Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 19:01
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Opinioni

Il bisogno di avere un nemico (di Olivia Ninotti)

Immagine di copertina
Due ragazzini ucraini imitano i soldati con pistole giocattolo presso un posto di blocco militare improvvisato a , nell'Ucraina orientale. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Prima della frontiera geografica c'è sempre una frontiera mentale. Prima della guerra, una rappresentazione dell'altro. E prima ancora, il bisogno di sapere chi siamo

Da bambini abbiamo giocato tutti alla guerra. Io ci giocavo nel cortile delle mie elementari: un nemico inventato, feroce quanto bastava a farci sentire eroi, e mezz’ora di lotta disperata con la pancia piena della — pessima — mensa scolastica, finché a turno qualcuno vomitava sempre sotto un albero. E lì si gridava: basta, c’è il morto! E il morto si rialzava verde e giallo, ma vivo. Era solo un gioco, e funzionava perché tutti sapevamo che lo era. Da adulti continuiamo a dividerci in due squadre — Stati, popoli, bandiere, tribù digitali — ma non sempre riusciamo più a dire basta. Nemmeno davanti ai morti che non si rialzano. Perché continuiamo ad avere bisogno di un nemico anche quando il gioco è diventato vero?

Non riguarda solo le guerre. Riguarda il modo in cui costruiamo appartenenze, organizziamo la paura, selezioniamo i ricordi, tracciamo il confine invisibile del “noi”. Prima della frontiera geografica c’è sempre una frontiera mentale. Prima della guerra, una rappresentazione dell’altro. E prima ancora, il bisogno di sapere chi siamo.

L’antropologo Fredrik Barth lo ha mostrato studiando l’identità etnica. Un gruppo non si definisce solo per ciò che possiede, ma per il confine che traccia rispetto agli altri. Il confine infatti non separa soltanto,ma produce identità. Ci sentiamo più intensamente “noi” quando compare un “loro” sufficientemente distinto. È una dinamica antica quanto la specie.Cambiano le parole — barbari, infedeli, invasori, traditori — ma il meccanismo resta riconoscibile.Questo non significa che ogni guerra sia un prodotto psicologico perchè sarebbe un’offesa alla storia e a chi muore davvero sotto le bombe. Significa che ogni conflitto reale viene anche abitato da un conflitto immaginario, fatto di narrazioni, memorie, paure.

La differenza, da sola, non produce ostilità. Perché l’altro diventi nemico serve un passaggio ulteriore,quello per cui deve apparire come minaccia. Sotto minaccia la mente semplifica. Amico o nemico. Patriota o traditore. Noi o loro. L’ambiguità ,che è la sostanza stessa della realtà, diventa insopportabile, e la politica sa da sempre quanto sia efficace questa scorciatoia: nulla salda una moltitudine come un pericolo condiviso.

Va però saputo che  il nemico, prima di essere combattuto, va raccontato. Maurice Halbwachs parlava di memoria collettiva dove i ricordi non sono mai solo individuali, i gruppi li organizzano, li tramandano, li scelgono. Due popoli possono abitare la stessa storia e raccontarla in modi incompatibili  non perché uno menta e l’altro dica il vero, ma perché la memoria è già appartenenza. Quando mettere in discussione il racconto del proprio gruppo diventa una ferita personale, la storia smette di essere materia di studio e diventa materia di fede.

Lo vediamo, con pesi e responsabilità del tutto diversi, nei fronti caldi di oggi. In Ucraina, dove l’invasione russa ha reso il territorio anche questione di sopravvivenza identitaria. A Gaza, dove un cessate il fuoco fragile non ha sciolto l’immagine reciproca di un nemico esistenziale, e terra, religione e memoria restano sovrapposte in una stratificazione secolare. In Venezuela, dove il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno lanciato un blitz militare su Caracas, catturato Nicolás Maduro e incriminato lui e la famiglia per narcoterrorismo ovvero un capo di Stato trasformato, nella narrazione ufficiale, in un boss della droga da consegnare alla giustizia più che in un interlocutore politico. Nello stretto di Taiwan, dove a giugno le motovedette di Pechino e Taipei si sono fronteggiate dopo che la Cina aveva contestato negoziati marittimi altrui nella regione, e dove Pechino continua a definire l’isola democratica non un vicino con cui trattare ma “parte integrante” del proprio territorio, da riunificare. Teatri diversissimi, non paragonabili nelle cause né nelle colpe. Ma attraversati dalla stessa febbre della costruzione dell’altro come aggressore, come ostacolo, come rivale assoluto.

