Dalla mascherina in diretta al lanciafiamme: governatori nell’era Coronavirus (di M. Romano)

Di Massimo Romano
Pubblicato il 28 Mar. 2020 alle 16:27 Aggiornato il 28 Mar. 2020 alle 16:28
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Immagine di copertina
A sinistra Attilio Fontana, al centro Vincenzo De Luca, a destra Luca Zaia.

Dalla mascherina in diretta al lanciafiamme: governatori nell’era Coronavirus

È  il 4 febbraio, il premier Giuseppe Conte interviene sulle richieste dei di tre regioni (Veneto, Lombardia e Friuli) e della provincia di Trento di mettere in quarantena i bambini rientrati dalla Cina da meno di 14 giorni, e quindi di non mandarli a scuola per il rischio Coronavirus. Il premier risponde: “Ci dobbiamo fidare delle autorità scolastiche e sanitarie, se ci dicono che non ci sono le condizioni per il provvedimento in discussione invito i governatori del nord a fidarsi di chi ha specifica competenza”.

Un problema di “competenza”

Inizia tutto con un confronto sulla “competenza”. Non sulla bravura, sulla capacità di orientarsi su un determinato tema, ma sulla reale legittimazione normativa di un’autorità o di un organo a svolgere determinate funzioni. Il sistema sanitario in Italia, infatti, ha ampie aree di competenza regionale, ed era d’altronde del tutto impreparato ad una emergenza nazionale di questo tipo. Quando il picco dei morti raggiunge il record di 793 morti, le Regioni iniziano a muoversi autonomamente per ciò che gli compete. Lombardia e Piemonte chiudono tutto quello che è di competenza delle Regioni, dagli uffici pubblici ai cantieri. Così come Campania ed Emilia, che emanano proprie ordinanze. I governatori diventano i nuovi legislatori. Chi in un modo più aggressivo e autoritario, chi con un fare istituzionale e diplomatico, sono i veri protagonisti della scena mediatica nazionale.

La Campania di De Luca, ordinanze e lanciafiamme

Dalla rabbia contro i “buontemponi che vendono per strada zeppole farcite di crema al coronavirus”, al “Mi arrivano notizie che qualcuno vorrebbe preparare la festa di laurea. Mandiamo i carabinieri, ma li mandiamo con i lanciafiamme”. È la comunicazione autoritaria e decisa di Vincenzo De Luca, governatore della Campania, che mercoledì ha prorogato fino al 14 aprile su tutto il territorio regionale il divieto di uscire dalla propria abitazione. Il primo a farlo in Italia.

Come è stato lungimirante nel chiudere i parchi, i parrucchieri, nel vietare lo sport all’aperto e il jogging, nell’impedire alle persone di spostarsi tra i vari comuni. Tutte ordinanze che hanno anticipato quelle del Governo. Il suo modo di fare e il suo linguaggio sono diventati virali. Condivisi sui social anche da Naomi Campbell. Ma i meme non intaccano né la sua autorità, né tantomeno la sua popolarità.

Fresco di rielezione, Bonaccini usa il pugno di ferro

Stefano Bonaccini piace in Emilia Romagna. Una conferma importante nelle elezioni appena tenutesi e un consenso allargato. Dimostra, inoltre, di essere un governatore risoluto e deciso. È tra i primi a prendere decisioni dure e restrittive. Dispone, in anticipo rispetto al Governo e a molte altre regioni, la chiusura al pubblico di tutti i parchi e giardini pubblici e riduce ulteriormente le possibilità di spostamento dei cittadini, imponendo anche la chiusura degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande nelle aree di servizio poste all’interno dei centri abitati. Un linguaggio mai aggressivo e un tono istituzionale che rassicura e dà forza.

Povera Lombardia. La più colpita, senza una strategia di reazione

È il 27 febbraio scorso, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana annuncia in diretta Facebook che una delle sue strette collaboratrici è risultata positiva al Coronavirus. Motivo per cui è stato effettuato il test a tutti quelli che sono entrati in contatto con lei. Tutti negativi, compreso Fontana, che decide comunque di mettersi in auto isolamento per due settimane. Durante la diretta (da solo nella stanza) indossa una mascherina. Un gesto inutile. Chi aveva paura di contagiare? Il suo Pc? L’effetto, oltre alle numerose critiche, è la creazione di ansia e preoccupazione nei lombardi. Non prende decisioni. Non interviene.

