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Il capitalismo ci annulla come individui: ecco come sfuggire a un sistema che ci rende infelici

Immagine di copertina
Credit: Maxime Leonard / Hans Lucas

"Voler essere i migliori in quello che facciamo è naturale, ma così diventiamo oggetti della nostra vanità. E perdiamo di vista chi siamo veramente". Sul nuovo numero del settimanale di TPI l'analisi del sociologo Arthur C. Brooks

Da economista, ho assistito a una profusione di spiegazioni complesse sulla nota opposizione di Karl Marx al capitalismo. Eppure il ragionamento di Marx si riduce a un concetto semplice: la felicità. L’autore del Capitale credeva che il capitalismo, trattando gli individui come rotelle di un ingranaggio nel quale conta solo la produttività, rendesse le persone infelici. «L’attività spontanea dell’umana fantasia, dell’umano cervello e del cuore umano opera indipendentemente dall’individuo. Appartiene a un altro, è la perdita del lavoratore stesso», scrisse Marx nel suo saggio del 1844 Teoria dell’alienazione. I lavoratori, dal suo punto di vista, sono “oggettificati”, trasformati in miseri involucri. Si può essere d’accordo o meno su questo pensiero, ma è indubbio che molte persone si auto-infliggono la pena descritta da Marx: troppi di noi lavorano sodo, ambiscono al successo e si auto-trasformano in oggetti, in eccellenti macchine da lavoro e strumenti efficienti. Si impegnano perché mirano al successo professionale, da cui traggono soddisfazione e felicità. In realtà, però, l’auto-oggettificazione ci preclude entrambe e ci conduce a una vita in cui si raggiungono risultati senza provare gioia e si mancano invece altri traguardi, irraggiungibili. Per essere davvero felici, allora, dobbiamo spezzare queste catene che noi stessi ci mettiamo. Sulla felicità Marx aveva ragione: l’oggettificazione dell’individuo ne riduce il benessere….
** Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul The Atlantic – Traduzione italiana di Ann Bissanti)
Continua a leggere sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui
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