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Roma, le ruspe hanno fallito: migranti, donne e bambini al gelo in strada | VIDEO

A distanza di due mesi esatti dallo sgombero di piazzale Maslax a Roma, quella situazione di disagio e precarietà si è solo spostata e i volontari del Baobab fanno quello che possono per dare un supporto ai tanti, vecchi e nuovi, migranti che non hanno dove andare

Alle prime luci dell’alba del 13 novembre 2018, un cospicuo numero di agenti di polizia e forze dell’ordine, accompagnati da ruspe e blindati, faceva il suo ingresso in pompa magna nel piazzale Maslax, nei pressi della stazione Tiburtina a Roma.

Circa 136 migranti vennero fatti allontanare, il campo informale del Baobab Experience veniva smantellato e chiuso.

“Ordine” e “decoro” sono state le parole d’ordine del ministero dell’Interno che ha gestito l’operazione, mentre per i migranti, da allora, nessuna soluzione è stata prospettata.

A distanza di due mesi esatti, quella situazione di disagio e precarietà si è solo spostata e i volontari del Baobab fanno quello che possono per dare un supporto ai tanti, vecchi e nuovi, migranti che non hanno dove andare.

Oltre i reduci dello sgombero, in queste settimane, sono arrivate decine di nuovi migranti.

“Siamo stati tutti imbambolati mentre si decideva il futuro di 49 migranti bloccati sulla Sea Watch, e nessuno si è accorto che gli sbarchi non sono mai finiti. Eritrei, somali, marocchini sono arrivati sulle coste della Sicilia e della Calabria, e da lì hanno raggiunto anche Roma. Sono dublinati  (vittime del Regolamento di Dublino, ndr) ,migranti di passaggio, ma anche persone che con il decreto Sicurezza hanno perso la protezione umanitaria, e non sanno cosa fare e dove andare. Si aggiungono ai migranti rimasti ancora esclusi dal sistema di accoglienza istituzionale, nonostante le promesse che ci erano state fatte dai rappresentanti delle Istituzioni prima e dopo gli sgomberi”.

Lo racconta a TPI Andrea Costa, portavoce del Baobab Experience, che ci ha mostrato come sono costretti a vivere i tanti ragazzi, donne e bambini che necessitano di condizioni umanitarie migliori a piazza Spadolini, a poche decine di metri da piazzale Maslax.

“Ora dormono sotto la pensilina della stazione Tiburtina, in questo momento ci sono in strada donne e bambini che supplicano di essere portati subito “a casa” perché si gela. I centri a loro dedicati non apriranno prima delle 20 e 40 e siamo qui a stringerci nei cappotti e nelle coscienze in attesa che i volontari li possano portare a destinazione”, prosegue Andrea.

Credit: Lara Tomasetta

Arrivano a decine al presidio di Piazzale Spadolini, nonostante l’annuncio dei porti chiusi.

“Sono sempre tra le 60 e le 80 persone. Fin quando ci sarà l’ordinanza per l’emergenza freddo, i più fortunati potranno dormire all’interno della stazione Tiburtina, ma dal 17 gennaio torneranno a trascorrere la notte in strada”.

Sono le otto di sera, la temperatura è calata, c’è vento e il freddo, dopo diverso tempo all’aperto, comincia a farsi sentire.

È il momento della distribuzione dei pasti da parte dei volontari: i migranti sono in fila, c’è chi si ripara nei giubbotti, chi ha il cappello fino agli occhi e chi resta nei sacchi a pelo, intontito dal freddo.

Incontriamo una giovane donna, probabilmente eritrea, con un bambino di quasi due anni. Non parla inglese, comunichiamo a gesti. Sorride, nonostante la situazione. Sembra allegra.

Il vento aumenta, il bambino gioca con gli altri migranti, ma con il sopraggiungere del freddo la madre lo posiziona sulla schiena, lo avvolge in un telo e in tre coperte che lega su suoi fianchi per tenerlo al caldo e al sicuro.

Da quella piccola montagna sbucano solo due grandi occhi che ci fissano e sembrano porre molte domande.

Intorno a noi il degrado è evidente e si alternano momenti di tensione. Molte persone hanno infilato i loro pochi averi nei buchi delle pensiline e restano fermi nei sacchi a pelo.

Le scale che conducevano probabilmente a un altro ingresso della metropolitana sono chiuse, ma qualcuno ha divelto la barriera e quella scalinata si è trasformata in un bagno a cielo aperto.

Credit: Lara Tomasetta

I pasti vengono distribuiti alla meno peggio su una panchina di cemento, i volontari si danno da fare, cercano di portare allegria e si impegnano per lasciare tutto pulito: armati di scopa e paletta puliscono i resti della cena.

Uno sforzo vano date le condizioni generali del piazzale.

“I volontari ce la stanno mettendo tutta: le attività, riprese a ritmi frenetici, impiegano decine di persone che condividono la strada con i migranti durante il giorno, cercando con i pasti caldi e un vestiario adeguato, di sopravvivere al freddo”, sottolinea Andrea.

“Resistiamo, per natura e per senso di responsabilità ma l’assenza e l’accanimento delle Istituzioni stanno rendendo la vita di queste persone e le nostre vite per empatia e rispetto, troppo dura.


Troppo poche e precarie le risposte: 40 brandine offerte dal Comune e Ferrovie dello Stato poche ore ogni notte (dalle 21.00 alle 05.00), chissà per quanti giorni ancora, e continui rifiuti a cui seguono le solite scuse degli addetti ai call center del Comune, proprio quelli che dovrebbero fornire un supporto”.

Credit: Lara Tomasetta
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