Mps, Mediobanca e Generali: la mossa di Intesa vale la sovranità economica del Paese
L’Italia ha bisogno di campioni nazionali solidi, il più possibile generativi, radicati sui territori, in grado di accompagnare la transizione digitale ed ecologica
La trasformazione geopolitica ed economica globale, che ha abbracciato questo primo quarto di millennio, ha determinato processi storici probabilmente irreversibili nel mondo capitalista. In particolare, si registra oggi la supremazia delle corporation private, soprattutto finanziarie e tecnologiche, sui governi occidentali, e l’effettiva incapacità da parte dello Stato Italiano di garantire un ecosistema economico relativamente stabile dopo la lunga stagione di privatizzazioni.
All’interno di queste condizioni, diventa essenziale recuperare categorie giuridiche fondamentali nel diritto privato generale, che consentano di valutare, in una logica di pubblico interesse, quanto sta avvenendo rispetto alle mosse su Mps/Mediobanca/Generali da parte di Intesa Sanpaolo e Bpm.
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La più grande banca italiana non si è sottratta al ruolo di “supplenza” che, volente o nolente, deve svolgere di fronte ad una classe dirigente politica piuttosto confusa. I giuristi lavorano da tempo all’elaborazione di una distinzione fondamentale, quella fra proprietà estrattiva, in gran parte dematerializzata e volta all’accumulo fine a sé stesso di valore di scambio, soprattutto sotto forma di rendita, e proprietà generativa, funzionalizzata a valori personalistici, ecologici e anche all’interesse delle generazioni future.
La distinzione non è sovrapponibile a quella di tradizione sovietologica fra proprietà dei mezzi di produzione e proprietà personale, nella misura in cui anche la proprietà generativa può avere ad oggetto capitale dinamico. Ciò che è decisivo in questa distinzione è la capacità della proprietà di svolgere la propria funzione sociale di prossimità, così come prescritto dall’articolo 42 della Costituzione, in cui sfociò il famoso compromesso fra Togliatti e Dossetti. In altri termini, ciò che rende generativa piuttosto che estrattiva una entità capitalistica (poniamo Intesa Sanpaolo piuttosto che BPM) non è una condizione ontologica del capitale ma piuttosto una condizione contestuale, si potrebbe dire teleologica.
È in questo quadro che mi pare occorra salutare con sollievo l’intervento del tandem Intesa Sanpaolo-Unipol in reazione alla proposta di matrimonio fra Bpm e Mps. L’intervento potrebbe produrre un salvataggio in corner di quel pezzo di capitalismo italiano che, orfano di qualsiasi regia politica, ma tuttavia radicato sul territorio da una lunga tradizione di finanza di sistema, ancora resiste alla completa penetrazione di interessi finanziari globali (in questo caso franco-statunitensi visti i gruppi di controllo di Bpm), il cui operare su nostro territorio non può presumersi nell’ interesse delle famiglie e delle imprese italiane.
Qualora l’operazione andasse a buon fine, il gruppo Generali, la più storica assicurazione italiana, nonché Mediobanca, che, in quanto ex salotto buono del capitalismo italiano, mantiene relazioni molto radicate con le élite nazionali il cui patrimonio privato va assolutamente mantenuto nei confini del belpaese, risulterebbero difese da operazioni finanziarie prive di ricaduta sul territorio, in prospettiva meramente estrattive vista la debolezza della politica italiana.
In una fase storica di disordine globale in cui è particolarmente cruciale che il capitalismo italiano sia meno disunito possibile, bisogna augurarsi che questo possa essere l’esito di questa partita da leggersi in difesa della sovranità economica nazionale.
Naturalmente, affinché l’operazione possa considerarsi generativa, in coerenza con una visione di capitalismo di prossimità (che fu cara alla vecchia Dc dossettiana nonché a Bazoli), è fondamentale che il ruolo di “supplenza alla politica” che un sistema bancario responsabile e lungimirante viene di fatto a svolgere abbia ricaduta positiva sostanziale su famiglie e soprattutto sulle piccole imprese italiane, grandi sofferenti di questa fase storica.
È assolutamente necessario che ad un capitalismo italiano rafforzato corrispondano benefici concreti non solo per i soci ma anche per i piccoli attori economici che necessitano accesso al credito rapido e accessibile (occorre dunque che le banche rischino di più) ed al contempo che le famiglie possano accedere a prodotti assicurativi genuini a prezzi accessibili e al di fuori da pratiche estrattive.
Per questo va apprezzato l’impegno dichiarato di realizzare l’integrazione senza costi sociali e con nuove opportunità occupazionali. L’Italia ha bisogno di campioni nazionali solidi, il più possibile generativi, radicati sui territori, in grado di accompagnare la transizione digitale ed ecologica del Paese anche nell’interesse delle generazioni future, secondo la definizione di beni comuni che fu della Commissione Rodotà.
È essenziale e prodromico ad ogni politica economica futura, che il risparmio italiano, vero bene comune nazionale di grande valore, sia investito in Italia in condizioni giuste e sicure. Spetterà alla società civile e alla cultura giuridica economica e sociale del nostro Paese vigliare attentamente affinché, pur nella difficoltà generata dagli imperativi capitalistici globali, le promesse siano mantenute. Per il momento mi pare che quelle provenienti da Intesa Sanpaolo siano buone notizie per il sistema produttivo italiano e per il risparmio nazionale.