Giuseppe Conte non ha bisogno di un suo partito, si è già preso il Movimento 5 Stelle

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 8 Lug. 2020 alle 18:35 Aggiornato il 8 Lug. 2020 alle 18:37
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Immagine di copertina
Il premier Giuseppe Conte. Credits: Ansa foto

Con l’accordo “salvo intese” sul Decreto Semplificazioni e i circa 200 miliardi che andranno a coprire delle grandi opere, la metamorfosi del Movimento 5 Stelle appare compiuta. Al netto delle ormai flebili resistenze dell’asse Casaleggio – Di Battista, infatti, l’ala governativa sembra aver preso il sopravvento e dai rumors che circolano nel Palazzo sembra che anche Luigi Di Maio (ormai decisamente in ombra) si sia allineato: “E dove deve andare, poverino…”, taglia corto un deputato a microfoni ovviamente spenti.

Una mutazione quasi antropologica, che attraversa gli uomini e le donne del partito-anti-partiti fondato nel 2009 da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio cambiandoli nell’aspetto, nei modi e nelle più intime convinzioni. Il movimento nato dai “vaffa-day” è nel pieno della sua “fase 3”, quella della sua definitiva maturazione come forza politica nelle istituzioni. Archiviato il movimentismo degli esordi e le pulsioni giovanili della prima infornata di eletti, il M5S è ormai un partito politico a tutti gli effetti, magari con qualche stravaganza, ma non più il convento virtuale degli aspiranti francescani in sandaletto finiti per caso nei palazzi del potere. Sembra ormai passato un secolo da quando intorno l’allora onorevole Alessandro Di Battista si riunivano in adorazione capannelli di colleghi di partito: “dovrebbe darsi una calmata, a che serve mettersi fuori e attaccare chi lavora per portare a casa dei risultati?”, spiega ancora il deputato.

Il nodo di queste ore sono le possibili alleanze alle prossime elezioni regionali. L’impressione di molti è che si chiuderà per un accordo in Liguria con il Pd e con una sorta di “desistenza” sul modello dell’Emilia-Romagna in Puglia, dove il presidente Michele Emiliano è apprezzato da pezzi del Movimento ma “è troppo PD per poterci chiudere un accordo”. A spingere per un dialogo con i dem sono in molti, non farlo – spiega ancora il deputato – vorrebbe dire regalare la vittoria a Salvini che sarebbe un po’ come allearsi con lui.

C’è poi l’annosa questione Giuseppe Conte. Il premier, sempre più amato dalla base, è tirato dalla giacchetta da molti big che lo vorrebbero ufficialmente iscritto al partito e  figura di primo piano, se non addirittura capo politico. Il timore è che possa decidere di fondare un suo partito e correre da solo, indebolendo ulteriormente il Movimento. Al contrario, se domani si celebrasse un congresso, l’avvocato del popolo stravincerebbe, anche in un ballottaggio con lo stesso Alessandro Di Battista, “a meno che – ragiona una senatrice – il travel blogger non decidesse di essere più presente e di non apparire come una scheggia impazzita che piccona il Governo e di conseguenza il suo partito”. Di fatto, numeri alla mano, il Presidente del Consiglio non avrebbe bisogno di fondare un suo partito: si è già preso il Movimento 5 Stelle.

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