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Da Ruini a CasaPound: il caso Cucchi per espugnare l’Emilia Romagna

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 16 Nov. 2019 alle 07:46 Aggiornato il 19 Nov. 2019 alle 16:56
Immagine di copertina
Il segretario della Lega Matteo Salvini. Credit: ANSA/ANGELO CARCONI

Comunque vada a finire il prossimo 26 gennaio, la frase pronunciata da Matteo Salvini in merito alla condanna dei carabinieri responsabili del pestaggio di Stefano Cucchi è emblematica ed estremamente significativa. È emblematica perché segnala una svolta, forse definitiva, nell’approccio alla politica del leader della Lega, ormai di fatto incoronato dallo stesso Berlusconi e dalla pur ambiziosa Giorgia Meloni leader del destra centro che si presenterà alle prossime Politiche. È estremamente significativa perché ci dice che Salvini ha sì molti difetti ma anche il grande pregio di saper imparare dai propri errori.

Se quest’estate abbiamo assistito a un ministro degli Interni oggettivamente esagerato sulla spiaggia di Milano Marittima, fra bevute e pose non consone a un esponente politico di quell’importanza, adesso assistiamo a un Salvini in versione aspirante statista, molto più elegante quando si reca in televisione e, soprattutto, consapevole che ormai lo scettro che gli interessava l’ha conquistato, pertanto deve provare a convincere quella parte del Paese che un tempo, con un’espressione abusata ma chiarificatrice, avremmo definito “moderata”.

Del resto, l’intervista del cardinal Ruini al Corriere della Sera non è stata casuale. Ruini non parla mai a vanvera e, cosa ancor più importante, non parla mai senza avere in mente un chiaro disegno politico. Come ieri fu uno degli artefici, peraltro rivendicandolo, della costruzione del blocco sociale che innervò il berlusconismo, oggi vuole essere il demiurgo della nuova destra salviniana, a patto che il leader in pectore dismetta le più comode felpe e indossi le scomode ma necessarie cravatte proprie di un possibile presidente del Consiglio.

Salvini, che è uomo di mondo e ha accanto a sé consiglieri assennati come Giorgetti, ha recepito il messaggio e si è presentato in Emilia Romagna con un piglio ben diverso rispetto ai toni maramaldi usati un mese fa in Umbria. D’altronde, quella umbra era una partita già vinta: le vicende giudiziarie che hanno condotto alle dimissioni di Catiuscia Marini e l’alleanza spuria fra PD e 5 Stelle, senza amalgama e senza un briciolo di passione civile, lavoravano per lui, al pari di una candidata, Donatella Tesei, sulla cui condotta da sindaco di Montefalco si può anche eccepire ma che certamente è uno di quei leghisti di territorio che conosce la sua gente e ha il polso del luogo che si impegna a governare.

L’Emilia Romagna è tutt’altra cosa. Bersani, giovedì sera, commentando le sardine radunatesi in piazza Maggiore, l’ha definita romanticamente “un’idea” e non c’è dubbio che lo storico leader della sinistra stia cercando di unire le forze e compattare al massimo un popolo deluso e demotivato ma ancora pronto a mobilitarsi quando gli si pone davanti un nemico tangibile (e Salvini lo è) e una concezione antica e nobile del bene comune.

L’Emilia Romagna è sì la Ferrara di Alan Fabbri, capace di strappare la città al PD dopo settant’anni di indiscussa egemonia rossa e di sinistra, ma è, per l’appunto, anche la piazza di Bologna. È Prodi, è Andreatta, è la storia, è una comunità, è una visione del mondo ed è, sostanzialmente, il simbolo, l’ultimo rimasto al PD, di quello che Pasolini avrebbe definito “un Paese pulito in un Paese sporco”. Per questo, Salvini ha cambiato tutto o, quanto meno, sta recitando a meraviglia la parte che deve recitare se davvero vuole provare a compiere l’impresa che gli schiuderebbe le porte del voto anticipato.

La frase su Cucchi, da questo punto di vista, e non ce ne voglia il diretto interessato, è un atto di “veltronizzazione” dell’ex capopopolo in felpa che, qualche anno fa, arringava le folle incitando all’uscita dall’euro. Dalla parte della sorella Ilaria e della sua nobilissima battaglia, d’accordo, ma anche contro la droga che fa male ed è bene ricordarlo: questo è stato il senso della dichiarazione di Salvini. La prima affermazione serve a rassicurare il cardinal Ruini e i moderati ex berlusconiani sul fatto che non sia più l’uomo del Papeete che gira a torso nudo mettendo in imbarazzo l’intero governo italiano al cospetto dei partner europei. La seconda serve a rassicurare quella galassia che identifichiamo per convenienza con CasaPound, anche se va ben al di là, e che un tempo si sarebbe definita “destra estrema”. Da una parte, le croci e i rosari; dall’altra, le fiamme e le celtiche.

Lo ha capito Salvini e lo ha capito bene anche Giorgia Meloni, tanto che è opportuno ricordare che l’onorevole Bignami (di cui si è parlato a lungo come possibile candidato alla guida della regione rossa per eccellenza, prima che Salvini, in seguito al trionfo in Umbria, riuscisse a imporre definitivamente la Borgonzoni) qualche anno fa militava in Forza Italia e adesso sta in Fratelli d’Italia. Non ha mai chiesto scusa per la foto “goliardica” in cui indossava una svastica al braccio né per aver postato su Facebook, insieme al consigliere comunale felsineo Marco Lisei, un video in cui segnalava i nomi degli stranieri regolarmente assegnatari di una casa popolare; in compenso, ha fiutato per tempo l’aria che tira e la crisi irreversibile del berlusconismo e ha traslocato verso un lido più sicuro e un partito in forte ascesa, a dimostrazione di quale sia l’egemonia culturale dell’odierna destra italiana e mondiale.

L’antico conducator che aveva bisogno di urlare molto e destare costantemente impressione per risollevare le sorti di una Lega uscita a pezzi dalle Politiche del 2013, al punto che quando Salvini divenne segretario si parlava addirittura di una clausola salva-Lega da inserire nella legge elettorale, oggi ha vinto la sua sfida. Ha condotto il Carroccio là dove non era mai stato in trent’anni di vita, ha rivoltato il centrodestra come un calzino e ne è diventato il perno e il capo, eleggendo presidenti in regioni dove un tempo la Lega neanche si presentava e, sulla scorta del vento trumpista che spira ovunque nel mondo, lanciando il guanto di sfida a un Conte palesemente in difficoltà.

A differenza del M5S, che sa fare il Pierino a meraviglia ma non regge la prova di governo, il camaleonte Salvini ha iniziato il suo travestimento. Gli mancava il “ma anche”: ieri ha colmato, cinicamente, la lacuna. Che la battaglia di Stalingrado abbia inizio!