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Hope Hicks è ben oltre l’untrice più bella del mondo

Di Luca Telese
Pubblicato il 3 Ott. 2020 alle 12:10 Aggiornato il 3 Ott. 2020 alle 15:27
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Immagine di copertina

Bisogna interrogarsi sulla mancanza di fantasia, e (probabilmente) un malinteso senso del politicamente corretto dei giornali di mezzo mondo se oggi, nel racconto della notizia più importante che attraversa il pianeta, resta in ombra sul Proscenio il ritratto più importante: quello di Hope Hicks, ovvero “l’untrice più bella del mondo” (la principale indiziata di aver trasmesso il virus a Donald Trump).

Ma si capisce: i media conservatori sono in affanno e in imbarazzo sul Trumpvirus, quelli progressisti hanno l’elmetto in testa, o sono in sindrome Me-too (o entrambe le cose) e dunque molti trascurano la massima più antica di questa professione, “cherchez la femme”. Hope, bella come il sole, Hope ex modella di Ralph Lauren, Hope ragazza di buona famiglia, Hope grande tessitrice nei corridoi della Casa Bianca, è a tutti gli effetti una “enfant prodige”, una sorta di Mara Carfagna a stelle e strisce, nonché il primo vertice di un triangolo virale che la collega nella positività a Donald e a Melania. Di lei aveva scritto il New York Times: “È come la ragazza sorridente del quadro di Vermer”: solare, ma anche enigmatica, capace di scalare i gradini di una carriera folgorante, mantenendo però un’aura di mistero non rivelato.

Hope contagiata, anche se la notizia del suo incontro con il Coronavirus viene diffusa tardivamente. Hope che viaggia senza mascherina sull’Air Force One, ed è l’alter ego del trumpismo, e dei suoi epigoni, tanto elegante e sofisticata lei, tanto rozzi e “cowboys” – talvolta – gli uomini di cui il Presidente si è circondato in questi anni (se non anime nere e spregiudicatissimi come Steve Bannon). Hope Hicks, ha una biografia che pare scritta apposta per lasciare il segno nella letteratura politica che prospera intorno agli staff presidenziali: oggi ha trentuno anni, ma era già entrata alla Casa Bianca nel 2016, non dalla porta di servizio ma come responsabile della comunicazione. Tuttavia aveva fatto in tempo anche ad allontanarsene: era stata costretta alle dimissioni dopo il Russiagate, per le famose “bugie innocenti”, quelle che aveva confessato di aver detto per difendere Trump. Poi era tornata, come “consigliera”: “nessuno come lei capisce il presidente”, aveva detto il cognato di Donald, altra frase non causale e carica di significato.

Forse, nella strategia comunicativa di queste ore, non è stata casuale neanche che la notizia della sua positività (e addirittura quella del suo drammatico isolamento sull’Air Force One), sia stata ritardata ad arte, in modo che la bomba atomica del virus trumpiano oscurasse questo imbarazzante anello nella catena di contagio, le ultime 48 ore di enigma sul modo in cui il virus è entrato nel cuore dello staff. Anche perché, in tutto e per tutto, Hope sembrava una Eroina di tipo nuovo, la vera figlia di una moderna estetica “Donaldiana”: colta, laureata in una università privata, ma metodista, austera ed elegante, moderna ma anche conservatrice, pop al punto che sui media americani si studiava il suo portamento. Eppure nel 2002 da ragazza – nella sua vita precedente – era stata addirittura scelta in una foto di nudo per la copertina di un romanzo erotico. È figlia di un dirigente della Lega del Football americano, ma è stata accolta nella sacra famiglia presidenziale dalla figlia di Melania Ivanka. “Mi mancherà non averla al mio fianco”, aveva dichiarato Trump, nel 2018, al momento di quelle dimissioni obbligate. Ma come abbiamo visto, ci è tornata nel momento della battaglia finale, e con un probabile ruolo drammatico. Modelle con il cervello, sia lei che Ivanka – la vera scuola quadri del trumpismo – e oggi unite, in buona e in cattiva sorte. Nel segno del contagio.

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