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Le dimissioni di Luigi Di Maio sanciscono la fine dell’era democristiana del M5S

Di Luca Telese
Pubblicato il 22 Gen. 2020 alle 12:59 Aggiornato il 22 Gen. 2020 alle 12:59
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Immagine di copertina
Luigi Di Maio

Dovrebbe essere un arrocco, la mossa di arretramento tattico che ti permette di uscire dall’assedio nella guerra implacabile degli scacchi, e invece rischia di diventare un boomerang, ovvero il tiro sghembo che ti ritorna addosso e ti mette al tappeto.

Da giorni le dimissioni di Luigi Di Maio dal ruolo cruciale di capo politico si sono trasformate da rumors in realtà, e invece di contenere la sconfitta politica del leader, la sanciscono definitivamente.

Di Maio cade sotto le pressioni concentriche del big bang a Cinque stelle, dice addio perché è stato intossicato dai troppi veleni e dai veti incrociati, ma cade – caso più unico che raro – come vittima anticipata di una sconfitta annunciata, quella dell’Emilia Romagna.

È forse solo la prima vittima di una onda che si solleverà potente dopo il 26 gennaio rischiando di travolgere ogni cosa. Il vero limite delle sue scelte è che il capo politico si è messo in una condizione paradossale: perde se Bonaccini vince senza di lui. E perde anche – e soprattutto – se Bonaccini viene battuto per colpa sua, ovvero con il M5s che è determinante nella sconfitta contro la destra.

Mai – dunque – ci fu errore di sottovalutazione più grande: Di Maio convinto che “presentarsi da soli”, dopo il pasticciaccio della consultazione (con domanda arroccata) di Rousseau fosse una soluzione, un modo per disinnescare il peso del voto regionale.

E quella consultazione che invece diventa di ora in ora la madre di tutte le battaglie, l’onda che si solleva possente e mette a rischio anche il governo. Nel giorno in cui il capo politico viene travolto sarebbe ingeneroso non ricordare la sua impresa, raccogliere poco più che trentenne il trenta per cento dei voti, superare anche il 27 per cento del fondatore Beppe Grillo. Quella di un’impresa unica, una grande prova di tenuta.

Ma – allo stesso tempo – la parabola del capo politico la dice lunga, in tempo di Turbopopulismo, della velocità con cui si logorano la leadership.

Il “capo barbaro” ha sempre dentro di se risorse che ne favoriscono l’ascesa repentina, ma spesso anche dei deficit che gli rendono difficile la permanenza. In questa ritirata, che nella sua testa dovrebbe propiziare un ritorno e una resurrezione, il mondo vede qualcosa di diverso da quello che vede Di Maio. Il capolinea di una strategia.

È come se il ministro degli Esteri non si fosse accorto dei grandi limiti della sua politica di questi mesi: il primo era l’impossibilità di reggere il peso dei suoi doppi (e tripli) incarichi.

Il secondo, molto più grave, quello di non aver capito che la scelta del governo giallorosso era per lui irreversibile: non era più ipotizzabile un ritorno all’origine, il fascino sottile del né-né.

Il Movimento 5 Stelle, come ha capito per esempio un possibile successore, Stefano Patuanelli, è ormai collocato irreversibilmente in un campo, quello che si contrappone alla Lega.

Correre in Emilia contro il centrosinistra equivale a correre contro se stessi. Ecco perché Di Maio è la prima vittima della battaglia dell’Emilia Romagna.

Ed ecco perché – probabilmente – non sarà l’ultima. O il M5s – chiunque sia l’erede – capisce che la fase barbara è finita e che per lui è venuto il tempo delle scelte di campo, oppure sarà travolto.

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