Il passaggio più inquietante è quando l’avversario smette di essere umano, o meglio qualcuno privo delle qualità fondamentali dell’umano. Lo psicologo Nick Haslam ha mappato queste forme di deumanizzazione; il Comitato Internazionale della Croce Rossa scrive che il linguaggio disumanizzante “spesso precede o accompagna la violenza”. È più difficile odiare una persona, con un volto, una biografia, una casa. È più facile odiare una categoria. E il passaggio dalla persona alla categoria è, forse, il vero atto di fondazione di ogni nemico.

C’è però un livello più profondo ancora. Il nemico non serve solo a dire chi è l’altro. Serve a dire chi siamo noi. Se l’altro è barbaro, noi siamo civili. Se è irrazionale, noi siamo lucidi. Se è disumano, noi siamo, finalmente, umani. Carl Schmitt pose la distinzione amico-nemico al cuore stesso del politico. Al di là delle sue ombre, l’intuizione -che il conflitto produca identità- resta. Diventa uno specchio rovesciato, che non mostra l’altro ma ciò che abbiamo bisogno di credere di essere. Una comunità che si definisce solo per sottrazione rischia di non sapere più chi è, il giorno in cui non avrà più nessuno da temere.

Oggi questa vecchia grammatica incontra una tecnologia nuova. Le appartenenze non hanno più bisogno di un territorio. Un ragazzo di Milano può sentirsi più vicino a un coetaneo di Seoul che al proprio vicino di pianerottolo. La logica della tribù non è scomparsa, si è solo smaterializzata. Ha un hashtag al posto della bandiera, una piattaforma al posto del confine  e, immancabilmente, un nemico. I contenuti che suscitano indignazione catturano l’attenzione meglio di quelli che raccontano la complessità. Non serve immaginare un complotto, basta l’incontro tra una vulnerabilità psicologica antichissima e un ambiente progettato per premiarla. Forse è questa la funzione più potente del nemico: anestetizzare la complessità.

Il mondo reale è ambiguo, gli Stati perseguono interessi molteplici, le popolazioni non coincidono con i loro governi, le culture non sono scatole chiuse. Conoscere l’altro per davvero significa scoprire che ci somiglia e ci contraddice più di quanto vorremmo, e tollerare questa ambivalenza è tra le cose che la mente, sotto minaccia, sopporta peggio. Il nemico ce ne dispensa perché basta identificarlo e  non occorre più capirlo.

Possiamo vivere senza nemici? Probabilmente non del tutto. Ogni comunità ha bisogno di confini e di identità, e una comunità senza alcuna differenza rischia di non avere alcun volto. Il problema non è abolire l’alterità, ma impedire che diventi automaticamente nemico. Si può riconoscere una minaccia reale senza trasformare milioni di persone in una categoria vuota. Si può difendere il proprio mondo senza negare l’umanità di chi sta dall’altra parte del confine. E’ la posizione , forse,  più difficile che esista, perché chiede di tenere insieme giudizio e complessità, appartenenza e sguardo aperto.

La domanda più scomoda, in fondo, non è se possiamo fare a meno di un nemico. È se sappiamo ancora chi siamo, quando non c’è nessuno da odiare. Da bambini il gioco finiva quando qualcuno gridava basta, e vincitori e vinti tornavano a casa insieme. Da adulti quella parola l’abbiamo persa. Ed è tutta lì, in due sillabe che non sappiamo più pronunciare, la differenza tra un gioco e una guerra.

Ti potrebbe interessare
Opinioni / L’Europa non ha bisogno di una nuova narrazione. Ha bisogno di rendere credibile la propria
Opinioni / 11 settembre, 25 anni dopo: gli Stati Uniti ricordano le vittime ma devono fare i conti con un Paese e un mondo cambiati per sempre
Opinioni / Il Patto della Mecca e il nuovo ordine mondiale
Ti potrebbe interessare
Opinioni / L’Europa non ha bisogno di una nuova narrazione. Ha bisogno di rendere credibile la propria
Opinioni / 11 settembre, 25 anni dopo: gli Stati Uniti ricordano le vittime ma devono fare i conti con un Paese e un mondo cambiati per sempre
Opinioni / Il Patto della Mecca e il nuovo ordine mondiale
Opinioni / L’enigma del centrodestra si chiama Vannacci (di S. Mentana)
Opinioni / Il ghiacciaio non guarda i confini (di Olivia Ninotti)
Ambiente / È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale
Economia / Mps: tutti i punti deboli del piano di Lovaglio contro Intesa
Opinioni / La società dell'Io (di G. Gambino)
Cronaca / Essere madri oggi, in un Paese che non ci vede
Cronaca / Scegliere la semplicità è un atto di resistenza