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L’afonia dei sovranisti di fronte al caos globale

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 9 Gen. 2020 alle 06:37 Aggiornato il 9 Gen. 2020 alle 06:46
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“Se la Lega fosse al governo…”, “se Fratelli d’Italia fosse al governo…”: è il mantra più in voga dalle parti del sovranismo nostrano, specie da quando la sua componente principale ha deciso di far saltare la prima versione del governo Conte e relegarsi autonomamente all’opposizione.

Già, ma cosa accadrebbe se questi due partiti fossero realmente al governo? Tralasciamo ogni considerazione di politica interna, l’annosa questione migratoria, ogni discorso concernente l’economia, il modello di sviluppo, la visione sociale, la scuola, l’università e quant’altro, e concentriamoci invece sul tema caldo di questi giorni, ossia i venti di guerra che spirano sempre più soffocanti in Medio Oriente e nel Golfo.

Come si comporterebbero Salvini e Meloni se toccasse a loro gestire questa crisi? Quale sarebbe la posizione dell’Italia? Quale il suo ruolo nel delicatissimo scacchiere globale? Cosa direbbero i sovranisti di casa nostra circa il proposito americano di trasferire cinquanta testate nucleari dalla Turchia alla base NATO di Aviano, nel cuore del Friuli Venezia-Giulia amministrato da Fedriga?

Probabilmente, si schiererebbero manu militari con Trump, in parte l’hanno già fatto, ma senza indicare una soluzione che sia una né assumere una posizione che non sia una mera ripetizione di slogan e frasi fatte oggettivamente ingiustificabili per soggetti che si candidano con tanto vigore alla guida del Paese.

Il dramma del nazionalismo arrembante è proprio questo: la sua totale assenza di soluzioni. Essendo più abili degli altri nell’individuare i problemi e nel capire in che direzione si muova il dibattito pubblico, gli esponenti di questa galassia sono assai lesti nello sbraitare e nel denunciare tutto ciò che non va, ottenendo grazie alla propria intraprendenza e alla filosofia dell’urlo, che di questi tempi paga sempre, risultati elettorali di tutto rispetto.

Peccato che, una volta posti alle prese con la necessità di risolvere problemi enormi, non sappiano spesso da che parte cominciare. Del resto, il populismo è questa cosa qui: una conseguenza del declino, dello sfacelo delle istituzioni democratiche, della disgregazione del tessuto sociale, della miseria incipiente, del senso di insicurezza e di autentico terrore per il futuro che attanaglia la maggior parte delle persone.

È la spia di un malessere che non può essere ignorato: guai a quell’ampia fascia della sinistra che continua a insultare a dritta e a manca e a rendersi antipatica al punto di perdere i pochi consensi che le sono rimasti.

Guai a chi pensa che vada tutto bene o che l’avanzata di determinati fenomeni sia dovuta a un imbarbarimento censitario, in quanto l’orrore cui assistiamo quotidianamente è senz’altro dovuto anche a una povertà non solo economica, ma la povertà, fino a prova contraria, non è una colpa.

È la condizione straziante di quanti sono costretti a vivere nei quartieri peggiori, nelle aree più disagiate, là dove l’immigrazione viene accolta il più delle volte con profondo razzismo, per il semplice motivo che le risorse davvero non bastano per tutti, là dove il concetto di solidarietà è venuto meno, al pari delle sedi di partiti e sindacati, di luoghi fisici nei quali recarsi, di contatti e punti di riferimento, di prospettive e occasioni lavorative.

Il populismo nasce dal dolore, dalla sofferenza, dalla disperazione, dal rancore e dall’abisso in cui sono costretti a dimenarsi gli ultimi, senza riuscire nemmeno a immaginarsi un domani.

Per questo, Salvini fatica a Bologna, Modena e Reggio, là dove c’è una libreria e un parco pubblico in ogni quartiere, ma dilaga nella “Vandea”, nel contado, nelle periferie esistenziali in cui basta gridare “Prima gli italiani!” per ottenere ascolto. Non ha altro da dire, è vero, “il suo programma sono le sue felpe”, ha ragione Padellaro, ma tanto gli basta, al momento, per risultare insidioso.

Certo, qualora dovesse occuparsi di equilibri geopolitici, trattati internazionali, accordi con la Libia, trattative riservate con Putin, con la necessità di confrontarsi con i partner europei e di definire una strategia comune con Francia e Germania, andrebbe nel pallone, come probabilmente andrebbe nel pallone la Meloni.

Non a caso, entrambi, in questi giorni, tacciono, almeno a livello televisivo, e se parlano, parlano unicamente d’altro, nel tentativo di spostare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sugli argomenti a loro più congeniali.

Lo stesso, come avrete senz’altro notato, stanno facendo i giornali d’area, intenti a trattare la crisi del Golfo come una questione di politica interna e ad attaccare gli esponenti del governo, nonché il commissario Gentiloni, che si stanno interessando della vicenda, ma senza dire altro.

È bastata l’uccisione del generale Soleimani, un dibattito non comprimibile nei confini nazionali, un susseguirsi di vicende non riassumibili in una parola a effetto stampabile su una felpa o gridabile da un palco, è bastata un’incertezza vera, che riguarda il pianeta e non la sagra di paese o il comunello di mille abitanti, per mettere fuorigioco chi, onestamente, non ha una visione del mondo che vada al di là del cortile condominiale.

Questo è il tormento contemporaneo: avere una classe dirigente del tutto priva di complessità. E il primo è proprio Trump, colui che ha scatenato questo disastro e adesso, al netto delle sparate quotidiane con una birra sul tavolo e il cellulare in mano, non sa come uscirne. Se non fosse il presidente degli Stati Uniti, ci sarebbe da ridere.

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