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Se il governo non dà una speranza, il Paese non regge

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 28 Apr. 2020 alle 07:58 Aggiornato il 28 Apr. 2020 alle 08:33
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Immagine di copertina
Giuseppe Conte. Credit: Ansa

Doverosa premessa: non sono favorevole ad alcun governissimo. Le ipotesi che circolano da settimane circa un eventuale eseutivo a guida Draghi non solo non mi convincono ma le reputo assai dannose per il Paese, specie se si considera il prestigio globale di cui gode Draghi e il ruolo che potrebbe esercitare al termine del settennio di Mattarella al Quirinale. Bruciare una personalità del suo calibro per dar vita a un inguacchio senza futuro, con dentro il peggio del peggio, al solo scopo di tutelare gli interessi di pochi e senza minimamente preoccuparsi della mancanza di consenso che quest’operazione avrebbe nel paese, significa condannare l’Italia all’abisso dell’anti-politica o, forse, a qualcosa di peggio. Del resto, se persino una figura autorevole come l’ingegner De Benedetti ha avvertito la necessità di comunicare, sul Foglio di sabato, che “il governo non esiste, i partiti non esistono, le istituzioni sono liquefatte, lo Stato centrale litiga con le regioni… e se arrivasse l’uomo forte gli italiani se lo prenderebbero”, significa che i timori per un declino, morale e politico, della nazione sono tutt’altro che infondati.

Ciò premesso, va detto anche che il governo Conte ci sta mettendo del suo per affondarsi. Spiace dirlo, ma la conferenza stampa di domenica sera non è stata per nulla convincente. Se la Fase 2 non può iniziare perché il numero di contagi e di decessi ancora non lo consente, se si teme una seconda ondata che potrebbe avere proporzioni devastanti, se si è convinti che la situazione, in caso di riapertura ai primi di maggio, potrebbe precipitare nell’arco di poche settimane, lo si deve dire con chiarezza. A Conte e al governo sta mancando quel discorso di verità che da queste parti invochiamo da tempo. Non si può tenere la gente blindata dentro casa senza spiegarle il perché, senza fornire motivazioni convincenti, senza illustrare con dovizia di particolari la serie di rischi cui ci esporrebbe una ripresa precipitosa di una vita che non sarebbe certo normale ma quanto meno dignitosa. Se a prevalere dovesse essere, invece, la paura di tutto, compresa quella relativa alla riapertura del campionato di calcio, gli italiani esploderebbero.

L’esecutivo dà, infatti, l’impressione di essere a conoscenza di un solo lato del problema: il dramma sanitario in corso, con le terapie intensive che cominciano a malapena a respirare, gli operatori medici ancora in trincea, il vaccino ancora lontano e i test e le cautele necessarie che non bastano per tutti e non comprono una parte sufficiente della popolazione. E non c’è dubbio che questa sia l’emergenza principale. Poi, però, c’è l’altra faccia della medaglia, tutt’altro che secondaria, e riguarda i rischi connessi alla desertificazione lavorativa e industriale cui stiamo andando incontro. Un Paese che già non cresceva da vent’anni, con un debito pubblico esorbitante e una produzione in affanno, posto di fronte a questa sfida, è a un passo dal tracollo. Le dimensioni epocali della battaglia che abbiamo di fronte, mescolate con la giungla di regole e regolette imposte da regioni ormai simili a feudi privati più che a enti amministrativi, rendono bene l’idea del disastro che si profila all’orizzonte.

Non è tanto il 15 per cento in meno di PIL a spaventarci e nemmeno il debito pubblico che dovrebbe sfiorare il 155 o, forse, il 160 per cento. La vera cifra del domani che si prospetta, oltre al bisogno di abbracci, affetto, calore umano e gentilezza, virtù che la pandemia ci ha fatto in parte riscoprire, è la miseria che potrebbe travolgere dieci milioni di persone, conducendo all’inferno intere famiglie e favorendo un clima di tensione sociale in cui, come hanno spiegato bene sia Stefano Folli che il già citato De Benedetti, un qualunque esaltato, con molta considerazione di sé e dei propri mezzi e un’intelligenza neanche troppo spiccata, potrebbe farsi venire in mente strane idee. Nessun allarmismo, nessun complottismo, nessuna esagerazione: semplice conoscenza della storia di questo Paese, delle sue vicende politiche e civili, degli anni che precedettero l’avvento al potere di Mussolini e dei tentativi di colpo di Stato che hanno avuto luogo fra gli anni Sessanta e Settanta, dal Piano Solo targato SIFAR al golpe Borghese rientrato all’ultimo istante. Ed era un’Italia, quella, con un debito pubblico pienamente sostenibile, un’economia tutto sommato sana, partiti e sindacati fortissimi e una guida politica che oggi non ce la sogniamo nemmeno.

Il punto è che la povertà cambia le teste, modifica il modo di ragionare, rende violenti, feroci, barbari, induce persino le persone più miti e posate a dare di matto. L’incertezza fa il resto, ed è per questo che il governo dovrebbe innanzitutto preoccuparsi di fornire una speranza concreta a una Nazione in ginocchio, trattando i cittadini da adulti e non da bambini, dando l’impressione di fidarsi di loro e di apprezzarne i sacrifici, gli sforzi e lo spirito civico. E anche l’informazione dovrebbe smetterla di porre l’accento sui pochi fessi che stanno violando le regole, trascurando la stragrande maggioranza degli italiani che sta rispettando alla lettera imposizioni che in parte contrastano con il dettato costituzionale. Mi viene in mente un racconto di Carlo Azeglio Ciampi: “Tornai nella mia Livorno nel ’44 e trovai una città in cui non c’erano né acqua né luce né gas. Eppure, avevamo il cuore pieno di speranza”. Ecco quale fu il motore della ricostruzione, del boom economico, del benessere, della stabiilità politica.

Fu l’idea, ben espressa da don Milani in una sua celebre affermazione, che “sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”. Fu l’idea che dalle macerie ci saremmo rialzati insieme e saremmo stati più forti e migliori e questo prontamente acadde. Certo, stavolta non abbiamo dovuto cacciare i nazisti, non siamo saliti sui monti per compiere la Resistenza, non c’è stato lo stesso eroismo, la stessa epica e la stessa grandezza morale di allora. Ma non è che i piccoli gesti quotidiani di solidarietà, i canti ai balconi, le bandiere esposte e, soprattutto, il rispetto delle regole e i progetti per il futuro siano poi tanto da meno. Non comprendere che il nostro è un popolo straordinario, non prenderlo per mano, non parlargli con serietà e franchezza e non dare l’impressione di stimare chi ha accettato ogni costrizione senza batter ciglio, ben sapendo che le conseguenze, economiche e non solo, sarebbero state devastanti per sé e per la sua famiglia, vuol dire non meritarsi la fiducia degli italiani. Date le alternative che si prospettano, la speranza è che Conte ne sia ancora all’altezza.

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