Lo spot video Milano non si ferma non mi piace, è cosmesi (di Selvaggia Lucarelli)

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 3 Mar. 2020 alle 19:11 Aggiornato il 4 Mar. 2020 alle 20:57
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Lo spot “Milano non si ferma” non mi piace

Lo spotMilano non si ferma” non mi piace. Lo dico senza spirito polemico, ma per un affetto onesto nei confronti di questa città che amo come si ama un marito dopo 12 anni di matrimonio, conoscendone pregi e difetti, alternando slanci di devozione assoluta a un’ insofferenza ciclica, di quelle che poi passano.

Non mi piace perché Milano, in questo momento storico, non è quella dello spot. E’ una città in sofferenza come tante altre città d’Italia, una città in cui stanno boccheggiando gli imprenditori, i ristoratori, i meccanici, i tabaccai, i fiorai, i tassisti, gli artigiani, i baristi, i tour operator, i genitori con i figli a casa, gli anziani, le tante persone che hanno paura di ammalarsi, che lavorano poco o per niente e temono di non riuscire ad andare avanti così per altri due, tre quattro mesi, chissà.

Stanno boccheggiando gli infermieri, i medici, che si trovano a gestire una situazione imprevista, che non sanno in quanti si sono ammalati, non sanno in quanti si ammaleranno. Che iniziano ad accogliere malati da ospedali di altre province, che temono di infettare le famiglie, i pazienti, se stessi. Io amo la possente autostima di questa città.

La sua ambizione, la narrazione che ci vuole sempre primi in qualcosa, competitivi, performanti, avanti, dinamici, fighetti, europei. Mi piace. Mi piace il nostro sindaco coi calzini arcobaleno, il bosco che cresce sul grattacielo, i ragazzi di tutto il mondo che passeggiano sui Navigli, i ristoranti con tutte le cucine immaginabili – anche quelle che mi fanno schifo – le olimpiadi che verranno. Però non c’è bisogno di bugie, in questo momento.

E Milano non si ferma è una bugia, nemmeno tanto piccola. Forse non si è fermata, ma di sicuro ha rallentato. Riconoscerlo sarebbe un segno di forza, non di debolezza. Milano non è una città invincibile, non lo è nessuno di fronte a un nemico così indefinibile come un virus che arriva dall’altra parte del mondo, che costringe a navigare a vista, che cambia le carte in tavola di ora in ora. Nessuno giudicherà Milano, la riterrà meno efficiente, meno fighetta, meno vincente se si dirà che è una città in affanno. Una città frastornata, un pugile suonato abituato a vincere, per terra sul ring. O quantomeno appeso alle corde, cercando di non cadere.

Non c’è niente di male ad ammettere la fragilità di una città che è fatta di persone prima ancora che di brand, fiere e slogan performanti. “Milano non si ferma” è cosmesi, non verità. E non ce n’è bisogno. Perché con l’ottimismo opaco si crea diffidenza. Perché l’onestà, invece, trasmette fiducia. Anche se non porta buone notizie. Perché nessuno smetterà di amare questa città, anche se ferita, anche se ammaccata. E sarà bello vederla rifiorire. Anzi, sul Bosco verticale si vedono già i primi boccioli.

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