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Antonio Gozzini non era geloso: era malato. E non capirlo fa male al femminismo (di Selvaggia Lucarelli)

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 11 Dic. 2020 alle 17:55 Aggiornato il 11 Dic. 2020 alle 19:51
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Immagine di copertina
Cristina Maioli (la vittima) e il marito Antonio Gozzini

C’è questo brutto vizio – diffuso e pericoloso – di commentare le sentenze senza aver letto le carte, senza aver seguito un processo, senza conoscere le motivazioni, ritrovandosi poi a commentare dei “virgolettati”. E’ andata così con il caso di Antonio Gozzini, l’ottantenne di Brescia che ha ucciso la moglie sessantatreenne Cristina e che è stato assolto dal Tribunale di Brescia perché ritenuto “affetto da disturbo delirante di gelosia tale da escludere totalmente la capacità di intendere e volere”.

“Una sentenza patriarcale”, “Si legittima il delitto d’onore” sono tra i commenti più condivisi sui social e sui giornali, ai quali si aggiungono la manifestazione di un gruppo di donne questa mattina fuori dal palazzo di giustizia e, soprattutto, l’iniziativa del ministro Alfonso Bonafede che ha inviato gli ispettori a Brescia per svolgere accertamenti. Come a dire: se tutti protestano, c’è qualcosa che non va. Un corto circuito alimentato dalla stampa, dai social e, dispiace dirlo, da una corrente femminista priva di qualsiasi rudimento giuridico che confonde il pretesto (la gelosia) con il movente (la malattia).

Perché se solo si evitasse di interpretare le sentenze (figuriamoci un virgolettato) sull’onda dell’emotività e si imparasse, magari con l’umiltà del profano, a comprendere il linguaggio tecnico della legge (e della psichiatria), si eviterebbero ondate di populismo giudiziario che fanno male a tutti. Alla causa femminista, prima di tutto. Perché confondere una malattia mentale con la mentalità patriarcale è una faccenda seria.

Antonio Gozzini non era geloso. Era affetto da delirio di gelosia, che è una patologia e che annulla la capacità di intendere e volere. Una malattia grave, per la quale ci si avvita su se stessi, in un vortice di paranoie e false convinzioni in cui il pretesto per uccidere può diventare qualsiasi cosa. E la gelosia, appunto, è il pretesto, non “ciò che muove”. E no, Gozzini non è stato “assolto” nel senso che ora è libero di andare al bar a farsi un tramezzino. Proprio perché considerato così “malato” da essere socialmente pericoloso, è stato confinato in una struttura per l’esecuzione di misure di sicurezza (Rems). Che è l’equivalente dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, per intenderci.

Come ha detto la criminologa Roberta Bruzzone stamattina a Radio Capital quello di Gozzini da un punto di vista psichiatrico è un quadro serissimo, al quale si arriva dopo attente perizie psichiatriche e che nell’ambito delle malattie mentali è l’equivalente dello stadio terminale di un tumore. “Quando si è in questo stato, una moglie che lava i piatti è una moglie che sta cancellando le prove del suo tradimento”, secondo la Bruzzone.

Trattare un argomento del genere con i toni indignati di chi scomoda il patriarcato, il possesso, la mentalità maschilista o concludere che secondo i giudici “se si è depressi e gelosi si possono anche ammazzare le proprie compagne” è una grave e strumentale (a pensar male) manipolazione della realtà di cui il femminismo non ha bisogno. Le donne hanno così tanti (sinceri) motivi per indignarsi che non hanno alcuna necessità di cercarne di falsi. Di manipolati.

Il tutto sarebbe già abbastanza grave se non si fosse aggiunto anche l’intervento del ministro Bonafede che, evidentemente preoccupato per la pubblica indignazione (e non per l’ignoranza generale sul tema e per la totale ignoranza sulla materia penale del paese, giornalisti compresi), ha incaricato gli ispettori di svolgere accertamenti sul caso dell’uxoricida(e lo aveva già fatto per altre “sentenze mediatiche”). Sulla base di quali elementi – oltre ai tweet, ai titoli dei giornali e alla protesta disinformata e retorica di qualche femminista – non lo sappiamo.

Sappiamo però che i giudici hanno replicato: “L’infermità mentale esclude, in ragione di ogni elementare principio di civiltà giuridica, l’imputabilità”. Principio che il ministro (e avvocato) Bonafede dovrebbe conoscere. Insomma, una serie di eventi che dovrebbero spaventare tutti per due motivi: il primo è che un paese in cui la politica interferisce con il lavoro della magistratura (e ne mette in dubbio l’operato solo quando la sentenza è in trend topic su Twitter) è un paese in cui la democrazia potrebbe avere le fondamenta su una falda acquifera. Il secondo è che un femminismo forte, credibile, inattaccabile deve avere una cultura giuridica. Altrimenti, rischia di perdere la capacità di intendere e, soprattutto, di volere quel che gli spetta.

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