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È inutile istituire la Giornata della Terra se in realtà dell’ambiente ce ne freghiamo (di B. Di Giacomo)

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Credits: Flikr

La pandemia globale iniziata nel 2020, non è altro che il risultato dell’insostenibilità degli attuali modelli economici liberisti. Quei modelli, che hanno approfittato del vuoto legislativo innescato dalla New Economy per alimentare e foraggiare ancora di più l’innaturale arricchimento di pochi fortunati a discapito della massa, sono i fautori dell’attuale emergenza ambientale e sociale. L’avvento di Internet e dei Social Media è, infatti, paragonabile all’impatto delle macchine a vapore nella Prima Rivoluzione Industriale europea.

Un cambiamento epocale che ha richiesto decenni prima di essere metabolizzato. Un cambiamento che, grazie anche alle teorie di Taylor e alle applicazioni di Ford, ha esteso i suoi benefici ai ceti medi e operai- non prima di averli massacrati per un secolo-, aumentando finalmente i salari e migliorando le condizioni dei lavoratori e dell’ambiente.

Ma solo dopo la seconda Rivoluzione industriale. Perché prima, le testimonianze sulle condizioni lavorative della manodopera alla fine del Settecento, sembrano tanto la cronaca della situazione attuale degli impiegati di Amazon, costretti a fare pipì nelle bottiglie per non arrestare il ritmo forsennato delle consegne. Così come è impressionante ricordare le analogie con l’attuale situazione ambientale: gli agglomerati urbani inquinati e malsani della società ottocentesca sembrano le fotografie di Pechino oggi.

Dopo duecento anni, siamo ancora lì a discutere sull’ambiente, ma senza fare niente, perché tanto il problema sarà di qualcun altro, di quelli che verranno dopo. E il momento di non ritorno è arrivato, “quelli” siamo noi. Ora, senza voler auspicare l’avvento di un neo movimento luddista, forse, però, sarebbe il caso di scuotere le coscienze dell’attuale classe politica mondiale, sempre pronta a dimostrarsi illuminata nei confronti dei diritti più astrusi (che ne so, salvare il Panda lucano o decidere se è meglio dire Sindaca o Sindaco, rivolgendosi a una donna), piuttosto che salvaguardare i diritti universali di lavoro, salute e sanità per tutti.

Ma l’attenzione, finta e sciatta, rivolta da sempre ai problemi ambientali, ci ha portato dove siamo ora. Ed è inutile istituire la Giornata della Terra, se in realtà ce ne freghiamo. Sarà solo un altro inutile 8 marzo. Non servono le giornate della Terra, servono azioni e cambiamenti globali e irreversibili per uscire dall’irreversibile cambiamento climatico in cui ci siamo auto-cacciati. Eppure, anche a fronte di evidenti e ormai disastrosi effetti causati dalla depredazione continua e indiscriminata dell’ambiente, i Governi mondiali si spaccano e procedono in maniera arbitraria, come se il problema, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, fosse circoscrivibile.

L’esempio sotto gli occhi di tutti è fornito dall’attuale emergenza pandemica, estensione naturale dello scempio umanitario e ambientale che stiamo attuando da decenni a questa parte. Le metropoli innaturali che cancellano i limiti tra gli agglomerati urbani e gli habitat degli animali selvatici, nate per rispondere alla crescente domanda di consumo sfrenato, hanno decretato l’irreversibilità di tale modello. Se si diminuisce lo spazio tra le due realtà, è inevitabile il salto di specie.

Il virus Sars- CoV-2, letale per l’uomo, si sarebbe esaurito tra i sistemi immunitari dei pipistrelli, se non fosse stato libero di proliferare, grazie all’assenza di barriere fisiche, nelle megalopoli costruite a ridosso delle foreste. Lo sapevano tutti, compreso quel poveraccio di Bill Gates, che ha fatto la fine di Cassandra. Inascoltato e poi insultato.

Eppure pare sia andata proprio così. Anche se ancora rimane ignoto l’anello di congiunzione del salto di specie dalla fauna silvestre all’uomo e in molti sollevano dubbi sulla provenienza naturale del virus, la sostanza non cambia. Che siano stati i pipistrelli a trasmettere il Covid-19 a qualche altro animale selvatico, che a sua volta l’ha trasmesso a qualche ignaro umano in uno di quei meravigliosi retaggi del paleolitico rappresentati dagli Wet Market cinesi, dove si vendono animali selvatici vivi per uso commestibile diffuso e tollerato, o che sia colpa di un qualche incidente avvenuto in uno dei laboratori di pseudo sicurezza a Wuhan, poco cambia.

Alla fine della fiera, il problema è sempre lo stesso: una globalizzazione a senso unico, che tollera, nel nome del mercato libero, il rispetto ossessivo delle regole democratiche da una parte e la totale anarchia dall’altra. Mentre in Occidente si rispettano le rigide norme Haccp che puniscono e sanzionano chi cucina senza guanti e appende i coltelli al magnete sul muro, in Oriente si può ancora decapitare un mammifero vivo nel bel mezzo di un mercato cittadino. E ‘sticavoli delle conseguenze. L’importante è garantire un flusso costante e senza barriere delle merci e dei danari, nascondendo sotto il tappeto le evidenti discrepanze nel modo in cui si tratta l’ambiente. O l’essere umano.

Eppure ancora non ci strappiamo le vesti per questo, ma preferiamo farlo, guidati da un’informazione dopata per il Panda lucano. Scemi siamo noi, che pensiamo di salvare il pianeta con le nostre patetiche raccolte differenziate, che ci sollevano dalla colpa di aver depredato l’ambiente, a suon di Fiorentine cotte a puntino e viaggi intercontinentali a prezzi stracciati, mentre nel Terzo mondo, ma non solo, si ignorano anche le più basilari regole di rispetto dell’ambiente, che annullano i nostri miseri sforzi.

Noi, imperturbabili, continuiamo a far finta di niente, curando il nostro orticello, mentre il Pianeta muore e si ribella. Da Oslo a Los Angeles, guidando auto ibride, facciamo a gara a chi fa meglio la differenziata e a chi mangia meno carne, ignorando che alle Maldive o a Goa la spazzatura viene scaricata direttamente in mare nella totale assenza di rispetto delle basilari preoccupazioni per l’ambiente.

Chi dovrebbe intervenire (i Paesi del mondo cosiddetto civile), tace. Per tutelare la tranquillità del Mercato e dei suoi, ormai pochissimi, beneficiari: le Multinazionali e i loro proprietari. Che a tutelare davvero l’ambiente non ci pensano proprio.

Leggi anche: Quanto sono state “verdi” le politiche fiscali adottate durante la pandemia?

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