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Il virus riscrive l’autobiografia della nazione (di Marco Revelli)

Di Marco Revelli
Pubblicato il 25 Mar. 2020 alle 07:55 Aggiornato il 25 Mar. 2020 alle 16:31
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Il drone sorvola le strade deserte della periferia a caccia del passeggiatore solitario, del ragazzo in bicicletta fuori rotta, della signora senza sacchi della spesa. Intanto, un paio di chilometri più in là, nella prima cintura, decine di capannoni, di fabbriche e fabbrichette, restano aperti e densi di uomini e donne al lavoro. Una cintura di focolai potenziali circonda la città, riempie pullman e metropolitana al cambio-turno, fa girare non solo l’economia ma anche il morbo: è l’effetto del pressing asfissiante, indecente, che Confindustria e le altre più piccole rappresentanze imprenditoriali hanno fatto fin da subito, dalla notte dell’ultimo messaggio di Conte al Paese per annunciare l’ulteriore “giro di vite”.

Da allora lobbisti e piazzisti dell’industria del denaro hanno lavorato senza tregua per allungare le liste degli “autorizzati”, per “tenere aperto” tutto l’apribile, a buona o a cattiva ragione: che fossero davvero attività “strategiche” (ma strategiche per cosa? per la salute? per il Pil? per il settore militare?) oppure no. Ne hanno tenuti 8 milioni, inchiodati alle macchine e ai banchi di lavoro come post-moderni “servi della gleba”. Questo mondo industriale che in un mese e mezzo, da quando è incominciata la crisi sanitaria nel cuore dell’operosa Lombardia, non ha saputo tirar fuori un’idea – una sola! – su come aiutare la comunità nazionale e sul proprio possibile ruolo “sociale”.

Questo apparato industriale che si vanta di essere uno dei più potenti del mondo, e che fino a oggi non ha saputo nemmeno fornire le mascherine salvavita, riconvertendo anche solo un segmento minimo dei propri comparti, per far fronte a una domanda “vitale”. Tutti questi, nelle settimane della passione, hanno saputo solo ripetere come pappagalli che “la produzione non si tocca”, e chiedere, chiedere, chiedere. Mettendosi di traverso a ogni richiesta di sacrificio, anche marginale, mentre tutto il paese si sacrificava in silenzio. C’è la burocrazia, si dirà, che blocca e frena. Ed è vero: peggio degli imprenditori assenteisti sono i burocrati zelanti. Ma i tempi eterni e le norme bizantine degli appalti non bastano a spiegare il vuoto di “offerta” di prodotti salvavita: si sarebbe potuto costituire in tempi rapidi un consorzio produttori, un’offerta in grado di battere ogni “massimo ribasso”, aprire tavoli di contrattazione centrali o decentrati, istituire canali diretti di fornitura. Invece nulla. Un vuoto che sa di disinteresse totale.

Così il provvedimento che doveva “chiudere tutto” ha chiuso poco. So benissimo – mettendomi nei panni dei tecnici dei ministeri competenti – quanto sia difficile districare la matassa delle filiere produttive, e separare quanto è “vitale” da quanto è “accessorio” ai fini del bene comune. Ho studiato per anni i nuovi paradigmi produttivi, la “fabbrica integrata”, l’”economia dei distretti”. So quanto sia diventata spaventosamente stretta l’interdipendenza tra unità produttive dislocate lungo linee di subfornitura lunghe, cosa comporti la logica del “just in time”, con scorte zero, e le componenti che devono arrivare in tempi precisi da altrove. E conosco fin troppo bene che cosa ci sia dietro la retorica della “lean production”, della produzione snella, della fabbrica fatta dimagrire al massimo per tagliare i costi fissi, dell’out-sourcing” per ottenere il “down-sizing”, termini anglosassoni dietro cui si cela una vulnerabilità estrema di ogni punto produttivo rispetto alle “contingenze” che si manifestino in un altro punto con esso interconnesso: figuriamoci una contingenza estrema come una pandemia.

Non vorrei essere nei panni di chi – decisore pubblico – deve stabilire cosa sia irrinunciabile e cosa no. Ma se chi deve essere “autorizzato” o “tagliato” trucca pure le carte, se ognuno sgomita per essere tra gli autorizzati anche a costo di mentire, allora si finisce per gettare la spugna. E aprire le porte del mondo del lavoro al contagio. Per questo tendo, nella circostanza, in particolare per la discussa serata di sabato, a lodare il governo, che almeno ci ha provato, mettendoci la faccia, e a deprecare i players bari che sedevano al suo tavolo. E con loro i governatori Don Abbondio delle regioni, primo fra tutti il desolante Fontana, pronto a gridare di chiudere tutto sui giornali e in Tv e nello stesso tempo a piegarsi ossequioso ai diktat di Confindustria nei corridoi del Pirellone, dimentico che le ordinanze di chiusura delle fabbriche spettano al Presidente della Regione – esattamente come la celebrazione dei matrimoni nella diocesi di Milano nel ‘600 spettavano ai parroci.

Il virus, insomma, riscrive l’”autobiografia della nazione”. Svolge un ruolo di “rivelazione” dei suoi mali profondi, che sono purtroppo sempre gli stessi. “Autobiografia della nazione”, aveva definito Piero Gobetti il fascismo, fin dal suo nascere, nel 1922. E intendeva dire che in esso trovavano la propria sintesi e incarnazione le tare storiche del nostro processo di costruzione come nazione, segnato dalla marginalità delle classi popolari nella formazione dello Stato e dall’egoismo di ceti proprietari spesso parassitari e poco innovativi. Non è molto diverso da quanto si vede oggi, dopo 75 anni di democrazia: resiste un mondo del privilegio che si chiude a difesa della propria intoccabilità, e rifiuta di “mettersi al servizio” di una causa comune che riguarda tutti.

Un ceto economicamente dominante che in questi decenni ha pensato più ad accumulare che a investire, più a speculare che a innovare (gli investimenti in “Ricerca e Sviluppo” sono tra i più bassi nell’OCSE), più a chiedere che a dare. Che ha pensato di “fare competizione” più schiacciando i salari verso il basso che migliorando il prodotto verso l’eccellenza, tifando per ogni taglio al welfare (anche, e in primis, alla Sanità) operato da politici ignavi e per ogni possibile detassazione. È a questi vizi ancestrali che bisognerà dare un taglio, quando – finita l’emergenza sanitaria – si tratterà di affrontare l’emergenza ricostruzione.

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