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Home » Economia

Diritti tv, sponsor, montepremi record: il maxi-giro d’affari intorno ai Mondiali di calcio

Immagine di copertina
Foto AGF

Le mani delle piattaforme streaming sui diritti tv. La nuova generazione di sponsor asiatici e mediorientali. Il montepremi record e la redistribuzione alle federazioni come strumento di consenso per Infantino. Viaggio nell'economia del pallone

Per circa un mese il pianeta si è fermato davanti al più grande spettacolo che il calcio possa offrire: la Coppa del Mondo. Ma dietro i gol, i match, le emozioni e le delusioni dei tifosi, si è giocata una partita altrettanto importante: quella economica. I Mondiali non sono più soltanto un grande evento sportivo globale ma anche una delle principali piattaforme commerciali e geopolitiche. 

Il torneo organizzato da Stati Uniti, Canada e Messico ha rappresentato il punto più alto di una trasformazione iniziata negli ultimi anni: il calcio delle nazionali è diventato un mercato globale nel quale si incontrano interessi finanziari, piattaforme digitali, grandi multinazionali e strategie di influenza internazionale. Il valore dei Mondiali non si misura più soltanto attraverso il numero degli spettatori negli stadi o gli ascolti televisivi: la vera partita riguarda il controllo dei diritti tv, la capacità di raggiungere nuovi mercati, la scelta degli sponsor e la distribuzione dei ricavi alle federazioni. 

Per la Fifa, l’organo che governa il calcio a livello internazionale e che vede Gianni Infantino al suo comando, il Mondiale 2026 è stato anche una conferma del proprio ruolo: organizzatore di competizioni sportive, sì, ma ancor più vero centro di potere capace di gestire una rete composta da 211 federazioni nazionali, molte delle quali dipendono in maniera significativa dai trasferimenti economici provenienti da Zurigo. 

3,8 miliardi dai broadcaster
Uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi anni è il modo in cui il pubblico guarda le partite. Per decenni, infatti, il modello economico dei Mondiali è stato piuttosto semplice: la Fifa vendeva i diritti televisivi ai grandi broadcaster nazionali, che trasformavano il torneo in uno degli eventi più preziosi del proprio palinsesto. Un modello valido tuttora, ma che è stato affiancato da un nuovo schema: da alcuni anni, infatti, le piattaforme digitali hanno iniziato a contendere alle tv tradizionali il controllo dello sport più seguito al mondo. E anche il Mondiale 2026 non è stato da meno: accanto ai grandi operatori televisivi, sono entrati sempre più soggetti digitali interessati a utilizzare il calcio come strumento per acquisire utenti, raccogliere dati e costruire nuove forme di fidelizzazione.

La crescita del valore dei diritti televisivi e l’ingresso di nuovi attori digitali hanno contribuito a portare gli introiti media della Fifa a circa 3,8 miliardi di dollari, un record storico, circa il 22% in più rispetto al ciclo precedente. 

Se, in passato, una televisione acquistava i diritti tv per vendere pubblicità e ottenere quindi ricavi, ora una piattaforma digitale può utilizzare una partita per costruire un ecosistema più ampio fatto di contenuti, servizi, commercio elettronico e analisi dei comportamenti degli utenti. Il calcio, in questo senso, è diventato una gigantesca porta d’accesso all’economia digitale. 

La frammentazione dello streaming e dei diritti tv relativi ai match, però, se permettono al mondo del calcio di incassare sempre di più, rendono allo stesso tempo lo spettacolo meno accessibile per tutti. Fino a qualche anno fa bastava sottoscrivere un abbonamento alla principale pay tv per seguire i grandi eventi. Oggi invece il pubblico deve orientarsi tra piattaforme diverse, offerte temporanee e formule differenti. La sfida per la Fifa, dunque, sarà quella di trovare un equilibrio tra massimizzazione dei ricavi e capacità di mantenere i Mondiali un evento realmente universale. Perché il valore della Coppa del Mondo nasce proprio dalla sua eccezionalità: milioni di persone devono poterla seguire in contemporanea, indipendentemente dal mercato di appartenenza. 

Inserzionisti di ieri e di oggi
Anche il mondo della sponsorizzazione racconta una mutazione profonda. Per molti anni, il mondo del calcio è stato dominato dai grandi marchi occidentali: automobili, bevande, elettronica di consumo, abbigliamento sportivo. Se brand quali Coca-Cola, Adidas, Visa, Budweiser e McDonald’s continuano a rappresentare la colonna portante del programma commerciale Fifa, oggi la geografia degli sponsor non si è solamente ampliata, ma sta lasciando sempre più spazio a marchi provenienti soprattutto dall’Asia e dal Golfo. 

