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Sette giornalisti italiani spiati dalla Procura di Trapani senza essere indagati: scrivevano di Ong

La polizia ha attinto a nomi, spostamenti e dati riservati che secondo il codice di procedura penale sono coperti da segreto professionale

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 3 Apr. 2021 alle 13:48 Aggiornato il 3 Apr. 2021 alle 14:32
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Immagine di copertina
La nave Iuventa della ong tedesca Jugend Rettet, una delle organizzazioni che non hanno sottoscritto il codice di comportamento predisposto dal Viminale per il soccorso in mare dei migranti, bloccata nel porto di Lampedusa (Agrigento), 02 agosto 2017. ANSA/POLIZIA DI STATO +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Giornalisti italiani intercettati dalla Procura di Trapani senza essere indagati

Secondo il quotidiano Domani nel 2017 la procura di Trapani, che portava avanti un’indagine sul presunto traffico di migranti da parte delle navi umanitarie, ha intercettato per lungo tempo giornalisti specializzati senza che questi fossero indagati. Attingendo alle loro conversazioni e rintracciando spostamenti, telefonate con avvocati, dati personali e dati delle loro fonti riservate alla ricerca di elementi che mostrassero l’eventuale collegamento tra le Ong che si occupavano di soccorso in mare Jugend Rettet, Save the Children e Medici Senza Frontiere e libici.

A scoprirlo il giornalista Andrea Palladino, che fa riferimento a centinaia di pagine di intercettazioni trascritte nell’inchiesta della procura – che è durata tre anni e si è conclusa a inizio marzo –  di cui fanno parte anche i dati che secondo il codice di procedura penale dovrebbero essere considerati segreto professionale. Le conversazioni non hanno fornito agli investigatori della Sco (squadra mobile comando generale della Guardia costiera) prove significative per la loro indagine, assicura Domani, eppure parte della stampa che ha cercato di riportare la tragedia dei migranti morti nel Mediterraneo sarebbe finita nel mirino della polizia.

Tra i giornalisti a cui è stato dedicato più spazio, riporta il quotidiano, la freelance Nancy Porsia, inviata più volte in Libia per Repubblica, Sky Tg24 e altre testate, che in passato ha collaborato anche con TPI. Porsia è stata intercettata per oltre un mese mentre, nel 2017, riceveva minacce dalle milizie guidate dal trafficante al-Bija, di cui aveva documentato l’ascesa fino alla partecipazione a un incontro in Italia con alti funzionari italiani nel 2017. Eppure ogni dato, compresi quelli sugli spostamenti ottenuti attraverso la sua geolocalizzazione, si è rivelato irrilevante per le indagini in corso. In quel periodo Nancy Porsia era stata ascoltata dagli investigatori sulla situazione dei migranti a Tripoli per raccogliere informazioni sulle Ong con cui aveva collaborato, e in quella occasione aveva parlato delle minacce di morte ricevute dalle reti di trafficanti per le sue inchieste.

Nel mirino anche altri giornalisti italiani che dal 2016 si sono occupati di raccontare i flussi di migranti che dalla Libia cercavano di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo, tra cui Nello Scavo, di Avvenire, Francesca Mannocchi, giornalista freelance che collabora con l’Espresso, il cronista di Radio Radicale Sergio Scandura, Fausto Biloslavo del Giornale, Claudia Di Pasquale di Report (in una conversazione con Porsia) e Antonio Massari del Fatto Quotidiano, che nel 2018 raccontò i rapporti tra Matteo Salvini e gli operatori della società di sicurezza privata Imi Security Service, ovvero il gruppo di mercenari che ha denunciato le ‘anomalie’ della nave Iuventa, facendo aprire il fascicolo della Procura di Trapani.

“Aspetto di leggere tutte le carte prodotte dalla magistratura. Per capire che cosa stessero cercando gli inquirenti che io non avessi già pubblicato o detto nell’interrogatorio a Roma come persona informata sui fatti”, ha scritto Nancy Porsia su Facebook. “Perché io mi sono sempre messa a disposizione degli inquirenti, sperando fortemente nella giustizia. Ho dato loro informazioni importanti sulla rete dei trafficanti, sulle loro connivenze con la politica in Libia come in Italia prima che fosse troppo tardi. Ma forse, quando parlavo a Roma con la SCO di Trapani, era già troppo tardi e io non lo sapevo. Ingenua. Per certo, dico oggi, loro sapevano all’epoca dei fatti quanto la mia vita fosse in pericolo. Tuttavia anziché proteggermi, mi intercettavano“.

In un’intervista all’Adnkronos, il procuratore di Trapani ha affermato che nell’informativa dell’indagine non ci sarebbe traccia delle conversazioni di Porsia. “Non intendo disconoscere questa vicenda, ma voglio sottolineare soltanto che io ho preso servizio alla Procura di Trapani nel febbraio 2019, quando era già in corso l’incidente probatorio del procedimento, per cui io e le colleghe assegnatarie abbiamo ereditato questo fascicolo”, ha dichiarato Maurizio Agnello.

“La giornalista Nancy Porsia è stata intercettata per alcuni mesi nella seconda metà del 2017, perché alcuni soggetti indagati facevano riferimento a lei che si trovava a bordo di una delle navi oggetto di investigazioni. Nessun altro giornalista è stato oggetto di intercettazioni. Nella informativa riepilogativa dell’intera indagine depositata nello scorso mese di giugno non c’è alcuna traccia delle trascrizioni delle intercettazioni della giornalista Nancy Porsia e non c’è alcun riferimento ad altri giornalisti”, ha aggiunto Agnello.

A marzo la Procura di Trapani ha formalizzato le accusa contro 21 persone per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Tutte le accuse si riferiscono ad operazioni di salvataggio svoltesi tra il 2016 e il 2017, quando al Viminale sedeva Minniti (resta famoso il codice di condotta per le Ong da lui voluto) e il governo Gentiloni firmava l’accordo Italia-Libia.

Leggi anche: 1. “È un processo politico alle Ong”: parla il capitano della nave Iuventa, indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina 2. Migranti, il trafficante libico Bija si difende: “Su di me i giornalisti italiani raccontano solo menzogne”

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