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Il trumpismo è un filo rosso che unisce “bifolchi” e miliardari

Immagine di copertina
Credit: AGF

L’efficacia dell’ideologia trumpista sta nel riuscire a mettere d’accordo l’America profonda degli “hillibilly” con quella di magnati come Elon Musk. I dem non avranno scampo se non accantoneranno il liberismo e non si apriranno davvero ai giovani

C’è un filo rosso che lega l’elettorato trumpista e non può lasciarci indifferenti. Il magnate newyorkese, infatti, ha vinto grazie al sostegno esplicito di miliardari come Musk, a quello implicito di miliardari come Bezos e al voto di tanti di quei «bifolchi» magistralmente descritti dal suo vice Vance in un romanzo (“Elegia americana”) destinato a lasciare il segno nella vicenda politica e letteraria globale. 

Pur essendo un personaggio disposto a tutto pur di conquistare fama, ricchezza e potere, Trump è riuscito, per la seconda volta in otto anni, a proporsi come il punto di riferimento dell’America profonda, contrapposta a quella dei grandi ceti urbani situati, per lo più, sulle due coste. 

Spiace dirlo, ma l’ideologia woke, il politically correct e altri temi spinti da un’informazione progressista che dovrebbe farsi a sua volta un bell’esame di coscienza c’entrano poco con il trumpismo planetario cui stiamo assistendo.

Quando si affronta quest’ideologia bisogna prendere atto che essa ha saputo coniugare i due grandi argomenti contemporanei: lo strapotere dei miliardari, che ormai dominano la scena a ogni latitudine, esercitando un controllo capillare sull’informazione, fino a trasformarsi in veri e propri meta-stati, e il dramma degli ultimi, abbandonati a se stessi da una globalizzazione dissennata, gli «hillibilly» raccontati, come detto, da Vance, grazie al cui apporto, non a caso, uno stato tendenzialmente incerto come l’Ohio si è tinto di rosso. 

Trump ha saputo unire l’alto e il basso, gli apocalittici e gli integrati, la ricca Florida e il disperato mondo rurale e delle fabbriche delocalizzate in seguito agli accordi di libero scambio degli anni Novanta, i cittadini dimenticati, per lo più maschi bianchi poco scolarizzati, e ogni sorta di fondamentalismo, purtroppo dilagante in una società diseguale, violenta e, di conseguenza, polarizzata come mai prima d’ora. 

Non è vero neanche che i temi di Harris non abbiano fatto breccia. Basta guardare le percentuali che ha ottenuto fra le giovani donne per rendersi conto che il diritto all’aborto, tanto per citarne uno, è stato rivendicato eccome.

Il problema, semmai, è che l’ex procuratrice generale della California è stata percepita per ciò che è realmente: una donna di centro, benestante e un po’ snob, per nulla attenta alle esigenze degli ultimi e la cui convention, a Chicago, dava l’impressione di essere una fiera dei salvati, assediata dai sommersi che chiedevano, invece, giustizia per il popolo palestinese, salari più alti, dignità e diritti. 

Mai vista, in un incontro della sedicente sinistra, tanta ostentazione della ricchezza e della felicità: a sfilare sul palco sono stati tutti personaggi ben contenti della propria posizione, con un invidiabile conto in banca e distanti anni luce dalla realtà quotidiana del cittadino medio, al punto che solo il terragno governatore Walz, scelto come vice, ha avuto l’intelligenza di pronunciare un discorso in cui fossero compresi i bisogni di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. 

Ma c’è di peggio: un individualista sfrenato come Trump, probabilmente in maniera involontaria, si è creato una successione nella continuità, anzi peggiorativa, attraverso i già menzionati Musk e Vance, mentre sull’altro versante è buio fitto. 

Avranno, i democratici, il coraggio di ripensarsi, puntare su figure autenticamente di sinistra come Ocasio-Cortez e accantonare l’agenda liberista che impera a quelle latitudini dai tempi del primo Clinton? Ce lo auguriamo di cuore, ma al momento non abbiamo elementi che ci inducano a sperare. E allora viene in mente una citazione di Berlinguer, dal valore universale: se i democratici vogliono avere un domani, devono chiedere ai ragazzi e alle ragazze dei campus di entrare al loro interno e cambiarli, anzi rivoluzionarli. A meno che ai seguaci del capitalismo selvaggio non faccia più paura un minimo di giustizia sociale rispetto al sovranismo nazionalista. Se gettassero la maschera, finalmente farebbero chiarezza.

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