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Elezioni 2018: perché il numero dei seggi in Parlamento non rispecchia i voti dei partiti

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I collegi uninominali hanno distorto i risultati delle elezioni: non è vero che il Pd è il secondo partito del paese né che la Lega abbia ampiamente superato Forza Italia. L'opinione di Carlo Brenner

La legge elettorale con la quale abbiamo votato il 4 marzo non smette di sorprendere. Chi sta ascoltando o leggendo le notizie in questi giorni, potrebbe faticare a comprendere alcune cose.

Una tra queste è l’importante ruolo che sta giocando Berlusconi, nonostante abbia preso solo il 14 per cento, oppure il non-ruolo del Partito democratico nonostante il fatto che, con il suo 18,72 per cento, dovrebbe essere il secondo partito del paese.

Dunque possiamo notare che, chi si sta divertendo oggi a fare pronostici sul futuro del nostro paese, sul prossimo premier, sui presidenti di Camera e Senato che saranno eletti il 23 marzo 2018, si sta basando su risultati che riflettono solo parzialmente gli effettivi equilibri parlamentari. 

I risultati sui quali stiamo ragionando danno il M5S al 32,68 per cento, il PD al 18,72 per cento, la Lega al 17,37, Forza Italia al 14,01, Fratelli d’Italia al 4,35 e Liberi e Uguali al 3,39.

Da questo quadro emerge, oltre ai dati del M5s, che il Pd è il secondo partito della nazione e che la Lega ha ampiamente superato Forza Italia.

Tuttavia va tenuto presente che questi dati riflettono solamente i dati del proporzionale. Il Rosatellum però è un sistema elettorale che prevede la spartizione di 1/3 dei seggi anche in collegi uninominali.

Quando avete votato, il 4 marzo, avete dunque fatto due scelte. Una per assegnare il seggio corrispondente al vostro collegio ad un candidato uninominale, che era scritto nel quadrato in alto, e una per definire gli equilibri tra partiti in maniera proporzionale, quelli con i tondi nel quadrato.

Il seggio uninominale veniva assegnato al candidato che avesse ottenuto la maggior parte dei voti, anche se avesse vinto 51 per cento a 49 per cento, invece i seggi del proporzionale sono stati attribuiti ai partiti in proporzione ai voti presi.

La doppia scelta l’avete fatta anche segnando un solo simbolo: se infatti aveste messo la “x” solo sul nome del candidato uninominale, senza poi indicare anche un partito, il vostro voto è stato comunque ripartito, sulle diverse forze politiche che lo sostenevano, in maniera omogenea ai risultati ottenuti.

Cosa vuol dire? Che, comunque, il vostro voto ha aumentato il consenso dei partiti della coalizione, senza alterarne gli equilibri. Questi equilibri, invece, sono stati parzialmente alterati da quel terzo dei seggi che sono stati distribuiti con la logica dell’uninominale.

Per capire l’entità della distorsione bisogna capire come sono stati scelti i candidati all’uninominale. Prendiamo, come esempio, la coalizione di Centro Destra. Era composta da diversi partiti: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia.

Questi partiti dovevano scegliere, per ogni collegio, solo un candidato da sostenere. Per decidere da quale partito pescare il candidato dovevano mettersi d’accordo tra di loro.

In base a cosa hanno scelto? Sicuramente in base ai sondaggi, ma anche l’autorevolezza del leader e l’importanza del singolo candidato hanno giocato un ruolo.

Dunque: i candidati ai collegi uninominali sono stati decisi in base all’ipotesi che Forza Italia fosse il primo partito della coalizione.

Come abbiamo visto non è stato così ma attraverso i candidati nei collegi uninominali Forza Italia ha, di fatto, recuperato posizioni perché la maggior parte di questi candidati erano suoi. Altro breve esempio, questa volta nella coalizione di Centro Sinistra, è quello di +Europa.

Come abbiamo visto il partito di Emma Bonino non ha superato il 3 per cento per essere ammessa alle Camere ma ha comunque eletto tre candidati alla Camera (Tabacci e Magi) e uno al Senato (Bonino).

Com’è possibile? Perché erano i candidati che la coalizione aveva proposto nei collegi uninominali.

Capire questo meccanismo e capire che tipo di distorsione ha creato credo che potrebbe aiutarci ad interpretare meglio le negoziazioni in corso. La classifica del peso effettivo (istituzionale), in questo momento delle consultazioni per formare il governo, deve essere tenuta da conto più del risultato elettorale (politico).

Dunque ecco il risultato che dobbiamo tenere in testa:

Al Senato, come numero di seggi, il primo partito resta il M5S (35,6 per cento), poi c’è Lega (18,4), Forza Italia (17,8) e al quarto posto il PD (16,8). Tra Forza Italia e Lega ci sono solo due seggi di differenza (56 a 58).

Alla Camera c’è sempre prima M5S (36), poi Lega (19,2), poi PD (17,8), infine Forza Italia (17).

Queste percentuali riflettono l’effettiva ripartizione dei seggi in Parlamento, dopo aver sommato ai risultati del proporzionale (con il quale sono stati distribuiti i 2/3 dei seggi) con quelli degli uninominali (restante 1/3).

In sostanza emerge che, considerando i numeri in parlamento, il PD non è il secondo partito del Paese e Forza Italia è al livello della Lega.

Al Senato, per esempio, la Lega ha solo due seggi in più di Forza Italia.

La distorsione provocata dal calcolo dei collegi uninominali porta Forza Italia dal 14 per cento al 17 per cento, un salto molto significativo.

Questo vuol dire che se noi ragioniamo sui numeri del proporzionale stiamo saltando un passaggio, dobbiamo aggiungere il calcolo dei collegi uninominali e ragionare sull’effettiva ripartizione dei seggi in parlamento.

In questo modo si spiega la grande influenza che sta avendo Berlusconi nell’alleanza di Centro Destra e la scarsa influenza del PD.

Credo che sia bene tenerlo presente per aiutarci a fantasticare meglio sui possibili scenari futuri.

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