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Il documentario su Totti e quella semplicità che solo i grandi si possono permettere

Immagine di copertina

Quando Sky ha annunciato la produzione di un documentario dedicato al capitano della Roma, in molti hanno probabilmente temuto si trattasse dell’ennesima autocelebrazione in pompa magna: Totti uno e tri…plettal’apertura del mar Rosso cor cucchiaio, e la moltiplicazione dei pani degli assist sotto il cielo di Roma, la città più bella der mondo. Colonna sonora? Ovviamente, Antonellone Venditti. Daje tutta. Sì, forse il rischio c’era.

Così come c’era il rischio che, trattandosi di Totti, si scadesse in una greatest hits di luoghi comuni nostalgici sul calcio che fu: “Sì, ma guarda gli scarpini”, “Eh, non li fanno più giocatori così”, “L’ultima bandiera”, “Sì, ma Maradona non si allenava mai” e via discorrendo. Niente di più lontano dal vero. “Mi chiamo Francesco Totti” è una piacevole sorpresa, sia nello stile che nei contenuti.

Tratto dal libro “Un capitano”, scritto in collaborazione con Paolo Condò, il film diretto da Alex Infascelli percorre le tappe più importanti della vita e della carriera del capitano giallorosso con la semplicità che solo le grandi storie si possono permettere. Nella musica alcuni dicono che le canzoni migliori sono quelle capaci di funzionare anche solo chitarra e voce. Dev’essere vero anche per certi documentari.

Sì, perché questo è in fondo il documentario su Totti: una voce, la sua, e delle immagini che parlano da sole. Dagli esordi con la maglia della Lodigiani (“La terza squadra di Roma, anche se noi dicevamo che era la seconda. La Lazio era la terza”) al debutto in Serie A con la maglia giallorossa. Dallo storico scudetto del 2001 al mondiale del 2006, e poi il record di goal, la famiglia, i figli, e quell’ultima partita da professionista del maggio di tre anni fa.

Chi meglio dello stesso Francesco per commentare quelle immagini? Cosa chiedere di meglio di quell’accento così spontaneamente romano a cui tutti, tra uno spot e una barzelletta, abbiamo finito per affezionarci? Non è un documentario, è un racconto intimo a cui ci siamo ammessi come spettatori. Niente interviste con i colleghi, quindi. Niente allenatori, artisti, nonne, zie o fidanzatine delle medie, a ricordarci quando fosse magnifico come uomo e calciatore. Nessun giro turistico tra le case da mille mila metri quadri, nessun parco auto e nessuna “vita perfetta” da mettere a tutti i costi in vetrina.

Solo una storia. La storia del bambino tifoso della Roma che diventò capitano della sua squadra del cuore e uno dei calciatori più forti di sempre. Esticazzi, direbbe probabilmente lui. Un altro elemento che rende questo biopic sostanzialmente diverso dalla stragrande maggioranza dei documentari celebrativi è la scelta di non censurare i “ciak” più infelici del kolossal Totti.

Il calcione a Balotelli? C’è. Lo sputo (ancora più raccapricciante di questi tempi) a Poulsen? Anche. Il rapporto burrascoso con Spalletti? Pure. Neppure sul compleanno dei 30 anni ballato sulle note del “Gioca jouer” si stende un velo pietoso. Ma non è tutto. Nonostante sia molto meno noto dal punto di vista mediatico, Totti approfitta del documentario per chiedere pubblicamente scusa per il gesto che ha probabilmente fatto più fatica a perdonarsi: quello spintone davanti a tutti all’amico di sempre. Il preparatore atletico Vito Scala.

Tutto perfetto? Quasi. In realtà il film non chiarisce del tutto le ragioni che hanno spinto Totti a ritirarsi in quel famoso maggio del 2017, ma poco importa. Forse il rapporto con Spalletti, forse la mancanza di stimoli o un contesto societario incapace di farlo sentire importante, chissà. Forse, a distanza di anni, non l’ha ancora capito neppure lui.

Il documentario si chiude ovviamente con quell’ultima partita. A colpire, sono le immagini esclusive di Totti negli spogliatoi dopo il triplice fischio. I momenti prima di dover ritornare in campo per la sua “festa”, quella che avrebbe ufficializzato il suo passaggio a una nuova squadra: quella dei pensionati. In quei momenti, il capitano giallorosso appare in una sorta di trance. Lo stato para-confusionale tipico di chi è stato travolto dagli eventi.

Sono attimi così personali che anche la narrazione si interrompe, lasciando spazio alle parole di “Solo” di Claudio Baglioni. Perfetta colonna sonora per quello Stadio Olimpico tutto esaurito e sull’orlo del collasso emotivo. “Non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai”, aveva detto in quella famosa lettera, quella sì omessa dal film. Era dai tempi del neorealismo che non si piangeva così a Roma. Chissà come stanno andando le cose ma forse per quello servirà un altro film.

È difficile dire se “calciatori così” non ne nasceranno davvero più, come piace ripetere alla retorica nostalgica. Forse. Così come è forse lecito dire che anche “documentari così” se ne fanno sempre meno. “Ah, da quando Baggio non gioca più”, canta Cremonini, sì ma anche Totti non scherza. Perché in fondo, quando si parla di Francesco Totti, diventiamo tutti un po’ insopportabilmente romantici.

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