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Che cos’è il franco Cfa e perché non ha nulla a che fare con i migranti che arrivano in Italia

Di Laura Melissari
Pubblicato il 24 Gen. 2019 alle 09:33 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:27
Immagine di copertina
Un pescatore maliano. Credit: Michele Cattani/ Afp

“Se oggi noi abbiamo gente che parte dall’Africa è perché alcuni paesi europei con in testa la Francia non hanno mai smesso di colonizzare l’Africa. Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta “il franco delle colonie” e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese”.

Sono le parole di Luigi Di Maio che da alcuni giorni tengono banco nel dibattito pubblico italiano. Il leader del Movimento Cinque stelle è convinto che parlare dei morti in mare non serva a nulla se non alla “propaganda”, e che sarebbe molto più utile soffermarsi sulle cause dell’immigrazione invece che sugli effetti.

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Luigi Di Maio sostiene che la Francia stia colonizzando, e di conseguenza impoverendo, il continente africano. In seguito alle sue parole, il ministero degli Esteri di Parigi ha convocato l’ambasciatrice italiana, Teresa Cataldo, per avere “chiarimenti”.

Ma cos’è il “franco delle colonie” di cui parla Di Maio? Innanzitutto parlare di “franco delle colonie” è sbagliato. Corretto è invece parlare di Franco CFA, che nel 1945 significava Franco delle Colonie Francesi d’Africa, e oggi diventato acronimo di Comunità Finanziaria Africana.

Si tratta della moneta comune usata in diversi stati africani in seguito a un accordo tra la Francia e 14 paesi africani siglato nel 1945 e riconfermato nel 1958.

Attualmente è in vigore nei seguenti Paesi: Camerun; Ciad; Gabon; Guinea Equatoriale; Repubblica Centrafricana; Repubblica del Congo; Benin; Burkina Faso; Costa d’Avorio; Guinea-Bissau; Mali; Niger; Senegal; Togo. La maggior parte di questi ha fatto parte dell’impero coloniale francese.

Di questi, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, fanno parte dell’Unione economica e monetaria ovest-africana (Uemoa), mentre i restanti cioè Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad fanno invece parte della Cemac, la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale.

Gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici e prevedono una serie clausole:

– un tipo di cambio fissato alla divisa europea; (un euro è pari a 655,957 franchi CFA)

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– piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese;

– fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, a garanzia del cambio monetario);

Dopo l’introduzione dell’euro, il valore del franco CFA è stato agganciato alla nuova valuta; è comunque la Banca di Francia e non la Banca centrale europea che continua a garantire la convertibilità del franco CFA.

Da un punto di vista tecnico è uno strumento volto a facilitare il commercio in quanto non prevede alcuna attività di cambio ed essendo garantita da riserva valutarie “importanti” assicura una certa stabilità, evitando il rischio dell’inflazione.

Un esempio: se una multinazionale fa importazioni-esportazioni in questi Paesi, anziché dover gestire 14 valute, ognuna delle quali potrebbe essere influenzata dalla volatilità legata alle situazioni politiche locali, avrà a che fare con una sola valuta, più stabile e ancorata all’euro.

In cambio di questa stabilità, la Francia chiede un deposito pari al 50 per cento delle riserve di cambio di queste nazioni presso la sua Banca centrale. L’adesione a questo sistema è su base volontaria.

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Secondo Luigi Di Maio i migranti africani che muoiono in fondo al Mediterraneo, o che arrivano in Italia se ci riescono, lo fanno a causa della colonizzazione da parte della Francia e, appunto, del franco Cfa, che frena lo sviluppo.

Ma se prendiamo in considerazione i primi 10 paesi di provenienza dei migranti, secondo il bollettino diffuso dal ministero dell’Interno, vediamo come solo gli ultimi 3, Costa d’Avorio, Mali e Guinea adottano il franco Cfa. I numeri di queste persone non arrivano a 3000, secondo i dati del dipartimento di pubblica sicurezza aggiornati al 31 dicembre 2018. (Costa d’Avorio 1.064, Mali 876 e Guinea 810).

I primi paesi, Tunisia, Eritrea, Iraq, Sudan, Pakistan, Nigeria, Algeria, poco o nulla hanno a che fare con il sistema del franco Cfa.

A uno sguardo più “attento” si potrà notare che questi paesi hanno anche altri problemi che spingono i loro abitanti a fuggire, e che ridurre tutto alla tesi della “colonizzazione” significa semplificare il tema complesso ed enorme dell’immigrazione.

Lo stesso Massimo Amato, professore di Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale all’Università Bocconi di Milano, e spesso citato come “guru” da Di Maio e dal M5s, ha detto che le sue frasi sono state travisate.