Il calcio globale sta attirando sempre più capitali provenienti da aree che fino a pochi anni fa avevano un ruolo marginale nel sistema degli sponsor. Il Golfo Persico, in particolare, ha trasformato lo sport in uno strumento di posizionamento internazionale. Compagnie aeree, fondi sovrani, gruppi finanziari e aziende tecnologiche sono diventati protagonisti di una nuova fase nella quale la sponsorizzazione non serve soltanto a vendere prodotti, ma anche a costruire reputazione, influenza e relazioni diplomatiche. È il caso di Qatar Airways o Aramco per quanto riguarda il Medio Oriente o di Mengniu Dairy, Lenovo e Hisense per la Cina. 

I Mondiali sono diventati una vetrina strategica per le aziende che rappresentano la crescente presenza economica di questi Paesi sulla scena globale. Accanto ai partner tradizionali sono cresciuti anche i marchi legati alla tecnologia e alla finanza digitale. Il motivo è semplice: il pubblico calcistico è giovane, internazionale e sempre più connesso. Per aziende tecnologiche, piattaforme di pagamento e nuovi operatori finanziari digitali, il pallone rappresenta un ponte immediato verso centinaia di milioni di consumatori. 

Il nuovo calcio globale non parla più soltanto la lingua dei grandi marchi del Novecento ma anche quella della finanza digitale, dell’Asia e del Medio Oriente. 

Helicopter money
Il vero cuore economico del nuovo modello Fifa, però, è rappresentato dalla redistribuzione delle risorse. Il Mondiale 2026 è stato il torneo più ricco della storia della competizione, con una crescita significativa dei premi destinati alle nazionali partecipanti e un impatto economico molto superiore rispetto alle precedenti edizioni. 

L’aumento del numero delle squadre partecipanti, passato da 32 a 48, non è stato solamente una scelta sportiva volta all’aumento dello spettacolo ma anche e soprattutto una decisione economica e politica. Non è un caso che Gianni Infantino abbia già annunciato la possibilità di allargare ulteriormente il numero delle squadre partecipanti già dalla prossima edizione portandolo a 64. 

Ammettere più nazionali significa coinvolgere più mercati, più tifosi, più televisioni, più sponsor e soprattutto più federazioni beneficiarie dei finanziamenti Fifa. 

La decisione dell’organo calcistico di allargare il torneo ha ricevuto numerose critiche da parte di chi teme un calendario sempre più congestionato e un abbassamento del livello medio della competizione, ma la scelta della Federcalcio mondiale ha una logica che va ben al di là dell’aspetto sportivo: aumentare la partecipazione significa aumentare il consenso. Il potere della Fifa, infatti, a differenza di una lega privata che è composta dai club più ricchi, deriva dal voto delle federazioni nazionali. Ogni Paese, indipendentemente dalla propria dimensione calcistica o economica, ha un peso politico all’interno dell’organizzazione. Ed è proprio questo che spiega la strategia di Infantino: utilizzare la crescita dei ricavi commerciali per aumentare i trasferimenti verso le federazioni più piccole. 

Sin dal suo insediamento, avvenuto nel 2016, il presidente ha puntato sul programma Fifa Forward, che destina risorse alle associazioni affiliate per infrastrutture, formazione, competizioni giovanili e organizzazione del calcio locale. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre il divario tra i grandi Paesi calcistici e il resto del mondo. Tuttavia questa scelta ha anche una evidente dimensione politica. Aumentare i finanziamenti significa rafforzare il rapporto con quelle federazioni che rappresentano la maggioranza numerica all’interno della Fifa: Africa, Asia, Caraibi, Oceania e parte dell’America Latina. Una dinamica che ricorda quella delle grandi organizzazioni internazionali: chi controlla la distribuzione delle risorse costruisce consenso. 

Non a caso, la leadership di Infantino ha trovato spesso maggiore consenso nei Paesi emergenti rispetto alle federazioni europee, più critiche verso alcune scelte dell’organo calcistico internazionale. 

In questo scenario si inserisce una distribuzione economica senza precedenti: 727 milioni di dollari complessivi destinati alle federazioni partecipanti, con 655 milioni di dollari dedicati ai premi sportivi. Si tratta di un aumento del 50% rispetto al Mondiale del 2022, disputato in Qatar. 

