Il Patto della Mecca e il nuovo ordine mondiale
L'alleanza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan è l'atto notarile di un mondo post-americano in cui le potenze regionali organizzano da sole la propria sicurezza. L'Europa, intanto, osserva paralizzata
Ci sono alleanze che nascono per difendersi da un nemico, e alleanze che nascono per certificare la fine di un’epoca. Il patto siglato alla Mecca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan appartiene a entrambe le categorie. È, almeno sulla carta, una clausola di mutua difesa in stile Articolo 5: un attacco a uno vale come attacco a tutti. Ma nella sostanza è l’atto notarile di un mondo che l’America di Donald Trump ha smesso di voler garantire in solitudine.
C’è un luogo, prima ancora che un patto: La Mecca, scelta non a caso come sede della firma. Non Riad, non Ankara, non Islamabad, ma il punto simbolico più alto della ummah. Il messaggio è perciò fortemente politico, molto più della clausola giuridica che lo accompagna. Ma come siamo arrivati a ciò che, almeno fino a un decennio fa, sarebbe stato impensabile sul proscenio della politica internazionale?
La dottrina che il presidente americano ha imposto a Washington – chiamiamola pure Realismo, con la maiuscola che i suoi consiglieri prediligono – è qualcosa di più sofisticato e sottile di un isolazionismo puro e, per gli alleati storici, un segnale ancora più inquietante. Si tratta in effetti della richiesta esplicita che le potenze regionali si organizzino da sole, pagando il conto della propria sicurezza invece di scaricarlo anche su Washington.
Il risultato, prevedibile quanto sottovalutato, è la proliferazione di architetture di sicurezza a-americane: non contro l’America, ma senza l’America al centro. Il Patto della Mecca va letto su questo sfondo.
Senza dimenticare l’altro, di sfondo, che è alla base di ogni movimento e dinamica messasi in moto da un triennio a questa parte: il meta-conflitto tra Israele e Iran, che da mesi tiene in ostaggio la stabilità del Golfo senza mai esplodere del tutto né mai spegnersi davvero.
Riad e Islamabad – l’una con il portafoglio, l’altra con l’arsenale nucleare – hanno deciso che non possono più permettersi di attendere una garanzia americana sempre più tardiva e sempre più condizionata. Ankara, dal canto suo, ci ha messo l’ambizione: fare da cerniera, da mediatore, da fornitore di armi e, soprattutto, di narrativa a un intero mondo sunnita in cerca di una bussola.
È qui che la vicenda si fa interessante, e non solo per il Medio Oriente. Erdogan si candida a essere il vero pivot geopolitico del decennio: abbastanza dentro la NATO da restare interlocutore di Washington, abbastanza autonomo da trattare con Pechino sulle infrastrutture e con Mosca sull’energia, abbastanza carismatico da guidare un blocco che oggi somma popolazione, petrolio e, indirettamente, testate nucleari. Non è più il “malato d’Europa”, che oggi rifugge e non sogna più, ma un broker della geopolitica.
E l’Europa? Osserva. Lo fa con il consueto miscuglio di allarme e paralisi, incapace sinora di offrire un’alternativa credibile e troppo divisa per pesare nei negoziati che ridisegnano il suo vicinato immediato.
Se Bruxelles continuerà a considerare questi riallineamenti come episodi da commentare anziché come architetture da influenzare, si sveglierà un giorno scoprendo di essere l’unico grande attore rimasto senza un patto: né con l’America, né con chi la sta sostituendo su scala regionale. Il mondo post-americano è già qui.