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Igiaba Scego: “Di Maio parla di neocolonialismo francese ma l’Italia ha rimosso il suo passato in Africa”

Di Marta Facchini
Pubblicato il 26 Gen. 2019 alle 08:57 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 10:31
Immagine di copertina

“L’Italia ha avuto un passato coloniale. Ha colonizzato la Libia, l’Eritrea, la Somalia. E ha occupato l’Etiopia. Quando Di Maio parla di neocolonialismo francese come della principale causa per chi emigra dall’Africa, dovrebbe pensare prima a quanto hanno fatto gli italiani”. Igiaba Scego, che parla a TPI, è una scrittrice italo-somala. Ha studiato il colonialismo italiano e i suoi sottili residui nella cultura, nel linguaggio e nei corpi, nelle geografie cittadine. Lo ha fatto nei suoi romanzi, come Adua, Pecore nere, Oltre Babilonia

E lo ha fatto in Roma negata, uscito per Ediesse nel 2015,  dove è andata alla ricerca delle tracce dell’avventura coloniale italiana nelle strade della capitale. Come Piazza dei Cinquecento, fuori dalla stazione Termini: uno degli snodi di Roma, un crocevia, dedicato ai soldati italiani morti nel 1887 nella battaglia di Dogali, in Eritrea. E poco più in là un monumento, la stele di Dogali, ricorda quel conflitto e simboleggia il complesso rapporto tra l’Italia, il Corno d’Africa e le colonie. Nel paese segni della storia del colonialismo ci sono ancora, anche se nascosti, ma quello che manca è un’elaborazione della loro eredità.

Il vicepremier Luigi Di Maio ha affermato che il neocolonialismo francese è una delle cause che spinge a emigrare verso l’Italia. Come ha ricordato nei suoi lavori e romanzi, l’Italia è stata in Africa ma il suo passato coloniale è entrato poco nella discussione pubblica. Si può parlare di rimozione?

Sì, c’è una rimozione. Non si conosce il colonialismo italiano, prima non si studiava nemmeno. Il primo che ha cercato di capire è stato lo storico Angelo Del Boca, che ha studiato il Corno d’Africa e ha scoperto  l’uso dei gas nella conquista mussoliniana dell’Etiopia. In un secondo momento sono arrivati gli autori, come Ennio Flaiano con Tempo di uccidere, Premio Strega nel 1947. Poi siamo venuti noi scrittori di seconda generazione, insieme ad altri come Wu Ming e Francesca Melandri, ma dagli anni Quaranta a oggi c’è stata una cesura, una pausa.

Melandri, autrice del romanzo Sangue giusto, parla di una doppia rimozione: dall’alto e dal basso. La prima è istituzionale, la seconda è inconscia ma entrambe hanno portato a eliminare intere collettività e quindi anche le singole persone che ne fanno parte.

Perché è mancata una forma di elaborazione?

Penso che cancellare il colonialismo si inserisca anche in una rimozione del fascismo. Finito il colonialismo storico, l’Italia si è trovata sull’orlo di una guerra civile. Gli equilibri erano delicati ed era difficile tirare gli scheletri fuori dall’armadio. Un atteggiamento, sebbene con alcune eccezioni come quella rappresentata da Aldo Moro, adottato sia dal Partito Comunista sia dalla Democrazia Cristiana. 

Un cambiamento si è avviato quando siamo nati noi, le seconde generazioni. Che siamo italiani e del Corno D’Africa, conteniamo entrambe le identità. Non è un caso che una delle prime a parlarne sia stata Gabriella Ghirmandi, italo-etiope. E la situazione continua a muoversi e a cambiare anche oggi: aumentano gli studi, si fanno domande nuove, si scava. Un lavoro di archeologia della memoria.

Come ha più volte ricordato, molti dei migranti che arrivano in Italia vengono dal Corno d’Africa e dalle ex colonie. Ma con loro un riconoscimento non c’è mai stato.

Il rapporto tra l’Italia e il Corno D’Africa è sempre stato complesso, una relazione che è continuata anche dopo la fine del colonialismo storico. L’Italia ha avuto influenza sulle ex colonie per molto tempo: in Somalia fino agli anni Settanta si parlava italiano, le scuole erano italiane. Si sentivano Celentano, si ballava sulle note di Pupo. Lo stesso in Eritrea. Quando, scappati dalle dittature, i migranti arrivavano in Italia, è mancata una forma di riconoscimento e per loro è stato inaspettato. Garane Garane lo racconta perfettamente nel romanzo Il latte buono.

E segni di un mancato riconoscimento sono presenti ovunque. C’erano molti eritrei tra le vittime del tragico naufragio a Lampedusa del tre ottobre 2013 e nessun rappresentante politico ne ha parlato. Lo stesso vale per il caso della nave Diciotti bloccata a Catania, e nessuno se n’è accorto. Molte delle persone che arrivano conoscono l’italiano, l’hanno sentito parlare dentro casa, conoscono il nostro paese. Sono meticci ma non sono riconosciuti e non ottengono la cittadinanza. E questo, a differenza di quanto pensa Di Maio, in Francia non si verifica perché c’è stato un dibattito approfondito sul colonialismo: se un francese vede un algerino conosce la storia della colonizzazione del suo paese. Al contrario quando i miei genitori sono arrivati in Italia dalla Somalia, tutti si meravigliavano che sapessero parlare italiano.

O ancora il caso dello sgombero del palazzo occupato di Via Curtatone a Roma. È stato emblematico. In pochi metri di spazio c’erano due memorie sovrapposte: accanto alla stele di Dogali, simbolo del colonialismo in Eritrea, c’erano i rifugiati eritrei sgomberati. E tutto nello stesso luogo in cui negli anni Settanta si incontravano le donne somale ed eritree arrivate in Italia. 

E il rapporto dell’Italia con il post-colonalismo? C’è mai stata una forma di decolonizzazione?

No, anche dopo la fine del colonialismo storico. Basti pensare all’Amministrazione fiduciaria della Somalia negli anni Cinquanta: il rapporto tra i due paesi non era paritario ma subalterno.  Oltre al fatto che nessuno ha mai chiesto scusa per i crimini del colonialismo.

Lo raccontano bene Elvira Frosini e Daniele Timpano nello spettacolo teatrale Acqua di colonia: gli italiani sono stati colonizzati dalla propaganda coloniale e dalle sue promesse. Erano le famose “faccette nere”: il colonialismo ti prometteva di andare dall’altra parte e fare il padrone, annichilire gli uomini, prendere le loro donne e le loro risorse. La propaganda era anche una promessa sessuale e il corpo femminile una metafora della risorsa da penetrare. Un’immagine che è rimasta, in parte, quando si pensa ai migranti come subalterni e al corpo delle donne migranti come un oggetto da usare. Si capisce dallo sguardo di chi arriva: i migranti vanno bene solo se sono in un certo modo.

Nel mondo culturale è lo stesso: l’Italia è ancora un paese bianco e i corpi non bianchi sono pochi. Servono corpi per cambiare o altrimenti mancano i contenuti: la storia occidentale non cambia se entrano solo corpi occidentali. Si deve ancora rimuovere il rimosso coloniale ma il cambiamento sta arrivando, sono fiduciosa.