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“Non ci sono più lavori estivi per colpa del reddito di cittadinanza”. Tutte balle, ecco perché

Di Charlotte Matteini
Pubblicato il 8 Giu. 2019 alle 18:44 Aggiornato il 9 Giu. 2019 alle 11:01
Immagine di copertina

I giovani non hanno voglia di lavorare, di fare la stagione al mare e preferiscono stare in panciolle a casa a percepire il reddito di cittadinanza.

Come ogni grande classico che si rispetti, anche quest’anno in concomitanza con il lancio della stagione balneare in Emilia-Romagna, puntuali hanno iniziato a rincorrersi gli appelli e gli allarmi di albergatori, ristoratori e politici sulla presunta scarsità di lavoratori disposti a fare armi e bagagli per andare a sfacchinare qualche mese al mare.

Non si trovano camerieri, bagnini, cuochi, baristi, nessuno vuole andare a lavorare in Emilia-Romagna, a quanto pare. La storia dei lavoratori che non sono disposti ad andare a fare la stagione a Rimini, Gabicce Mare, Riccione, Milano Marittima, ma anche in Puglia, in Calabria, in Liguria e chi più ne ha più ne metta, si sente da molto tempo, è ormai incalcolabile il numero di volte che sui giornali sono apparsi appelli e lamentele simili.

Rispetto agli scorsi anni, però, l’estate 2019 ha aggiunto un elemento di novità alla classica narrazione del giovane che non ha voglia di lavorare e non è disposto a fare sacrifici: questa volta è tutta colpa del reddito di cittadinanza (qui tutte le info), che permette ai giovani sfaticati di stare in panciolle sul divano.

Ad esporre questa surreale tesi al Resto Del Carlino è stato il sindaco di Gabicce Mare, Domenico Pascuzzi: “Siamo in emergenza vera. In alberghi e ristoranti mancano i lavoratori stagionali del turismo, da queste parti quasi sempre ragazzi del Mezzogiorno. Che adesso prendono il reddito di cittadinanza”, ha spiegato il primo cittadino.

“Molti giovani del Sud che l’anno scorso avevano fatto la stagione nei nostri alberghi quest’anno non sono voluti tornare a Gabicce perché stavano percependo il reddito di cittadinanza. E se accettassero di tornare perderebbero l’assegno da oltre 700 euro che a loro basta per vivere”, ha aggiunto.

Non un accenno alle condizioni economiche proposte, come al solito, solo un appello che prende in considerazione un’unica versione dei fatti, la campana dei datori di lavoro.

L’appello del sindaco Pascuzzi è stato accolto e rilanciato anche dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che in un tweet pubblicato nella mattinata dell’8 giugno ha sostenuto: “Le località di mare faticano a trovare addetti per fare la stagione, spiega oggi il sindaco di Gabicce. Perché? Perché molti preferiscono il reddito di cittadinanza al lavoro in riviera. Con il reddito di cittadinanza, insomma, prima sono spariti i navigator e adesso anche i bagnini. Ci hanno imposto una misura sbagliata economicamente ma soprattutto diseducativa. I grillini pagano la gente per stare a casa anziché per lavorare: che autogol!”.

Ma sarà davvero tutta colpa del reddito di cittadinanza? Insomma, non proprio. Come si può facilmente verificare andando a ricercare i vecchi articoli sul tema pubblicati da ogni tipo di quotidiano cartaceo o online, della scarsità di persone disposte ad andare a fare la stagione estiva nelle località turistiche si parla da tempo immemore, da quando il reddito di cittadinanza non era che una mera chimera e il Movimento 5 Stelle nemmeno era al governo.

E allora, come mai albergatori e ristoratori fanno così fatica a trovare il personale necessario? La motivazione è molto più banale di quanto si possa immaginare. O meglio, di quanto possa anche solo immaginare un politico che probabilmente non ha mai dovuto lavorare alle condizioni tipicamente proposte in questo settore.

Da mesi ricevo segnalazioni da lavoratori di ogni età e origine che mi raccontano le loro assurde esperienze lavorative in stagione e i motivi per cui non hanno alcuna intenzione di tornare a sottostare alle indecenti condizioni che si sono trovati a dover subire.

