Chiara Francini sull’amore a TPI: “È giusto sognare il principe azzurro, ma occhio a non essere daltoniche”

Intervista all’attrice e scrittrice fiorentina per parlare del suo ultimo libro, Un anno felice. Ma anche di confini, di felicità, di fascismo. Di Carola Rackete e di come le donne accoglienti migliorino il mondo. E di quanto sia importante il toast al formaggio.

Di Giulia Riva
Pubblicato il 4 Lug. 2019 alle 17:29 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:22
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Immagine di copertina
Chiara Francini. Credit: Maria La Torre

Chiara Francini intervista | Un anno felice | Love me stranger

Chiara Francini è una donna coi piedi per terra. Anzi: una che ama stare seduta per terra. “Mi piace perché più in basso non c’è niente”, spiega. È a Gallarate, in una libreria del varesotto, per presentare il suo ultimo romanzo – Un anno felice, edito da Rizzoli – e sta ascoltando le domande dei lettori: un signore in seconda fila vorrebbe sapere dove scrive di solito. La sua risposta parte dal come: “Io scrivo a gambe incrociate: sul letto, sul divano, in bagno. Ma non dove pensate voi”, scherza. “Sto seduta per terra, possibilmente davanti alla stufetta elettrica. Mi ricorda i tempi del liceo: ho passato ore a studiare sul pavimento del bagno. La mi mamma è maniaca dell’igiene, era pulitissimo, non preoccupatevi”, continua con il sorriso e con accento fiorentino. Svela che quella posizione è la sua preferita anche per rispondere al telefono e, se mentre squilla sta camminando per strada, quando può si ferma e s’accomoda sul marciapiede. “Anche se ormai qualcuno mi riconosce e mi guarda strano”, ammette.

Sorridente, ironica, colorata: per l’occasione sfoggia una camicia a righe bianche e azzurre, una gonna a ruota di raso color petrolio e un paio di sabot tempestati di pailettes celesti. Il rossetto rosso è d’ordinanza. Ha l’aria di una persona concreta – “Non sono una di quelle che per partecipare a un evento si portano dietro mille cambi di look, uno basta e avanza. E non vado mai dall’estetista” – racconterà più tardi, ma le piace sognare e parlare dell’amore.

La sua ultima fatica sul piccolo schermo è Love me stranger: un viaggio in quattro puntate attraverso la Penisola per raccontare gioie e difficoltà di coppie e imprese multicolore, trasmesso da LaEffe a giugno 2019. RealTime invece propone in questi giorni – il martedì sera alle 21.10 – le repliche di Love me gender, il programma che Chiara ha condotto lo scorso anno: stesso format, ma dedicato a come cambiano le relazioni quando l’identità di genere è sempre più fluida.

Le sue avventure precedenti alle prese con carta e penna – Non parlare con la bocca piena e Mia madre non lo deve sapere – sono bestseller con più di 60mila copie vendute e si concentrano sul rapporto tra genitori e figli. Ora l’autrice promette di scandagliare il volto oscuro dell’amore. “Pensavo di aver scritto una storia romantica, ma in molti dopo aver letto Un anno felice mi chiedono se non sia un thriller”, confessa. TPI l’ha incontrata per voi.

L’amore multietnico è un po’ il leitmotiv di tutto il tuo lavoro nell’ultimo periodo: prima Love me stranger su LaEffe, ora un romanzo che racconta la relazione tra una ragazza italiana, Melania, e un giovane svedese, Axel. Esistono confini in amore, secondo te?

No, però a volte bisogna saperli vedere. Solo se li vedi puoi decidere quando oltrepassarli senza farti male. L’amore è il sentimento per il quale siamo nati: è infinito. Quando ero piccola e la mamma mi chiedeva “Quanto bene mi vuoi?”, la mia risposta era “Fin quando i numeri non finiscono”. L’amore è vita, non deve trasformarsi in sopravvivenza. Mai. Melania, la protagonista del mio romanzo, questi confini non li sa vedere, per questo la sua storia prende una piega sbagliata.

Si può imparare a vederli? Come ci si allena?

Bisogna partire da se stesse: la verità verso noi stesse è l’unico viatico verso la salvezza. Devi saper puntare il dito su te stessa: non per incolparti, per conoscerti, E salvarti, se necessario.

Scrivi di una ragazza italiana cresciuta a pane e letteratura che perde la testa per un imprenditore svedese: quanto c’è di Chiara in questo romanzo? Tu che hai una laurea in lettere col massimo dei voti e che da anni fai coppia fissa con Frederick Lundqvist…

Credo che chiunque di noi abbia provato almeno in parte quello che vive Melania. Tutte siamo lei, in realtà. E tutti gli autori parlano di quello che sono, di quello che vedono. Nei miei personaggi ci sono i miei occhi: anche a me è capitato di sentire devozione totale nei confronti di una persona, quella reverenza… Di provare frustrazione: intellettuale e sentimentale. Tutto quello che scrivo lo metto su carta perché l’ho provato e voglio condividerlo. Ritrovare nero su bianco tratti indelebili di ciò che hai vissuto, ti aiuta a condividere: è l’unico modo per sconfiggere la solitudine. E la solitudine, per me, è la direzione contraria alla vita.

L’amore s’impara col tempo, è anche una questione anagrafica?

