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No, il catcalling non è affatto un complimento

Immagine di copertina
"American Girl in Italy", 1951, copyright 1952-1980 Ruth Orkin

Sono nata e cresciuta in un posto in mezzo alla campagna che si chiama Borgata Aurelia. Un piccolo villaggio – all’epoca erano poche case di tufo – a qualche chilometro da Civitavecchia, in cui c’erano tre cose: una piazzetta con un bar, una tabaccaio e delle aiuole di cemento, un grande arco all’ingresso nel villaggio, un campo da calcio sgangherato e una caserma. La caserma 1° Battaglione Bersaglieri La Marmora Civitavecchia.

Per me la presenza della caserma a 100 metri da casa, significava molte cose: intanto, la mia sveglia della mattina tutti i giorni alle 7,10 in punto era la fanfara. Una marcetta allegra, troppo allegra per quell’ora, che mi costringeva a un risveglio senza decompressione. La sentivo, e sapevo che era ora di prepararmi per la scuola.

Ingrid, la mia vicina di casa e migliore amica, era figlia del maresciallo più noto (e temuto) in caserma. Ogni tanto lo vedevo rientrare a casa, mentre giocavamo, col suo cappello piumato, e mi sembrava una specie di eroe severo e impenetrabile. E poi c’erano, appunto, i militari (quando il servizio militare era obbligatorio).

Arrivavano da tutte le regioni d’Italia, in particolare dalla Sicilia e dalla Sardegna, ma non solo. Erano, ovviamente, ragazzi molto giovani che un po’ come me, diventata ormai adolescente, godevano di una libera uscita con poche possibilità: al massimo, una passeggiata in piazza o un bus per Civitavecchia.

Le nostre vite, dunque, si incrociavano quasi tutti i giorni, più volte al giorno, anche perché la fermata del bus più vicina alla caserma era esattamente di fronte casa mia, che era la prima a destra entrando dall’arco.

Parto da qui, per spiegare cosa sia il catcalling, perché quella fermata, quel bus, quella caserma sono stati passaggi indimenticabili dell’adolescenza. Perché non ricordo il singolo episodio (che già comunque sarebbe abbastanza), ma quel disagio costante e imbarazzato nel trovarmi al centro di sguardi, gomitate, battute (spesso in dialetto) che non capivo o, purtroppo, capivo.

É stato il mio imprinting col branco, con il cameratismo volgare, con le attenzioni maschili. Ero una ragazzina rimasta più o meno invisibile fino alle medie, poi diventata improvvisamente florida e appariscente intorno ai 14 anni. Quelli in cui cominciavo a prendere il bus per uscire con gli amici, con i primi amori. Quelli in cui mettevo le prime gonne, un po’ di trucco. Quelli in cui mi vestivo, anche, per piacere al ragazzino che piaceva a me.

Io quei viaggi in bus o anche la semplice camminata verso la piazza per andare a comprare un gelato o la farina a mia mamma me li ricordo bene. Ricordo la vergogna nel sentire ridacchiare quei ragazzi al mio passaggio, le parole fuori posto, gli inseguimenti, le battute sulle tette, i “sei carina” viscidi, quelli che mi venivano vicino chiedendomi come mi chiamavo e talvolta gli insulti perché non rispondevo.

Ricordo le guance che mi si infiammavano, io che guardavo dritta davanti a me fingendo che quei ragazzi non esistessero, che fossero dei fantasmi, delle voci nelle orecchie. Il sollievo quando mi mollavano e li sentivo allontanarsi, il sollievo quando magari mi passavano accanto e non dicevano nulla, il sollievo quando uno di loro diceva: lasciala stare.

Ricordo che alle volte guardavo dal terrazzo di casa se fosse il momento buono per uscire, se la strada fosse libera o ci fossero gruppi di ragazzi. Se ne scorgevo qualcuno prendevo la strada laterale, allungavo il percorso ma ero certa che nessuno mi avrebbe notata.

Alle volte, quando il bus si avvicinava alla mia fermata e vedevo che tanti, troppi ragazzi erano già saliti in piazza, rinunciavo. Tornavo a casa. Salire su un bus con 30 sconosciuti uomini mi provocava un’ansia insostenibile. Non c’erano neppure i cellulari, neppure la possibilità di fingere di non vedere o sentire, di chiamare qualcuno, di isolarsi dalle attenzioni moleste.

Il periodo estivo poi, prendevo il bus per andare al mare, quindi pochi vestiti e il costume sotto, un inferno. Mi vergognavo, tantissimo. E questo, qui sta il nodo fondamentale, nonostante io all’epoca fossi entusiasta di piacere ai ragazzi. Era una sensazione nuova, che mi faceva sentire apprezzata e importante.

Peccato che quella sensazione non avesse nulla a che fare con ciò che provavo sul bus o per strada quando ricevevo attenzioni feroci, invasive e mortificanti. Non mi sentivo apprezzata, ma aggredita. Sentivo che la mia femminilità provocava reazioni morbose, che il mio spazio non era più mio.

Ecco, se dovessi spiegare il catcalling ai tanti analfabeti emotivi (e alle tante analfabete emotive) che ho sentito parlare a sproposito in questi giorni, direi che chi fa catcalling non fa un complimento. Occupa uno spazio non suo. Si appropria di una familiarità che non gli è stata concessa, annulla le giuste distanze, commenta ad alta voce ciò che pensa di una sconosciuta che gli passa accanto perché quella sconosciuta in quel momento è un semplice oggetto.

Nessuno, di norma, commenta ad alta voce il suo pensiero su qualunque essere umano gli passi accanto. Si commentano le cose – una macchina, un paesaggio, la facciata di un palazzo, le vetrine di un negozio – non le persone e non in modo che possano sentire.

Il discorso vale per tutti tranne che per le donne, costrette a subire attenzioni e commenti non richiesti, non desiderati perché, appunto, in quel momento sono oggetti. Oggetti sessuali.

Chi parla di “complimenti” salta un passaggio fondamentale. Il complimento è una parola gentile, detta in un’atmosfera di momentanea o prolungata familiarità, in cui esistono scambio e reciprocità. Il complimento non è tale se prevede invasioni e l’abbattimento, a senso unico, delle distanze. E le distanze sono un diritto, sanciscono il grado di confidenza e lo spazio che intendiamo concedere all’altro.

Il fatto che le donne, purtroppo, fatichino spesso anche ad ottenere un diritto così elementare, dovrebbe essere oggetto di indignazione, non di minimizzazione. E passino le battute idiote di Pio e Amedeo (“Cioè, ‘che bel vestito a fiorellini, ce lo aggiungiamo il gambo?’ non si può più dire?’) o le idiozie del Faina, ma che tante persone dotate di strumenti e perfino tante donne non comprendano quanto un fischio o una qualsiasi attenzione non richiesta siano lontani dal concetto di complimento è disarmante.

Disarmante soprattutto perché il commento indesiderato è considerato gradito e legittimo se la donna lo subisce da sola. Se la donna è in compagnia di marito o fidanzato, l’apologeta del catcalling, probabilmente ringrazia l’artefice del fischio con una manata in faccia. Perché sia chiaro: in un modo o in un altro, la donna resta sempre un oggetto. Del marito, del fidanzato o, in assenza del maschio alfa accanto, del maschio dotato di fischio polifonico.

Leggi anche: L’irresistibile antipatia di Matteo Renzi (di Selvaggia Lucarelli)

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