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I giovani sono sensibili alle ingiustizie, ma l’81% pensa che la propria voce non conti

Immagine di copertina
Credit: Unsplash

Un sondaggio condotto da Forum DD e Fondazione Compagnia di San Paolo rivela che i ragazzi 17-19enni hanno a cuore la giustizia sociale e ambientale. Ma di fronte a possibili azioni collettive prevale un “rifiuto netto”

Le nuove generazioni sono sensibili e consapevoli rispetto ai temi della giustizia sociale e ambientale, ma l’81,5% pensa che la propria voce non conti. E se le azioni individuali raccolgono un diffuso “massimo accordo”, per quelle collettive domina un “rifiuto netto”. Con una sfiducia radicata in tutte le organizzazioni. È quanto emerge dall’indagine “Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni. Uno squarcio sulla fascia 17-19 anni in Italia”, realizzata tra ottobre 2023 e aprile 2026 dal Forum Disuguaglianze e Diversità con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo.

La ricerca – condotta nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo” – ha coinvolto circa 3mila studenti e studentesse tra i 17 e i 19 anni in ventuno istituti scolastici di tutto il Paese grazie al Programma di Educazione per le Scienze Economiche e Sociali (PESES) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Attraverso questionari interattivi, attività formativa e intensi dialoghi, l’indagine ha esplorato preoccupazioni, consapevolezze e forme di impegno delle persone giovani.

I dati raccolti confermano un’alta preoccupazione per il futuro. In cima alla lista c’è la “mancanza di lavoro” (3,8 punti su 5), seguita da “guerra” (3,6), “diritti delle persone” e “scarso peso della voce dei giovani” (3,5). Su “distruzione della biodiversità” e “cambiamento climatico” l’opinione è più polarizzata: alla massima preoccupazione di circa un quarto si contrappone poco meno del 20% che non esprime alcuna preoccupazione. Ampio il divario percepito dai giovani e dalle giovani rispetto alla generazione dei genitori: le preoccupazioni per “guerra” (3,6) e “mancanza di lavoro” (3,3) sono ritenute condivise, mentre è diffusa la convinzione che non interessi loro il mancato peso della propria voce.

In tema di disuguaglianze e ingiustizie, il “colore della pelle” (69%, con valori più alti al Nord), è percepito come la principale matrice di iniquità, seguita dal “genere” (52,8%). Molto vicino il ruolo attribuito alla “classe sociale” (50,9%, con valori più alti al Sud), ben più del “reddito” (37,7%): viene così smentita una presunta disattenzione al concetto di classe, bandito dalla pubblicistica.

Sul fronte della giustizia ambientale, forte è la responsabilità del collasso climatico attribuita ai comportamenti individuali (3,9), ma al primo posto viene indicato il modo di produzione estrattivo (4,1), anche qui rilevando una significativa capacità di valutazione sistemica. Assai minore il ruolo riconosciuto alle politiche (3,5).

Queste evidenze smentiscono sia la tesi di un’insensibilità sociale e ambientale delle nuove generazioni, sia quella di una loro difficoltà nel concettualizzare i termini della crisi attuale. Ma a queste consapevolezze si associano due dati. In primo luogo, una forte sfiducia nella possibilità che la propria voce conti: l’81,5% è in disaccordo con questa affermazione, contro il 18,4% in accordo. Con uno scarto eclatante rispetto alla media della popolazione italiana (41%) rilevata da Eurobarometro nel 2023.

In secondo luogo, sul fronte del proprio impegno personale nell’affrontare le ingiustizie sociali e ambientali, emerge una forte preferenza per le azioni individuali (4 a “corretto uso delle risorse”, 3,7 a “voto alle elezioni” – nonostante l’astensionismo – e 3,4 a “consumi consapevoli”), mentre tutte le azioni collettive, attraverso partiti, mobilitazioni, associazioni, manifestazioni, sono giudicate negativamente dalla maggioranza (con valori medi fra 1,8 e 2,4). Il volontariato occupa una posizione intermedia. La diffidenza verso le organizzazioni nasce dalla percezione che esse “hanno una loro agenda”, “non ascoltano la voce dei/delle nuovi/e entranti” o “sono inefficaci” ma anche dal timore del giudizio e della derisione da parte dei propri e delle proprie pari.

A mostrare la strada per riattivare l’interesse giovanile per l’azione pubblica è la reazione raccolta su una politica concreta: l’eredità universale al compimento dei 18 anni, avanzata dal ForumDD sin dal 2019. Non solo il 74,6% si dichiara favorevole, ma anche quando sull’universalità della misura e sull’ipotesi di non condizionarne l’uso il consenso si riduce (al 46%, nel primo caso, e 61% nel secondo), in ogni incontro si è aperto un confronto rigoroso e argomentato fra le due posizioni. Questo mostra quanto si guadagnerebbe a discutere le politiche “per” i giovani “con” i giovani.

Lo studio è stato curato da Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, con Caterina Manicardi e Marta Perrini del ForumDD: “Siamo partiti dall’analisi del contesto: la caduta della partecipazione giovanile alle elezioni politiche dove si chiede un mandato, passata dall’87% del periodo 1994-2006 al 60% del 2022, e l’affluenza giovanile salita al 67% nel referendum del 2026 dove è stato chiesto di esprimersi con SI/NO su una proposta”, spiegano gli autori. “Come interpretare questa non fiducia nella rappresentanza? Riguarda solo i partiti o anche altre forme di organizzazione sociale? Deriva da insensibilità verso le ingiustizie o dalla sfiducia che possano essere corrette? E come le persone giovani pensano di impegnarsi per affrontarle? Dalle risposte emerge un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non ha la fiducia di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che a quel potenziale grande non riescono a rivolgersi”.

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