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Sede in Olanda e prestito da 6,3 miliardi da Roma: la Fiat spacca ancora l’Italia

Il prestito da 6,3 miliardi chiesto da FCA Italy infiamma il dibattito politico. "Un'impresa che chiede ingenti finanziamenti allo Stato riporta la sede", dice Orlando. "Hanno promesso un dividendo da 5 miliardi", ricorda Calenda. Renzi favorevole al finanziamento "per tenere aperte le fabbriche"

Di Donato De Sena
Pubblicato il 18 Mag. 2020 alle 18:17
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi per TPI

FCA, scontro sul prestito da 6,3 miliardi

È opportuno che una grande azienda pronta a distribuire ai suoi azionisti un maxi dividendo da 5 miliardi di euro si serva di un sostegno di oltre 6 miliardi garantito dallo Stato? E’ opportuno che un colosso industriale chieda aiuto alle casse pubbliche di un Paese (l’Italia) che non è esattamente lo stesso in cui ha sede legale e fiscale la sua società capogruppo (l’Olanda)? Sono le domande che da qualche giorno sono piombate nel dibattito politico italiano e che mettono al centro delle polemiche la FCA, dopo la richiesta di un prestito con tasso agevolato da 6,3 miliardi.

La questione riguarda la nuova garanzia statale sui prestiti bancari (garanzia della SACE , società per azioni che fa capo a Cassa Depositi e Prestiti) per far fronte alla crisi economica generata dall’emergenza COVID-19 e attutire il colpo dello stop alle attività e della frenata dei consumi: un finanziamento a tasso agevolato, da rimborsare entro tre anni, nato con il pacchetto Garanzia Italia che il governo ha inserito nel decreto Liquidità.

Ad avanzare richiesta è stata dunque anche FCA Italy, la società torinese partecipata da Fiat Chrysler Automobiles che include tutte le attività delle fabbriche italiane dell’ex Fiat, che punta al massimo consentito ottenibile, il 25 per cento del fatturato (un prestito da 6,3 miliardi, appunto).

Orlando: “Riportino la sede in Italia”

La mossa dell’ex Fiat con Banca Intesa e Sace ha fatto immediatamente drizzare le antenne ai piani alti della politica. A lanciare una frecciata è stato innanzitutto il vicesegretario del Pd Andrea Orlando. “Senza imbarcarci in discussioni su che cosa è un paradiso fiscale – ha detto ieri l’ex ministro della Giustizia senza citare l’ex Fiat e la famiglia Agnelli che la guida – credo si possa dire con chiarezza una cosa. Un’impresa che chiede ingenti finanziamenti allo Stato italiano riporta la sede in Italia. Attendo strali contro la sovietizzazione e dotti sermoni sul libero mercato”.

Non ha usato mezze misure nemmeno l’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che, intervistato da Luca Telese per TPI, ricordando che FCA ha certamente diritto ad accedere al prestito, ha indicato sei particolari e specifiche incongruenze: “1) FCA International ha liquidità più che sufficiente per garantire il prestito a FCA Italia; 2) La ragione per cui non lo fa e chiede una garanzia statale è che vuole distribuirsi un dividendo straordinario di 5 miliardi prima della fusione con PSW; 3) FCA, dal lancio di Fabbrica Italia nel 2012 non ha mai rispettato gli impegni di investimenti in Italia; 4) È l’unica grande azienda automobilistica europea a non avere la sede legale e fiscale in Italia; 5) Il prestito non serve a finanziare i fornitori ma a pagare i debiti dei fornitori; 6) La SACE ha emesso 6 garanzie per 40 milioni di euro. Migliaia di imprese con sede in Italia aspettano”.

Il punto cruciale riguarda ovviamente la grande liquidità di FCA, che – sottolinea Calenda – “potrebbe sostenere la sua consociata italiana, ma allo stesso tempo vuole distribuire dividendi agli azionisti per la fusione con il gruppo PSA”.  Non si può finanziare FCA Italy – ha spiegato l’ex ministro – “solo perché FCA vuole distribuire un maxi dividendo. Non sta né in cielo né in terra”.