No. (Risponde subito, con decisione, e lo ripete tre volte, ndr). L’amore è questione di calendario: un minuto prima è troppo presto, un minuto dopo è troppo tardi. Non è come andare a scuola, che più studi e più hai possibilità di ottenere un buon voto. In amore, insistere non paga. Devi capire quando qualcosa, per quanto lo desideri, ti fa del male. È fatto di luci e di ombre, ma a un certo punto le ombre devono soccombere. Non esiste un rapporto che sia solo luce, intendiamoci. L’innamoramento è bello proprio perché ci sono luci e ombre, forse. Non per questo si deve accettare che le ombre abbiano la meglio, però. Ci vuole equilibrio. Tutte vogliamo il principe azzurro, bisogna sentirsi libere di sognare. Ma occhio a non essere daltoniche.

Il fascino svedese, la passione per Maria Antonietta, ma anche tanto gergo fiorentino e un pizzico di Via col vento: che cos’è Un anno felice, in poche parole?

Beh, un anno felice! Me l’hai offerta su un piatto d’argento… (Ride a lungo, ndr).

Ci spieghi perché scrivi che “la felicità è come la merda”?

Perché in realtà è qualcosa di cui non si può fare a meno: senza, non ci sarebbe vita. Ma tu davvero vuoi scrivere questa cosa?

Giustificare un errore significa sbagliare di nuovo”. È un cartello ricorrente nella Svezia del tuo romanzo: lo sottolinea un personaggio che non crede nel perdono. Tu ci credi?

Io credo fortissimamente nel perdono, ma perdonare è altruismo: esce da te per far del bene agli altri e di rimando fa bene a te. Il perdono non dev’essere qualcosa che ti lacera la pancia. È un atto di cuore e di testa, procura del bene. E il bene non è solo qualcosa che riguarda gli altri, riguarda innanzitutto noi: perdonare è quiete, superamento, evoluzione.

Qual è il nesso tra la felicità e il toast al formaggio?

Sono molto legata ai bisogni primari, per me la felicità risiede proprio lì. Quindi il cibo è un momento di grande gioia: ci si nutre non solo di alimenti, ma anche di quello che condividiamo con gli altri, con chi mangia con noi. Tutto il romanzo rispecchia in maniera sincera la mia visione della vita, la visione di Chiara.

In una vecchia intervista hai dichiarato che il tuo compagno ama ripetere che non potrebbe mai stare con una donna che non è ambiziosa: qual è la tua più grande ambizione, oggi?

Continuare coltivare le mie passioni, a parlare di argomenti che mi stanno a cuore. E fare tutto con gioia, testardaggine. In questo momento voglio solo accompagnare il mio nuovo romanzo e consegnarlo ai lettori. Mi piace stare in mezzo a loro, raccogliere le loro reazioni. Le recensioni dei lettori spesso valgono molto di più di quella di una grande firma.

“Non si usa il fascismo per ottenere bellezza”. La protagonista del tuo romanzo a un certo punto reagisce con queste parole. C’è chi dice – qualcuno con orrore, qualcun’altro con nostalgia – che in Italia il fascismo stia tornando. Cosa ne pensi?

La penso esattamente come Pertini. In un discorso meraviglioso diceva che tutte le ideologie politiche vanno rispettate. Ma quando poi gli chiesero cosa ne pensasse del fascismo, rispose che no, il fascismo non era nemmeno computabile tra le ideologie politiche.

Torniamo a Love me stranger. Durante le riprese ti sei trovata di fronte a persone che ti han detto: “In Italia sento di essere arrivato a casa”. Penso a Vitalik, il ragazzo bielorusso che è stato ospite in Italia d’estate per un po’ di anni e che poi ha sposato una ragazza italiana, la nipote della coppia che lo ospitava. Oppure a Dawda, il giovane del Gambia che si è innamorato di una delle volontarie che gli insegnava italiano. Dopo aver raccolto e raccontato vissuti di questo tipo, cosa ne pensi della vicenda Sea Watch e dell’arresto di Carola Rackete?

I programmi che ho avuto la fortuna di fare sono stati una benedizione per me: mi hanno permesso di entrare in contatto col popolo italiano, che è incredibilmente più meraviglioso di quanto non siamo abituati a credere. E le figure più straordinarie che ho incontrato lungo il percorso sono sempre state le donne: creature che accolgono e che migliorano il mondo.

In un periodo dove in politica dilagano slogan come “Prima gli italiani!” e hashtag come #portichiusi, che accoglienza ha avuto il tuo programma? Hai ricevuto critiche?

No, assolutamente. Proprio questo mi fa piacere. Seguo personalmente i miei profili social – dove ho più di un milione e 300mila follower – e lì non trovi nemmeno un commento negativo. Persino un quotidiano come L’Avanti mi ha fatto i complimenti, ultimamente. Significa che i programmi che ho condotto sono un affresco di quello che siamo come Paese, ed è confortante vedere come siamo belli. Siamo più avanti di quanto non si creda.

L’ultima puntata di Love me stranger parlava di viaggi: il più importante per te, finora?

Mah, non saprei, il viaggio è una meta.

Prima che se ne vada, i fan la circondano: c’è chi cerca un autografo con dedica sulla copia del libro fresca di tipografia, chi un selfie, chi un abbraccio. Chiara dà retta a ognuno con entusiasmo. Poi lo chiama per nome e lo ammonisce: “Sono curiosa di leggere la tua recensione, mi raccomando!”.

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