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Parenti sì, fidanzati no. Un governo può decidere per legge una gerarchia degli affetti?

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Si poteva iniziare a ripartire in modo diverso? È la domanda che assale gli italiani in queste ore in cui dovranno decidere quale sia il “congiunto” con cui non hanno litigato negli ultimi anni, il parente più o meno stretto che andranno a trovare nei prossimi giorni per rompere l’isolamento sociale imposto dal lockdown degli ultimi due mesi. Diciamolo chiaramente: la tanto attesa “fase 2” delude un po’ tutti, inutile girarci intorno. Chi si aspettava un graduale ritorno alla normalità, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale, dovrà aspettare ancora. E se le polemiche sulle messe sono surreali (le chiese sono luoghi chiusi e l’acqua santa non rende immuni dal Coronavirus), ci si chiede quale sia la ratio di alcune decisioni e in che modo sarà possibile verificare, ad esempio, che amanti o amici non vengano spacciati per zie o cugini di quarto grado davanti all’ignaro Carabiniere del posto di blocco.

Sia chiaro, nessuno vuole sostituirsi ai tanti – forse troppi – esperti messi in campo dal Governo: negli ultimi anni abbiamo visto quanti danni può produrre la retorica dell’uno vale uno, la cosiddetta “università della strada” elevata a “democrazia diretta”. Tuttavia, visti alcuni pareri discordanti emersi tra gli stessi esperti e viste le misure adottate in altri Paesi, sorgono almeno due domande legittime. La prima: come può un Governo decidere per decreto una “gerarchia degli affetti”? Limitare il campo di un primo ritorno alla vita sociale ai soli rapporti di sangue ha sicuramente un senso per ciò che concerne la comunicazione: come è stato detto non è un “liberi-tutti”, per questo si è deciso un criterio per limitare i contatti tra le persone ed evitare che il contagio torni a salire. Ciò che legittimamente ci si chiede è se questo sia il criterio migliore. Nei giorni scorsi si parlava di permettere visite a parenti e amici, limitando a due il numero delle persone da poter ospitare, affidandosi al buon senso (e alla paura) delle persone, ma anche ai delatori di turno che avrebbero segnalato alle autorità feste di compleanno e addii al nubilato con spogliarellisti senza mascherina organizzati clandestinamente nelle case. A parità di impossibilità di verificare tutte le eventuali trasgressioni, non sarebbe stato meglio concentrarsi sul distanziamento a prescindere dalle parentele?

La seconda domanda è più politica. Perché non differenziare le riaperture tenendo conto delle zone di contagio? Perché trattare la Lombardia (oltre 72mila casi) come il Lazio (6mila casi)? In Cina, Paese in cui è partita la pandemia, la provincia dell’Hubei è stata l’ultima a riaprire. Pur prendendo con le pinze i dati parziali diffusi dal governo di Pechino, è innegabile che la riapertura differenziata abbia favorito un ritorno alla normalità meno traumatico e una ripartenza dell’economia. C’è forse una sorta di “sudditanza psicologica” del Governo verso le regioni del nord? Se così fosse, il risultato sarà solo quello di accrescere un malcontento generalizzato su tutto il territorio nazionale, un malcontento in cui si sta già insinuando Matteo Salvini: il leader della Lega pubblica da giorni video di commercianti e piccoli imprenditori imbestialiti, sfruttando la loro paura di chiudere per cercare di invertire il suo ormai costante calo di nei sondaggi. Una riapertura differenziata per regione delle attività, oltre a giovare all’economia, avrebbe tolto argomenti a Salvini e a tutti quelli che stanno soffiando sulle fondate paure di molti per la loro propaganda politica.

L’Italia è comprensibilmente stanca: se nei primi giorni di lockdown erano moltissimi a cantare sui balconi e a cucinare il pane e pizza in diretta Facebook, oggi alle prime note di “Azzurro” di Adriano Celentano si rischia seriamente una molotov lanciata dal dirimpettaio. E chi sperava che la “fase 2” avrebbe alleggerito almeno in parte il peso psicologico di questa necessaria clausura forzata, si chiede se non si sarebbe potuto fare meglio di così.

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