A dare man forte ai due uomini con esperienza di governo, non certamente seconde linee, è poi arrivato un altro che la politica nazionale la conosce bene. Goffredo Bettini con un post su Facebook ha dato ragione a Orlando e Calenda perché, ha scritto, “difendono entrambi il buonsenso, l’evidenza e, direi, un autentico spirito liberale”. La riflessione dell’ex europarlamentare elenca frasi fatte e luoghi comuni che inquinano il confronto pubblico: “Se chiedi una finalizzazione positiva per la comunità rispetto ai sostegni che lo Stato concede, sei un ‘soviettista’. Se richiami la dimensione morale della politica, vuoi lo ‘stato etico’. Se invochi un capitalismo più umano, reso migliore dall’azione dei riformisti, sei un esaltato rivoluzionario. Se parli di utopia, predichi fumesterie pericolose. Se dici che FCA, quando chiede un prestito garantito dallo Stato dovrebbe riportare la sua sede in Italia, sei un odiatore seriale. Come quelli che hanno perseguitato Silvia Romano o Liliana Segre. Sei la causa fondamentale della melma italiana. E invece no”.

La vicenda tutta politica s’intreccia anche con la nuova geografia editoriale italiana, con gli Agnelli che attraverso la cassaforte di famiglia Exor hanno da poco assunto dai De Benedetti il controllo di Gedi, vale a dire di un pezzo rilevante della stampa italiana, da La Stampa e La Repubblica e L’Espresso (John Elkann è presidente di Fca e di Gedi). È stato proprio il direttore de La Stampa, il quotidiano più vicino al gruppo guidato da Elkann, ad affondare il colpo contro Orlando paragonando le parole di Orlando a quelle di chi sul web calunnia la Segre o la cooperante Silvia Romano (sui centri d’informazione che potrebbero essere condizionati dagli editori).

“Si scatena una polemica – ha scritto Massimo Giannini nel suo editoriale parlando della questione Fca -, a sinistra ma non solo a sinistra, contro quei gruppi industrial-finanziari che ‘chiedono aiuti all’Italia’ ma poi ‘mantengono la sede fiscale all’estero'”. “Il tema delle holding tricolore con sede legale e/o fiscale a Londra e/o ad Amsterdam – ha proseguito il direttore – esiste (anche se ha ragione il premier Conte a dire che un prestito garantito ‘non è un privilegio concesso a qualcuno’, mentre la questione vera semmai è che gli Stati membri dovrebbero impegnarsi ad abolire il dumping fiscale nella Ue, e al tempo stesso l’Italia dovrebbe impegnarsi a rendere più attrattivi gli investimenti nel suo territorio nazionale)”.

Politica divisa

Subito una replica. “Secondo il direttore de La Stampa – ha risposto l’ex Guardasigilli – poiché ho osato ipotizzare che alcuni soggetti dell’informazione potrebbero essere condizionati dagli interessi dei loro editori, nell’attuale fase politica, sarei praticamente alla stregua (poiché colpito dallo stesso virus, usa proprio questa felice e tempestiva metafora) di coloro che sui social linciano quotidianamente Liliana Segre e Silvia Romano. E questo a causa della rozzezza del mio ragionamento. Il suo, in effetti, è assai più raffinato. Buona giornata”.

Appare diviso il fronte dei partiti, anche all’interno della maggioranza. Alle critiche di Leu e M5S fanno da contraltare le posizioni di Matteo Renzi. ​”Bene Fiat Chrysler che chiede un prestito alle banche da 6 miliardi per tenere aperte le fabbriche in Italia”, ha scritto il leader di Italia Viva. Le parole dell’ex premier vengono condivise anche da parte delle opposizioni, con Matteo Salvini che spiega: “Sicuramente preferisco Giorgio Armani che ha detto portiamo le sfilate da Parigi a Milano. Detto ciò, se ci sono decine migliaia di posti di lavori in ballo prima di dire no qualche pensierino ce lo farei”.

C’è molta cautela nel Partito Democratico. In tanti fanno presente che il tema riguarda anche il dumping fiscale da parte di altri Paesi che, facendo leva su regimi fiscali molto più convenienti, strappano fette di mercato all’Italia. L’area che guarda al ministro della Difesa Lorenzo Guerini e a Luca Lotti, ad esempio, sostiene che le parole di Orlando ​”sono legittime e condivise, riguardando l’opportunità che grandi aziende italiane di dimensione multinazionale che hanno scelto di dislocare all’estero la propria sede fiscale e legale tornino a scegliere l’Italia anche grazie ai miglioramenti che dovremo apportare al nostro diritto societario per contrastare il dumping fiscale praticato da altri paesi europei”.

Ne parla anche il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano: occorre “agire in Europa per modificare un equilibrio che tollera il dumping fiscale di troppi Paesi membri, non limitare questa battaglia a livello extraeuropeo”. E si sofferma anche sul rapporto tra Stato e imprese, “una questione generale, democratica e liberale, in questa nuova fase di crisi. Qualcuno vorrebbe derubricare la questione a tema da anni ’50, e invece è di straordinaria attualità in tutto il mondo”.

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