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Quella volta che Franco Marini diventò Francesco, rischiando l’elezione a presidente del Senato

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 9 Feb. 2021 alle 12:46 Aggiornato il 9 Feb. 2021 alle 18:49
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Immagine di copertina
Franco Marini sui banchi di Palazzo Madama Credits: Maurizio Brambatti/ANSA

Nella discrezione e nel silenzio cui i malati sono costretti in questi tempi, ci ha lasciato questa notte a 87 anni Franco Marini. Uomo di sindacato e di partito, dalla CISL ha seguito i vari sconvolgimenti successivi alla caduta della DC, diventando tra il 1997 e il 1999 segretario del Partito Popolare Italiano, aderendo poi alla Margherita e quindi al PD. Ma Marini è stato anche uomo di istituzioni, in parlamento per oltre 20 anni, presidente del Senato nella legislatura più breve della storia repubblicana e vicinissimo nel 2013 all’elezione a presidente della Repubblica.

Proprio quando nel 2006 Marini divenne presidente del Senato, fu suo malgrado protagonista di una delle più complesse quanto singolari elezioni  per la seconda carica dello stato cui si abbia assistito nella storia repubblicana.

Le elezioni del 2006 avevano attribuito all’eterogeneo centrosinistra guidato da Romano Prodi una maggioranza risicatissima al Senato: solamente 158 eletti contro 156 del centrodestra. A mischiare ulteriormente le carte, il senatore Luigi Pallaro, eletto da indipendente tra gli italiani all’estero, e sette senatori a vita.

Fu così che il centrosinistra si accordò per eleggere presidente del senato proprio Franco Marini, ma con quei numeri ballerini doveva assicurarsi di tenere unita sul suo nome l’intera coalizione che andava da Mastella all’ala più a sinistra di Rifondazione (quella che sarebbe diventata di lì a poco famosa grazie a Franco Turigliatto), coinvolgere l’indipendente Pallaro e pescare almeno tre senatori a vita, garantendosi così i 162 voti necessari.

Di fronte a un centrosinistra diviso e dai numeri risicati, il centrodestra decise di giocarsi la partita e provare ad assestare un ko alla nuova maggioranza già a inizio legislatura: a Marini non fu dunque opposta una semplice candidatura di bandiera, ma niente meno che il senatore a vita Giulio Andreotti, con l’obiettivo di pescare i voti di qualche centrista della maggioranza nel segreto dell’urna.

Secondo il pallottoliere degli addetti ai lavori, Marini avrebbe dovuto ottenere una maggioranza di 163 voti contro i 159 di Andreotti, ma il primo scrutinio portò un risultato differente: al senatore abruzzese mancarono sei voti rispetto alle previsioni, e si registrarono ben quattro voti nulli, di cui uno per “Franco Marino”, uno per “Franco Mariti” e uno per “Marini 9-4-33”. Intenzione di voto chiara, chiara anche però la volontà di mettere i bastoni tra le ruote all’elezione, in una maggioranza in cui già i mal di pancia si facevano sentire. A questi voti se ne aggiunse uno valido al senatore viterbese Giulio Marini, che Scalfaro (presidente della seduta per anzianità) definì una “perfetta sintesi” tra i due candidati principali.

Ma il caos doveva ancora arrivare. Senza maggioranza, si va a una seconda votazione: i voti a Marini stavolta sembrano esserci, e sembrano arrivare anche a 162, tanto che come consueto, durante lo spoglio in aula, al raggiungimento del quorum scatta il tradizionale applauso di rito.  Alla fine, però, qualcosa non quadra. Tre voti, infatti, riportano il nome “Francesco Marini”, ma il senatore abruzzese sia all’anagrafe che nella vulgata si chiama Franco, e Scalfaro fa presente che se c’è contestazione non spetta a lui, ma ai segretari, decidere se quei voti siano validi o meno.

Tra i segretari succede di tutto. Tra chi prende in mano il decreto di nomina a ministro del Lavoro di Marini facendo notare che anche lì si chiama Franco e chi, invece, mostra sul vocabolario che “Franco” e “Francesco” sono lo stesso nome. E’ evidente che non vi è alcun presupposto per trovare un accordo, e l’unica soluzione possibile è annullare la seduta e ripeterla.

Nel centrosinistra, intanto, volano gli stracci e si cerca chi ha scritto “Francesco” al posto di “Franco”, si punta il dito sui senatori dell’UDEUR, che smentiscono duramente. “Marini è stato colpito dai Franceschi tiratori”, ironizza Andreotti col suo stile inconfondibile.

Nella confusione più totale si procede con un nuovo voto, i senatori sono in aula da 12 ore, tutti, compresa la 97enne Rita Levi Montalcini. Marini stavolta si ferma a 161 voti, ma un passo avanti lo fa: viene conteggiato per lui anche il voto a “Francesco Marini”: i segretari, stavolta, hanno deciso a maggioranza, con somme contestazioni del centrodestra. Il quorum manca ancora e si va alla terza seduta, il giorno dopo.

Si teme di tutto, a partire dal naufragio del governo Prodi prima ancora della sua nascita (non si era ancora insediato),  vero obiettivo del centrodestra. Rischia di finire come il “rigore più lungo del mondo” di Osvaldo Soriano.

La terza seduta è però il lieto fine di questa storia, con Marini che diventa presidente del Senato con 165 voti, sconfiggendo non tanto il centrodestra quanto i franchi tiratori. Quella legislatura fu la più breve della storia repubblicana, e si concluse nel 2008, con la caduta del governo Prodi, dopo nemmeno due anni. Proprio a Marini il presidente Giorgio Napolitano provò a conferire un mandato esplorativo per mettere in piedi un nuovo governo, ma non ebbe esito.

Sorte vuole che Franco Marini si sarebbe trovato nel 2013 a fronteggiare di nuovo i franchi tiratori, venendo questa volta sconfitto. In quell’occasione, sarebbe diventato presidente della Repubblica, sempre in una situazione politica particolarmente complessa. Ma questa è un’altra storia.

La storia che sarà ricordata di Marini è quella di un uomo che ha difeso il lavoro e le istituzioni, e che ha preso parte a momenti cruciali della recente storia politica. E ovunque sia adesso, siamo sicuri che lì non lo chiameranno “Francesco”.

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