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L’America rimanda a casa Trump. Joe Biden vince grazie al Covid

Di Luca Telese
Pubblicato il 7 Nov. 2020 alle 20:55 Aggiornato il 8 Nov. 2020 alle 15:15
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Immagine di copertina
Credit: Fucecchi/TPI

Stavolta si può dire davvero: ha vinto Joe Biden. E ha vinto perché ha avuto un alleato feroce, implacabile e prezioso: il Covid.
È stato il virus ha intaccare il mito dell’uomo forte, fino a tramutarlo – malgrado la guarigione dalla malattia a tempo di record – nella Storia di un leader vulnerabile. È stata l’emergenza Covid a distruggere il capitale di consenso di una ripresa portentosa, è stato il Corona Virus a produrre i due grandi esiti di questa campagna elettorale: lo spostamento dei lettori anziani e delle donne scolarizzate, nel campo dell’opposizione al Trumpismo.

Malgrado questo la campagna di Trump è stata tecnicamente perfetta: candidato repubblicano ha combattuto come un leone, ha messo il proprio corpo nella battaglia senza rete, senza risparmiarsi, in modo addirittura spericolato. Trump conosceva la sua America, e l’ha mobilitata perfettamente. Il punto è che mentre questo accadeva, gli anticorpi dell’Altra America, mobilitavano un altro esercito, contro di lui, di segno e forza speculari ed opposti. Biden non ha cancellato l’inedita carta geografica del consenso che il trumpismo ha disegnato nella società postmoderna. Non ha ribaltato la fiducia conquistata negli Stati della ruggine: ma questa minoranza di massa, arrabbiata, aggressiva e credula, ha prodotto quello che con a Hillary Clinton non era accaduto. Un rigetto. Biden non è stato l’artefice di questo processo, ma ne è stato il catalizzatore. Il suo volto botulinizzato, la sua aria démodé, la sua anzianità incolore lo hanno reso il nome giusto per non respingere nessuno dei diversissimi fiumi di opposizione carsici che la presidenza carismatica e dispotica di Trump aveva alimentato. E a questi affluenti lunghi ha aggiunto l’ultima e decisiva famiglia politica: quella dell’americano medio spaventato dalla spericolatezza, dalla sfrontatezza, dall’imprevedibilità.

È così che alla fine l’evento che diventa il punto di svolta è stato davvero quella malattia, il modo in cui il presidente l’ha affrontata. Ed è forse questo il fenomeno più interessante dal punto di vista mediatico: la fiaba superonistica del Regeneron guaritivo ha esaltato gli ultras ma non ha tranquillizzato la classe media, non l’ha rassicurata dai suoi timori esistenziali. È stata una salvazione individuale, prodigiosa, ma non è stata una catarsi collettiva. Il racconto del presidente combattente, non è mai diventato quello di un re taumaturgo capace di cambiare il destino di un’intera nazione, non ha convinto gli americani, che il Trumpismo potesse vincere anche la lunga e drammatica guerra del Covid.

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