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Il discorso di Theresa May sulla Brexit a Firenze

La premier britannica ha proposto di mantenere il pieno accesso al mercato unico dell'Unione europea per due anni dopo Brexit, garantendo che i cittadini europei potranno continuare a vivere nel Regno Unito

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 22 Set. 2017 alle 14:11 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:52
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Immagine di copertina

Alle 15 di venerdì 22 settembre la prima ministra britannica Theresa May ha tenuto un discorso a Firenze per riferire le ultime novità sui negoziati per la Brexit. Al fianco della May, presenti anche il Cancelliere dello scacchiere (il ministro delle Finanze britannico) Philip Hammond, dal ministro degli Esteri Boris Johnson e dal ministro per la Brexit, David Davis.

Il discorso era stato presentato come “il discorso d’addio” del Regno Unito all’Unione europea e ha lo scopo di sbloccare la situazione di stallo negoziati tra Bruxelles e Londra.

Mentre il Regno Unito vuole portare aventi i colloqui e iniziare a parlare prima del futuro rapporto commerciale con l’Unione europea, l’Europa rifiuta di discutere di tali accordi finché non si raggiunga un progresso sufficiente sull’accordo finanziario per il “divorzio” di Londra, sul confine tra Irlanda e Unione europea e sulla protezione dei diritti dei cittadini europei immigrati in territorio britannico.

Dopo il colpo ricevuto dai conservatori di May alle elezioni di giugno 2017, l’ipotesi di una hard Brexit (cioè di una separazione netta del Regno Unito dall’Unione europea) sembra ormai definitivamente accantonata. Per questo la prima ministra ha dovuto presentare la sua nuova visione su uno dei temi politici più importanti al momento nel Regno Unito.

Cosa ha detto Theresa May

La transizione

La novità principale del discorso di May è stata la proposta di un periodo di transizione di due anni dopo la Brexit, prevista per il 2019. Questo garantirebbe il pieno accesso del Regno Unito al mercato unico dell’Unione europea fino al 2021, quando sarà completata la negoziazione di un accordo completo sulle future relazioni tra Londra e Bruxelles.

In assenza di un periodo di transizione, dal 29 marzo 2019 verranno a cadere automaticamente tutti gli obblighi ma anche i privilegi di cui godono le imprese britanniche all’interno della Comunità europea.

Un’indagine condotta ad agosto 2017 su un significativo numero di imprese del Regno Unito, ha rivelato che i datori di lavoro britannici hanno bisogno di un periodo di transizione di almeno tre anni per “preservare la prosperità” conquistata.

Dopo il discorso di May, una fonte governativa di Londra, rimasta anonima, ha riferito all’agenzia Reuters che il Regno Unito “non è preparato a pagare per l’accesso al mercato unico in questo periodo aggiuntivo”.

I confini e i diritti dei cittadini

In cambio dell’accesso al mercato unico per altri due anni, Theresa May ha offerto ai cittadini europei immigrati nel Regno Unito di restare nel paese. “Vogliamo che restiate, siete per noi un valore aggiunto. L’impegno è di assicurare che voi continuate a vivere le vostre vite come prima”, ha detto la leader britannica.

Riferendosi alle garanzie per i cittadini dell’Ue che risiedono nel Regno Unito, May ha puntualizzato che le sentenze della Corte europea “dovranno far parte del corpus legislativo britannico”.

“Noi lasceremo l’Ue nel marzo 2019 ma ci sarà un periodo di attuazione durante il quale ci saranno delle differenze. Chiederemo ai cittadini di registrarsi, questo è un mattone importante verso i nostri obiettivi sulla questione migrazione. Quando si realizzerà il partenariato prenderemo il pieno controllo dei nostri confini”.

Il tema dei diritti dei cittadini europei presenti nel Regno Unito dopo la Brexit è uno di quelli principali per Bruxelles.

Su questo punto il negoziato ha trovato finora diversi ostacoli, vista l’insistenza di Londra a voler applicare un sistema diversificato e considerato discriminatorio da Bruxelles, per gli immigrati provenienti dall’Unione europea.

Secondo un piano riservato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian, il governo di Londra punta a istituire diversi canali in base alla permanenza desiderata all’interno dei propri confini e alle competenze di chi ne farà richiesta. Una soluzione inaccettabile per le istituzioni europee.

All’ombra dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea c’è anche la questione irlandese. 44 anni di partecipazione britannica alla Comunità europea hanno favorito il processo di pace in Irlanda del Nord, ma ora la Brexit rischia di riproporre una frontiera tra Dublino e Belfast che potrebbe riaccendere gli scontri tra le opposte fazioni.

Londra aveva proposto a Bruxelles l’installazione di una frontiera invisibile che facesse largo uso delle nuove tecnologie, chiedendo all’Unione di rinunciare a istituire controlli fisici e dazi doganali sull’isola d’Irlanda.

Le autorità europee hanno però rifiutato la proposta, accusando i funzionari britannici di “lavorare di fantasia”.

Il prezzo della Brexit

Theresa May ha dichiarato che il Regno Unito si impegna a pagare i debiti presenti con l’Unione europea, anche se non ha quantificato la cifra che Londra verserà a Bruxelles per la sua “separazione”.

“Non voglio che i nostri partner abbiano paura di ricevere meno e pagare di più, rispetteremo le nostre promesse del periodo in cui eravamo nella Ue. Collaboriamo per lo sviluppo economico nel lungo periodo dell’Europa, promuovendo scienza, istruzione, cultura e assicurando la nostra reciproca sicurezza. Vogliamo dare un contributo costante e fare la nostra parte anche nel coprire i costi”, ha detto la premier.

