Ora Autostrade non diventi la nuova Alitalia: la nazionalizzazione non serve a nulla

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 9 Lug. 2020 alle 13:32 Aggiornato il 9 Lug. 2020 alle 13:32
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C’è un risvolto tutto economico relativo al pronunciamento della Corte Costituzionale in merito alla legittimità dei decreti che hanno imposto ad Autostrade le spese di demolizione e ricostruzione del Ponte Morandi, e l’operatività assegnata allo Stato. Il risvolto riguarda il valore delle azioni di Atlantia, la holding che possiede l’88% di Autostrade per l’Italia (il 5% è di proprietà del fondo nazionale cinese Silk Road Fund, e il 6.94 di Appia Investimenti srl) e ne coordina la direzione. A seguito del pronunciamento della Consulta, le azioni di Atlantia hanno perso in poche ore oltre il 13% del valore, arrivando a circa 12 miliardi di capitalizzazione.

Una dinamica che potrebbe influenzare la trattativa per il possibile acquisto di Autostrade da parte dello Stato, una delle alternative messe in campo da Conte, insieme a quella di revoca della concessione. Il premier ha espresso la volontà di chiudere al più presto la vertenza Aspi, e già oggi potrebbero essere definiti degli accordi sull’acquisto e la nazionalizzazione della società. Quest’ultima ipotesi, però, non è né di semplice realizzazione né, probabilmente, la migliore opzione possibile per lo Stato. Il rischio infatti è quello di assistere a un nuovo caso Alitalia, con esborsi da parte dello Stato, trattative infinite, progetti che iniziano e terminano, e danni su contribuenti e infrastrutture per miliardi di euro.

Le leggi dell’Unione Europea non prevedono infatti la possibilità di avviare processi di nazionalizzazione di imprese private senza un accordo tra le parti, e oltre la legge, anche i conti non sarebbero semplici da gestire. Il gruppo Atlantia non comprende infatti solo Autostrade, ma anche società di gestione autostradale e infrastrutturale in Brasile (4.900 chilometri), Cile, Francia, India. Fa parte del gruppo, ad esempio, il 64% dell’Aeroporto di Nizza, e oltre 1.700 chilometri di rete autostradale in concessione in Spagna. Lo Stato Italiano dovrebbe quindi acquistare – attraverso Cassa Depositi e Prestiti o una sua controllata – un ramo di azienda, o l’intero gruppo, oppure solo una parte: questo non è chiaro. In caso di acquisto dell’intera azienda, lo Stato si troverebbe a diventare imprenditore nei Paesi sopra citati e a trasformare in dipendenti pubblici gli oltre 7.300 lavoratori dell’azienda.

L’esigenza di Conte sembra quindi quella di dare un segnale politico, più che rispondere ad un reale esigenza di gestione di un processo complesso come quello delle infrastrutture stradali, come se la nazionalizzazione di Autostrade potesse risolvere i problemi che vivono i cittadini, o “compensare” il danno subito dalla caduta del Ponte Morandi. Una scelta che potrebbe costare cara ai contribuenti e ad uno Stato già colpito fortemente dal danno alle casse pubbliche dovuto alla crisi del Covid-19. Se la gestione di Autostrade è stata fallimentare, se i controlli autostradali non sono stati sufficienti (con responsabilità di Ministero e società), sarà la magistratura a dimostrarlo e lo Stato a deciderne le conseguenze.

Ma quando la politica entra nelle dinamiche imprenditoriali, non può esservi certezza di risultati qualitativamente e quantitativamente migliori di una gestione privata o mista. Ad oggi non esistono, almeno a livello di dibattito politico, molte alternative: la revoca delle concessioni, la possibilità di nuove gare per la gestione delle infrastrutture, o la continuità operativa ad Autostrade. La vicenda è complessa: se da un lato la politica ha il bisogno (e forse anche il diritto) di dare una “lezione morale” a seguito del crollo del Ponte Morandi, dall’altro una scelta più politica che pratica rischia davvero di compromettere ulteriormente i già fragili equilibri economici del nostro Paese.

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