono le Ong e le navi umanitarie che conducono i naufraghi in un porto sicuro a operare i salvataggi, secondo quanto stabilito dal diritto internazionale. “Il Mediterrano è tra le rotte migratorie più mortali al mondo e quando le Ong operano un soccorso è un soccorso vero e proprio perché i barchini e le persone in difficoltà vengono portate in salvo, in un luogo dove sono veramente salvi, in Europa. Riportarli in Libia significa riportarli nella condizione di pericolo”, afferma Porsia.

Perché allora il ringraziamento di Draghi? Quello del premier è, secondo la giornalista, un latinorum diplomatico “per salvaguardare gli interessi italiani in Libia”. “Ma sono interessi e una ragion di Stato che manda in deroga lo Stato di diritto e i diritti umani sanciti e tutelati da convenzioni internazionali”. Per il suo lavoro in Libia Porsia è stata intercettata per sei mesi dalla procura di Trapani che indagava sulle presunte relazioni tra Ong e trafficanti di esseri umani. Una violazione del segreto professionale, “del diritto alla privacy e alla protezione delle fonti” portata alla luce da un’inchiesta del quotidiano Domani. 

Porsia, che non è mai stata indagata, sostiene di essere stata bersaglio degli inquirenti non perché in possesso di informazioni rilevanti ai fini dell’indagine sulle Ong, ma per quello di cui era a conoscenza proprio nell’ambito della sua inchiesta sui trafficanti libici. “Non avevo e non ho mai avuto informazioni sensibili sulle Ong, ma come ho dichiarato anche agli investigatori quando ascoltata come persona informata sui fatti avevo informazioni sensibili sul traffico di esseri umani in Libia e sul coinvolgimento di ufficiali libici, gli stessi con cui il governo italiano stava per definire l’accordo di cooperazione”, spiega.

Le intercettazioni delle conversazioni di Porsia non sono state trascritte nell’informativa finale su cui i giudici istruiranno il processo, ma sono rimaste nel fascicolo di 30mila pagine in mano alla procura. “Questo mi fa pensare che la rilevanza investigativa delle mie conversazioni non fosse sul tema su cui si stava indagando ma su altro”, osserva la giornalista. E intanto teme per le sue fonti.

L’indagine della procura di Trapani ha portato al rinvio a giudizio, a fine marzo, di 21 persone con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I capi di imputazione si riferiscono alle operazioni di salvataggio condotte dalle navi umanitarie al largo delle coste libiche, che tra il 2016 al 2017 hanno portato in Europa centinaia di migliaia di persone in fuga dalle torture di cui sono vittime in Libia.

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