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Chi salva i migranti se le navi sono in porto?

In futuro saremo ricordati come coloro che hanno concesso a Minniti e a Salvini di far morire migliaia di persone in mare. Oppure potremmo essere quelli che hanno scelto di fermare questa strage. E in questa fase storica nessuno potrà appellarsi al “non ne sapevo niente”

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 19 Mar. 2019 alle 09:40 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 00:48
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Immagine di copertina
Credit: Jorge Guerreri/ Afp

La navi umanitarie, le “Rescue boat” delle ONG, mancavano dal Mediterraneo Centrale dalla fine di gennaio, quando la Sea Watch 3 da Lampedusa fece rotta verso la Sicilia orientale per ripararsi dalla tempesta in arrivo. A seguito di questo iniziò una lunga trattativa prima dello sbarco a Catania.

Quasi due mesi di inattività forzata hanno lasciato un vuoto nel Mediterraneo che ha portato al silenzio assoluto su quel tratto di mare. Un silenzio in cui i sovranisti e i detrattori delle ONG sguazzavano e dicevano: “Vedete, non ci sono le ONG e quindi i barconi non partono, non ci sono migranti in mare”.

Erano invece gli stessi migranti che denunciavano la loro presenza in mare, la loro fuga dalla Libia. Lo hanno fatto arrivando direttamente a Lampedusa o vicino Malta, lo hanno fatto morendo e, trasportati dalla correnti, tornando sulle coste libiche a decine.

Decine di cadaveri. Però i media hanno coperto poco queste notizie e quindi, per la gran parte dell’opinione pubblica, il problema non esisteva. Il Mediterraneo è un cimitero in movimento, una massa d’acqua che nasconde i corpi di migliaia di persone che muoiono nell’indifferenza totale. La Open Arms è ferma in porto a Barcellona, bloccata dal Governo spagnolo, così come la Aita Mari, nave basca che non è mai riuscita a prendere il largo.

La tedesca Sea Eye, che ha intitolato la propria nave al piccolo Alan Curdi, il bambino curdo morto sulla spiaggia in Bodrum, è ferma a Palma de Mallorca e la Sea Watch 3 è in attesa dei permessi nel porto di Marsiglia. L’Aquarius è stata disarmata a dicembre sempre nel porto francese.

La Mare Jonio, dell’italiana Mediterranea, era a Palermo da dicembre, prima in stand by volontario e poi, da fine febbraio, in attesa dei permessi per uscire.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

La Mare Jonio non ha avuto nemmeno il tempo di uscire dal porto di Palermo e dirigersi verso le coste libiche che, grazie alla segnalazione dell’aereo Moonbird, di proprietà della tedesca Sea Watch e gestito da “Piloti Volontari”, ha effettuato un soccorso in mare di circa 50 persone a largo di Zuwara, località a ovest di Tripoli e famosa per le partenze.

Il Ministro degli Interni italiano si è subito affrettato a dire che chiuderà i porti italiani, nonostante la Mare Jonio batta bandiera italiana.

Una mossa che tranquillizza il suo bacino elettorale “dall’invasione” tanto urlata ma che al tempo stesso sposta l’attenzione dal problema principale: oltre al “porto sicuro più vicino” che impone la legge internazionale della navigazione, la battaglia portata avanti dal leader della Lega è sulla presenza in mare di navi pronte a fare soccorso, perché questo salvataggio non ha nulla di speciale rispetto agli altri centinaia fatti negli anni passati, ma avviene a più di due mesi di distanza dall’ultimo.

In due mesi potrebbero morire centinaia di persone e noi non ne sapremmo nulla. Probabilmente se non ci fossero stati Moonbird e la Mare Jonio non sapremmo nemmeno di questo naufragio.

Giusto pochi giorni fa l’opinione pubblica e la stampa sono venute a conoscenza di un salvataggio effettuato dalla autorità maltesi grazie a un comunicato delle stesse che assumeva toni molto piccati contro l’Italia, rea di aver lasciato la piccola imbarcazione con 87 persone a bordo per quasi 48 ore alla deriva, in attesa che qualcuno intervenisse.

Ma se quel “qualcuno” è fermo in porto, bloccato dagli stessi Governi che non vogliono intervenire, chi salva le persone? Questo esempio è fondamentale per scardinare l’assioma “nessuna Ong in mare = nessun barcone lascerà le Coste della Libia”, perché niente e nessuno potranno mai fermare chi scappa dalla guerra, dalla tortura, dagli stupri, dalle violenze. Perché nessuno mette i suoi figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra [Warsan Shire].

La fuga come unica speranza di salvezza è il filo rosso che unisce tutti i popoli del mondo. Le navi militari europee della “Missione Sophia” si limitano al pattugliamento e alla difesa delle coste, come se, appunto, i migranti fossero una minaccia militare, qualcosa da fermare e non persone da salvare. E allora cosa devono fare le persone che scappano dalla guerra e dalla fame?

Siamo di fronte ad un cortocircuito in cui l’unica soluzione è la morte, sia che essa avvenga in Libia, sia che essa avvenga in mare. Se i governi non intervengono, se le navi militari degli stessi fanno solo protezione, se le ONG non possono uscire dai porti per qualche cavillo burocratico, le persone devono morire?

In futuro saremo ricordati come coloro che hanno concesso a Minniti e a Salvini di far morire migliaia di persone in mare, persone innocenti. Oppure potremmo essere quelli che hanno scelto di fermare questa strage.

E in questa fase storica nessuno potrà appellarsi al “non ne sapevo niente”.

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