“Non c’è nessun vantaggio strettamente economico della Francia a gestire il franco Cfa. Anzi, ci sono un po’ di costi. E non c’è un rapporto diretto con l’immigrazione. Le statistiche che sono state fatte vedere, per quanto opinabili, hanno dimostrato che la maggior parte dei migranti che arrivano da noi non provengono da quei Paesi. Quindi, non possiamo inferire che se non ci fosse il franco cfa non ci sarebbero gli immigrati”, ha detto il professore in un’intervista a la Repubblica.

Vediamo nel dettaglio qual è la situazione da cui scappano i migranti:

Guinea

La ricchezza mineraria della Guinea lo rende potenzialmente uno dei paesi più ricchi d’Africa, ma i suoi abitanti sono tra i più poveri della parte occidentale del continente.

In passato la Guinea – diventata indipendente dalla Francia nel 1958 – era lo snodo nevralgico della tratta degli schiavi diretti in America.

Oggi il paese fa parte della lista delle Nazioni Unite dei paesi meno sviluppati, e ha uno degli Indici di Sviluppo Umano più bassi del mondo – il181esimo posto su 187 –, con un valore inferiore allo 0,4. Questo indicatore tiene conto dei diversi tassi di aspettativa di vita, istruzione e reddito nazionale lordo pro-capite.

L’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dalla Liberia e dalla confinante Sierra Leone hanno colpito l’economia già in difficoltà della Guinea. Nel paese non mancano gli scontri su base etnica e le tensioni con le nazioni vicine.

Si tratta di un paese fragile e insicuro a causa della criminalità e della disoccupazione. Qui diritti essenziali come quelli economici, sanitari e all’istruzione sono poco tutelati. Torture e maltrattamenti delle forze dell’ordine sono frequenti, come mostra il rapporto 2016-2017 di Amnesty International.

I crimini e le violenze nei confronti delle donne sono alti. Il governo guineano ha recentemente lanciato una campagna per combattere le mutilazioni genitali femminili: circa il 97 per cento delle donne tra i 15 e i 59 anni hanno subito questa pratica nonostante sia vietata dalla legge.

Reporter senza frontiere classifica la Guinea al 101esimo posto su 180 paesi nel World Press Freedom Index.

Costa d’Avorio

Per alcuni decenni dopo l’indipendenza dalla Francia del 1960, la Costa d’Avorio ha vissuto un lungo periodo di pace, stabilità e prosperità economica. Dal 2002 però una ribellione armata ha spaccato il paese in due, generando una perenne instabilità.

La Costa d’Avorio è il più grande esportatore mondiale di fave di cacao e i suoi cittadini godono di un livello di reddito più alto rispetto ad altri paesi della regione. Tuttavia, anche in questa nazione la tutela dei diritti umani è scarsa.

I residenti delle foreste protette della Costa d’Avorio vivono nella costante paura di sgomberi arbitrari, estorsioni e abusi da parte delle autorità di tutela delle foreste. Le manifestazioni di protesta delle opposizione sono costantemente represse dalle forze di sicurezza.

In seguito alla campagna elettorale delle elezioni del 2010, ci furono oltre tremila morti nelle violenze politiche tra i sostenitori dell’ex presidente Gbagbo e il leader dell’opposizione e attuale presidente Ouattara.

Nel gennaio del 2016, il Tribunale penale internazionale ha avviato un processo proprio nei confronti dell’ex presidente Gbagbo e dell’ex ministro della gioventù Charles Blé Goudé, per crimini contro l’umanità commessi durante la crisi del 2010 e del 2011. Il paese si trova all’81esimo posto nella classifica World Press Freedom Index di Reporter senza frontiere.

Mali

Il Mali è uno dei più grandi paesi del continente africano. Dopo l’indipendenza dalla Francia nel 1960, ha attraversato ribellioni, periodi di siccità, colpi di stato e 23 anni di dittatura militare, fino alle elezioni democratiche del 1992.

Nel 2013, in seguito a un colpo di stato dei tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad e degli islamisti, è intervenuta una forza multinazionale a guida francese, su mandato delle Nazioni Unite, per ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali. Nonostante l’avvio delle trattative di pace, il conflitto nel paese è ancora attivo.

Nel frattempo, continuano le insurrezione jihadiste nelle regioni settentrionali e centrali, con attacchi da parte dei militanti legati al-Qaeda. Queste tensioni persistenti hanno causato decine di morti e sono sfruttate dai gruppi armati – anche quelli legati al governo – per raccogliere sostegno e reclute, come i bambini soldato.

Le forze governative hanno risposto agli attacchi dei gruppi armati islamici con operazioni che spesso hanno portato ad arresti, esecuzioni, torture e maltrattamenti arbitrari.