Il 20 settembre, il quotidiano britannico Financial Times annunciava che il governo di Londra ha intenzione di pagare all’Unione europea non più di 20 miliardi di euro a saldo dei suoi impegni presi con Bruxelles.

Fonti delle istituzioni europee parlano invece di un conto ben più salato, la Brexit dovrebbe costare al Regno Unito tra i 60 e i 100 miliardi di euro.

Le reazioni al discorso di Theresa May

Il capo-negoziatore dell’Ue per la Brexit, Michel Barnier, ha definito il discorso di Theresa May “costruttivo”, specificando che questo è lo stesso spirito che contraddistingue l’Unione Europea in questo negoziato. Le assicurazioni di May sui diritti dei cittadini per Barnier “sono un passo avanti ma ora devono essere tradotte in una posizione negoziale precisa del governo britannico”.

Sulla stessa linea anche il commento del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni su Twitter.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto invece che il Regno Unito deve essere più chiaro sulla sua posizione nei negoziati per Brexit. Macron ha insistito sul fatto che la questione del confine irlandese, il prezzo che Londra pagherà a Bruxelles e i diritti dei cittadini europei nel Regno Unito devono essere stabiliti prima delle trattative sugli accordi commerciali.

Perché proprio a Firenze?

Theresa May ha parlato alle 15 nell’ex scuola allievi marescialli dei Carabinieri di Santa Maria Novella, a Firenze.

La prima ministra è stata accolta dal sindaco della città, Dario Nardella. Theresa May ha parlato di fronte a una selezionata platea di imprenditori e di rappresentanti dei governi e delle istituzioni europee.

Nella vicina piazza della Basilica si è tenuta, in contemporanea, una manifestazione di alcuni cittadini britannici favorevoli alla permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione europea.

Nel breve incontro avuto con il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, a margine della 72esima Assemblea generale dell’Onu a New York, il capo del governo italiano ha espresso alla prima ministra britannica il suo apprezzamento per la scelta della sede del suo discorso.

“Sono molto felice che abbia scelto Firenze per fare un discorso sul futuro dell’Europa e tutto sommato questo significa che il soft power dell’Italia funziona”, ha detto Gentiloni.

Ma perché Theresa May ha scelto Firenze? “La prima ministra vuole tenere un discorso sulle future relazioni del Regno Unito con l’Europa proprio nel cuore della sua storia”, ha detto un portavoce di Theresa May.

La storia e le bellezze della città sono indubbiamente uno sfondo irresistibile. Eppure la scelta di Firenze potrebbe rappresentare, secondo alcuni commentatori, un simbolo del tipo di rapporto che Londra vorrebbe mantenere con il resto dei paesi dell’Unione una volta abbandonato il consesso europeo.

La città è infatti celebrata come uno dei luoghi di nascita del periodo rinascimentale e la sua ricchezza e fortuna erano dovute principalmente al commercio internazionale e ai suoi legami finanziari con il resto del mondo.

Non importa quanto geograficamente piccolo fosse lo stato fiorentino rispetto ai regni dell’Europa del XV e XVI secolo, Firenze restava un partner imprescindibile nella politica del tempo.

Questa scelta potrebbe quindi simboleggiare le nuove aspirazioni di Londra sulla scena mondiale.

La stessa Santa Maria Novella è un luogo che ha visto diversi eventi storici importanti. Fu qui infatti che nel 1439 fu firmato l’accordo che sancì la riunione tra la chiesa d’Occidente, tramite il suo rappresentate Papa Eugenio IV e quella d’Oriente, tramite l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo.

Quell’accordo rimase poi solo sulla carta, ma fu certamente un tentativo di avvicinamento tra posizioni che sembravano inconciliabili.

La situazione politica nel Regno Unito

È passato oltre un anno da quel 23 giugno 2016 in cui il 52 per cento dei cittadini britannici votarono a favore dell’uscita di Londra dall’Unione europea.

Da allora, il panorama tra le due sponde della Manica è cambiato, la prima ministra Theresa May, salita al potere sull’onda dello slogan “Brexit means Brexit”, che preannunciava un accordo di rottura con l’Unione, si è indebolita politicamente.

La prima ministra è stata sconfitta alle elezioni anticipate dell’8 giugno 2017, perdendo la maggioranza alla Camera dei Comuni e 14 seggi parlamentari rispetto al 2015.

Da allora, Theresa May ha dovuto formare un governo di coalizione con il Democratic Unionist Party (Dup), il partito unionista democratico dell’Irlanda del Nord.

Forte dei suoi 10 deputati, questa formazione politica ha permesso alla prima ministra di restare in carica, anche dopo le elezioni di giugno.

Proprio questa sconfitta e la successiva alleanza con il Dup ha obbligato la prima ministra a rivedere il suo piano per la Brexit.

Il partito nord-irlandese infatti è favorevole all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ma, a differenza della premier britannica, non vuole una hard Brexit perché teme il ritorno dei controlli al confine con la Repubblica d’Irlanda.

La riproposizione di una frontiera tra i due stati irlandesi avrebbe non solo conseguenze economiche sulla piccola regione britannica, ma potrebbe precipitare di nuovo Belfast in un periodo di scontri settari, tra la fazione cattolica e quella protestante.

Intanto continuano a intermittenza in tutto il Regno Unito le proteste contro l’uscita di Londra dall’Unione europea, questo tema infatti non ha mai smesso di dividere il paese dal giugno 2016.

È in questo clima quindi che la prima ministra May ha avanzato le proposte del proprio governo per raggiungere un accordo soddisfacente per entrambe le parti.

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