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    Coronavirus, le nostre città semivuote sono bellissime, ma noi non sappiamo più vivere in una dimensione umana

    Carnevale ambrosiano nel centro di Milano con poche maschere e molte mascherine, Milano, 29 febbraio 2020. ANSA / GIULIA COSTETTI

    In questi giorni le nostre città d'arte sono più belle e vivibili. Ma il crollo del turismo provoca crisi economica nei vari settori e licenziamenti: la dimostrazione che il nostro modello produttivista va ripensato. Per riscoprire la fragilità, la lentezza, la bellezza

    Di Roberto Bertoni
    Pubblicato il 7 Mar. 2020 alle 17:48 Aggiornato il 9 Mar. 2020 alle 19:26

     

     

    Coronavirus, le nostre città semivuote sono bellissime, ma noi non sappiamo più vivere in una dimensione umana

    Come tutte le buriane, prima o poi, anche il Coronavirus passerà. È finita la peste del Trecento e anche quella descritta dal Manzoni, sono terminate le carestie e persino guerre lunghe trenta o addirittura cento anni. Ciò che, invece, rimarrà è la sensazione di un prima e di un dopo. C’è stato un prima, caratterizzato da opulenza, eccessi e dalla barbara sensazione che si possa crescere all’infinito e che tutto si possa sempre comprare, e ci sarà un dopo in cui saremo chiamati a fare i conti con una sobrietà dovuta alle minori risorse e, speriamo, anche a una seria riflessione su noi stessi e sul nostro modo di essere.

    Ho letto con attenzione le riflessioni del professor Montanari sul Fatto Quotidiano di venerdì e, per quanto leggermente forzate, le trovo comunque interessanti. Montanari, da sempre contrario al turismo selvaggio e all’utilizzo della cultura e della bellezza artistica e paesaggistica del nostro Paese per meri fini economici, ha messo in evidenza come le nostre città d’arte, con meno affluenza, siano assai più belle e vivibili. Certo, per tassisti, albergatori, ristoratori e altre categorie del settore o dell’indotto si tratta di una tragedia e guai a sottovalutare il fenomeno dei licenziamenti e dell’impossibilità per le suddette categorie di arrivare alla fine del mese. L’auspicio è che lo Stato intervenga e sostenga economicamente, per quanto possibile, tutti coloro che questa crisi ha messo a terra, altrimenti davvero rischiamo la catastrofe sociale. Ciò premesso, va anche detto che non sta bene una Nazione che per vivere ha bisogno di un afflusso turistico smodato, forsennato, consumistico, che deturpa il paesaggio, mette a rischio la bellezza stessa grazie alla quale le suddette categorie vivono e rende invivibili luoghi che avrebbero, all’opposto, bisogno di cura, tutela e rispetto pressoché costanti. Se a ciò aggiungiamo una considerazione pratica, ossia che anche il turismo, alla lunga, è un mercato di sostituzione e che, presto o tardi, persino i cinesi la nostra bella Penisola se la saranno girata in lungo e in largo, dunque magari andranno altrove, dobbiamo cominciare a riflettere su come valorizzare il tesoro che abbiamo a disposizione senza isterismi e senza metterlo a repentaglio.

    Spiace dirlo, ma è in gioco il nostro modello di sviluppo, il nostro modo di vivere, ciò che siamo e i dogmi economici e lavorativi che hanno caratterizzato l’ultimo trentennio. Spiace dirlo, ma quest’idea del cittadino consumatore, una sorta di formica che non fa altro che lavorare, che di fatto vive per lavorare, che è sempre consumatore di qualcosa e cliente di qualcun altro, questa visione volta a un arricchimento che, in realtà, è tale solo per il famoso uno per cento in cima alla piramide mentre per tutti gli altri costituisce una forma progressiva di impoverimento, questo modello sociale e di sviluppo non è più sostenibile.