“Ho risposto a un annuncio trovato su Facebook, avrei dovuto lavorare come cameriera in una struttura alberghiera a Rimini. Arrivata sul posto ho scoperto che non avrei mai firmato alcun contratto e che avrei dovuto lavorare 12 ore al giorno in nero senza riposo settimanale. La paga? 1000 euro al mese, ma contando le ore lavorative che superavano le 70 settimanali non era affatto un granché”, mi racconta Paola (nome di fantasia, ndr).

Tornare a fare la stagione in Romagna? Paola non ci pensa minimamente, non più a scatola chiusa soprattutto. Non solo le cameriere di sala sono sfruttate in questo settore. Le stesse condizioni vengono proposte e applicate anche a camerieri ai piani, cuochi, aiuto-cuochi, lavapiatti, a ogni figura del settore.

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Basterebbe provare a rispondere a qualche annuncio di lavoro per occupazioni stagionali nelle località marittime di tutta Italia per capire che, forse, il problema che da anni puntualmente si rileva non è causato dal reddito di cittadinanza ma dalle condizioni indegne, spesso al limite dello sfruttamento, che vengono proposte a chi un pensierino a fare la stagione lo farebbe anche.

Stage proposti a persone con esperienza pluriennale e pagati tra i 500 e gli 800 euro al mese, promesse di contratto regolare non rispettate, proposte di contratto part-time che diventano magicamente dei full time che non prevedono il pagamento di tutte le ore realmente lavorate e chi più ne ha più ne metta.

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Non è raro che le persone prendano armi e bagagli e si trasferiscano a centinaia di chilometri di distanza per poi scoprire che dovranno lavorare in nero, senza alcun tipo di assicurazione contro eventuali infortuni, senza alcun giorno di riposo settimanale e per molte più ore di quanto pattuito, spesso 12-14 al giorno.

Il vitto e alloggio che quasi tutti propongono ai candidati? Molto spesso si scopre essere indegno tanto quanto i contratti e gli impieghi proposti: stanze fatiscenti e sporche in cui vengono ammassati 5,6 anche 7 lavoratori in metrature estremamente ristrette, cibo che per definirlo tale ci vorrebbe davvero molto coraggio.

Un’esagerazione? Proprio no. Lo scorso aprile il sindacato Filcams Cgil spiegava: “Nel corso dello scorso anno nelle provincie della costa, sono state oltre mille le vertenze attivate, dalla Filcams Cgil, per contenziosi in rapporti di lavoro stagionale nel settore turistico, la maggior parte di queste per recupero crediti dovuti a mancati pagamenti, mancato riconoscimento del lavoro straordinario, mancato riconoscimento del corretto inquadramento rispetto alla mansione svolta.

Molti sono anche i casi di denuncia sulle condizioni di lavoro e il mancato rispetto del riposo settimanale. Non sono poi mancati i casi di licenziamento ingiustificato, anche comunicato verbalmente. Il ricorso al lavoro grigio, se non quando al lavoro nero, come confermano anche gli interventi della Guardia di Finanza appresi dalle cronache nei giorni scorsi, è una pratica ancora molto diffusa nel settore e non solo durante la stagione estiva. Si sta inoltre diffondendo il ‘lavoro in appalto’ con l’utilizzo di personale non assunto direttamente dall’impresa ma fornito da terzi ed ulteriormente sottopagato, una pratica, questa, che sconfina nell’illegalità”.

Ovviamente non tutti i datori di lavoro del settore offrono simili condizioni e infatti sono quelli che riscontrano meno problemi in fase di assunzione e non si ritrovano a dover diffondere appelli strappalacrime o polemici per trovare personale, appelli puntualmente raccolti da politici che, forse perché completamente scollegati dalla realtà del mondo del lavoro italiano, sono disposti a sostenere ciecamente tesi surreali arrivando in pratica a sostenere la bontà del “meglio poco che nulla” che spesso altro non nasconde che indegno sfruttamento lavorativo.