Si lamenta per l’assenza dei posti in ospedale, ma non studia un piano di intervento e di azione. Non è mai rassicurante, non ha mai risposte e il suo linguaggio verbale e paraverbale fa trasparire impreparazione. E sull’aumento di giovedì dei contagi in Lombardia, mostra tutta la sua debolezza: “Dovremo valutare se è un fatto eccezionale determinato da qualche episodio particolare o se è un trend in aumento, il che sarebbe un po’ imbarazzante. Non so se è arrivato il picco o se ci è sfuggita qualcosa, queste valutazioni spettano ai tecnici, io posso solo dire che personalmente sono preoccupato”.

Tutto bene nel Lazio, ma quell’aperitivo sui Navigli…

Nicola Zingaretti parte bene. Una comunicazione positiva. Si mostra sereno e sicuro di sé. Senza paura mostra la vera realtà del problema, ma lo fa con aria rassicurante. La situazione nel Lazio sembra sotto controllo e la sua sicurezza arriva al cittadino. Fino a quando non dichiara di essere positivo al Coronavirus. E qui gli crolla il mondo addosso. Non tanto per il contagio, che crea anche empatia e vicinanza, quanto per il fatto che, neanche una settimana prima, era andato a fare un aperitivo sui Navigli per sostenere la “Milano che riparte” di Sala. È un boomerang clamoroso. Scompare per il periodo successivo. Probabilmente per curarsi da questo maledetto virus. Ma durante la sua assenza dalle scene succede qualcosa di curioso: il Pd guadagna punti percentuali nei gradimenti e accorcia le distanze con la Lega.

Il Veneto solitario, silenzioso e funzionale

Luca Zaia sbaglia un colpo. E lo sbaglia in maniera clamorosa. Parla di cinesi che mangiano topi vivi e crea un bell’incidente diplomatico. Poi torna in sé e decide autonomamente di seguire la strada sud-coreana, predisponendo tamponi a tappeto, per trovare il virus anche negli asintomatici, quelli forse più pericolosi nella trasmissione del Covid-19. Individuato il focolaio di Vo’ Euganeo, lo isola. E lo fa sul serio. Come avrebbe dovuto fare la Regione Lombardia con Bergamo o con altre realtà colpite. A differenza di Fontana, è risoluto e attivo. Ascolta i professionisti e segue i loro consigli senza colpo ferire. È tra i primi a sostenere il “blocco totale” e, sempre sul modello sud-coreano propone di sospendere le norme sulla privacy e lasciare ai sistemi sanitari di essere un po’ più liberi. Un passo deciso e controverso sul tema del tracciamento.

La Liguria che informa e contiene

Giovanni Toti, governatore della Liguria, sceglie una linea istituzionale. E funziona. La sua Regione soffre più di molte altre, mancano i posti in degenza ospedaliera. Case al mare, turismo del weekend, navi da crociera in difficoltà. Ma tiene la calma e agisce. È il primo a proibire lo spostamento verso le seconde case ed anticipa il Governo su scelte e misure più drastiche. Non usa toni esagerati ed evita gaffe. Informa continuamente i suoi cittadini sull’andamento del virus e sulle misure prese. Funziona.

Quando la stagione sciistica è più importante delle vite umane: il Trentino

Capisco finalmente il termine Regione a Statuto Speciale. È speciale perché può fare quello che vuole. È speciale perché al suo interno, la provincia di Bolzano può emanare norme di contingentamento e la provincia di Trento può far finta di nulla. Quando si chiede a Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento e vicepresidente della Regione, se sia il caso di chiudere gli stabilimenti, risponde (8 marzo) “L’ipotesi di chiudere gli impianti, come misura preventiva estrema, non è mai stata presa seriamente in considerazione. Troppe le controindicazioni, in particolar modo di carattere economico e di immagine”. Ma bastano pochi giorni e tanti contagi per smentire le sue parole. Solo a Messina, sono risultati positivi al Covid-19 115 persone tornate dalla settimana bianca in Trentino.

Il problema della competenza comunicativa

Insieme all’autonomia su alcune scelte e decisioni, le Regioni hanno scelto di appropriarsi di un’altra competenza, quella comunicativa. Perché in mancanza di una linea comune e condivisa, si può solo improvvisare e scegliere di parlare per se stessi. Se in emergenza la smettessimo di essere una costellazione di città-stato e provassimo finalmente a fare l’Italia unita? I camici bianchi riusciranno a fare quel che non hanno fatto le camicie rosse di Garibaldi? Possibile che regioni ed enti locali varino provvedimenti ad hoc, divieti, ordinanze e perfino App di mappatura sanitaria che non si parlino tra loro? Sarebbe forse il caso di capire che se non si fa sistema, non si può vincere questa battaglia.

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