    Proprio perché siamo il Paese più bello del mondo, con una gastronomia meravigliosa e un clima che ci favorisce rispetto agli altri, dobbiamo abbattere il muro produttivista che ci ammorba dai tempi del boom economico, peraltro magistralmente riassunto da Giorgio Bocca nella stigmatizzazione del “fare soldi per fare soldi per fare soldi”, e cominciare a vivere in maniera più salutare. Il che non significa dismettere le fabbriche o abbandonarci al mito del buon selvaggio, tutti col reddito di cittadinanza e zero produzione. Né significa non riconoscere che abbiamo una manifattura straordinaria, un grande artigianato e una produzione di beni di lusso di cui quasi nessun altro paese dispone. Significa, al contrario, rallentare. Sì, bisogna riscoprire la fragilità, la lentezza, la bellezza, la cura del territorio e accettare che non si può stressare la comunità, il suolo, il bacino idrico e quant’altro con continue costruzioni, continui investimenti, continue sagre di paese spacciate per grandi mostre, eccessi d’ogni sorta e tutta una serie di pratiche volte unicamente a sfruttare fino alla consunzione ciò che abbiamo di più prezioso.

    Qualcuno, specie a sinistra, dovrà cominciare a prendere in considerazione l’idea che se lavorassimo tutti almeno un’ora in meno, a parità di salario, magari mostre e monumenti potremmo goderceli anche noi italiani. E se i salari, grazie a questa circolazione di denaro dovuta al maggior tempo a disposizione per vivere, dovessero alzarsi anche un po’, ecco che potremmo riscoprire quella cultura della prossimità che, magari, ci indurrebbe a visitare una chiesa o un monumento quando abbiamo del tempo libero, a mangiarci un gelato in santa grazia di Dio e ad andare poi al cinema o a mangiarci una pizza. E se la smettessimo con questa balzana idea che a scuola bisogna andarci per duecento giorni all’anno e decidessimo di asciugare un po’ dei programmi oggettivamente pletorici e ridondanti per dedicare circa centottanta giorni alla didattica tradizionale e una ventina o anche di più alle visite culturali, state pur certi che nessuno ne uscirebbe più ignorante: saremmo molto più ricchi in tutti i sensi. Perché il bambino o il ragazzo che ha visto da vicino un quadro di Caravaggio o la cupola del Brunelleschi o un affresco di Giotto, poi magari ha voglia di approfondire e va in libreria o chiede ai genitori di portarcelo, e si sa che i libri sono come le ciliegie e che certe passioni, quando sbocciano, non sfioriscono più.

    Per troppo tempo abbiamo portato a esempio la favola di Esopo sulla cicala e la formica, esaltando oltremodo la formica senza renderci conto che un conto è lo spreco insensato, ben diversa è un’idea della vita che contempli anche lo svago, il tempo libero e la gioia di stare insieme, di ammirare un quadro, di investire su beni immateriali ma estremamente importanti per l’avvenire della comunità. La ricchissima Lombardia, patria delle fabbrichette, delle città satellite sul modello americano, della sanità privata al posto di quella pubblica e di una visione individualista in cui ognuno procede per sé e tanti saluti, posta di fronte a un nemico impossibile da fronteggiare senza venirsi incontro l’uno con l’altro, si sta forse rendendo conto che la bolla in cui è vissuta negli ultimi decenni non è più sostenibile. In Lombardia come in tutto il resto d’Italia, d’Europa e del mondo.

    Se da questa disgrazia dovessero uscire sconfitti il liberismo selvaggio che ci vuole tutti a testa china a eseguire ordini, il partito del PIL, i consumatori dissennati di suolo e coloro che concepiscono ogni cosa unicamente in funzione del possibile ritorno economico che ne deriva, persino un dramma come il Coronavirus avrebbe avuto qualche effetto positivo. Se tutto dovesse tornare com’era prima, senza suscitare alcuna analisi critica, al prossimo giro non faremmo più in tempo a tornare indietro.

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