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Draghi nomina agli Affari legislativi il giudice “nemico” dei matrimoni gay

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 23 Feb. 2021 alle 13:32 Aggiornato il 23 Feb. 2021 alle 15:30
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Immagine di copertina

Draghi nomina agli Affari legislativi il giudice accusato di essere “nemico” dei matrimoni gay

La comunità Lgbt guarda con preoccupazione alla nomina del consigliere di Stato Carlo Deodato a capo del dipartimento Affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi. Il giudice, che negli ultimi anni ha seguito Paolo Savona prima al ministero degli Affari europei e poi alla Consob (fino a settembre 2020), aveva già ricoperto lo stesso ruolo nel governo Letta, ed era stato braccio destro di Renato Brunetta al ministero della Pubblica Amministrazione.

Ma ad allarmare associazioni e attivisti è la sentenza del Consiglio di Stato di cui Deodato fu relatore nel 2015, che decise l’annullamento dei registri istituiti dai sindaci per trascrivere i matrimoni contratti all’estero. “La diversità uomo-donna è la connotazione ontologica del rito matrimoniale”, recitava la sentenza, che valse a Deodato il soprannome di “nemico dei matrimoni gay” da parte dei movimenti per i diritti civili.

All’epoca la decisione fu accolta con favore dall’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano, ma sul profilo Twitter di Deodato furono scovati anche link alle iniziative delle “Sentinelle in piedi” (movimento contro il riconoscimento dei diritti lgbt), e messaggi contro “l’educazione gender”. Il giudice respinse le accuse di parzialità affermando di aver solo “applicato la legge in modo a-ideologico e rigoroso, lasciando fuori le convinzioni personali che non hanno avuto alcuna influenza”.

Dal 2015 Carlo Deodato non ha condiviso altri Tweet contro i diritti delle persone lgbt, e sul suo profilo continua a definirsi “Giurista e cattolico“. Ma chi attendeva la ratifica della legge Zan contro l’omotransfobia in Senato oggi è scettico sul nuovo assetto di Palazzo Chigi. Sul caso si è espressa anche l’ex parlamentare e attivista Vladimir Luxuria che, ricordando la sentenza del 2015, sul suo profilo Twitter ha scritto: “Omofobia al potere”.

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