Ogni nazionale qualificata ha ricevuto un contributo per la preparazione al torneo, portando il minimo garantito per ogni partecipante a una cifra superiore ai 10 milioni di dollari. Per ogni nazionale, infatti, sono stati garantiti dai 1,5 ai 2,5 milioni di dollari. ai quali vanno ad aggiungersi ulteriori 9 milioni di dollari per chi si è fermato alla fase a gironi. Chi è stato eliminato ai sedicesimi si è assicurato 11 milioni, chi ha raggiunto gli ottavi 15, le nazionali che sono arrivate ai quarti 19. Alla quarta classificata sono stati garantiti 27 milioni, alla terza 29, alla seconda 33, mentre per la nazionale vincitrice della Coppa del Mondo sono stati previsti 50 milioni di dollari. 

La diplomazia oltre il gioco
Il Mondiale 2026 ha contribuito a trasformare la Fifa in un vero e proprio attore geopolitico. La Coppa del Mondo non è più solamente un evento sportivo di portata globale, ma un luogo nel quale gli Stati cercano visibilità, legittimazione e influenza. L’assegnazione dei tornei, la scelta degli sponsor e la distribuzione dei ricavi sono diventati elementi di una diplomazia parallela. Il calcio, infatti, possiede una caratteristica unica: riesce a raggiungere pubblici e territori dove altri strumenti di politica internazionale hanno difficoltà ad arrivare. 

Difatti, il pallone ha assunto un ruolo sempre più centrale anche nelle strategie dei governi: il Qatar ha utilizzato la il torneo del 2022 per aumentare la propria proiezione internazionale, l’Arabia Saudita ha trasformato gli investimenti nello sport in uno dei pilastri della propria strategia di diversificazione economica, mentre gli Stati Uniti hanno sfruttato il Mondiale 2026 come una delle principali vetrine globali della propria industria dell’intrattenimento. 

In questo scenario la Fifa occupa un ruolo particolare: non è uno Stato ma dispone di una rete diplomatica più ampia di molti Paesi, non è un’azienda privata ma genera profitti paragonabili a delle grandi multinazionali. 

Credibilità a rischio
L’influenza sempre maggiore di alcuni Paesi, però, può anche mettere a rischio la credibilità stessa della Federazione. Lo dimostra quanto accaduto al Mondiale americano con il calciatore Folarin Balogun: l’attaccante statunitense è stato espulso nella partita contro la Bosnia Erzegovina, ma la Fifa ha sospeso la squalifica per potergli permettere di scendere in campo nel match successivo contro il Belgio. Una decisione senza precedenti che, secondo quanto riportato dal New York Times, sarebbe arrivata dopo un contatto tra il presidente degli Usa Donald Trump e Infantino. 

Pur avendo la Fifa ribadito che la decisione è stata assunta autonomamente dagli organi competenti, la vicenda, che ha alimentato un intenso dibattito internazionale sull’indipendenza dei processi decisionali della federazione, dimostra come anche il solo sospetto di interferenze politiche possa generare un rilevante rischio reputazionale per l’istituzione e, indirettamente, per sponsor, broadcaster e partner commerciali, il cui investimento si fonda anche sulla credibilità della competizione. 

Equilibrismi
Quel che è certo è che il Mondiale è entrato definitivamente nell’era dell’economia globale. Il vecchio modello del calcio, dominato soprattutto dall’Europa occidentale e dai grandi marchi industriali del Novecento, sta lasciando spazio a un sistema più multipolare. Asia, Medio Oriente e grandi piattaforme digitali hanno conquistato un ruolo sempre più importante. Le federazioni più piccole hanno acquisito maggiore capacità di influenza politica grazie ai trasferimenti economici della Fifa. I grandi Paesi calcistici devono fare i conti con una governance nella quale il loro peso sportivo non coincide necessariamente con quello politico. 

La domanda centrale per il futuro è una sola: il calcio riuscirà a mantenere il suo carattere universale mentre diventa sempre più un business globale? 

Nonostante il mondo del pallone rappresenti ancora gioco, passione e identità nazionale, il Mondiale 2026 ha mostrato con chiarezza che chi controlla quella infrastruttura possiede una parte importante del potere globale: con tutti i rischi che ne conseguono. La vera sfida per la Fifa non sarà più soltanto aumentare i ricavi, ma dimostrare che questa crescita economica può convivere con accessibilità, equilibrio competitivo e credibilità istituzionale.

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