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I ritratti dei peshmerga addestrati dai militari italiani in Iraq

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Luigi Avantaggiato è stato a Erbil, in Iraq, per conoscere i volontari e le volontarie curde che combattono l'Isis

Dalla fine del 2014 i militari italiani sono impegnati in Iraq nell’ambito della missione “Prima Parthica”. L’operazione ha diverse finalità: la protezione dei cantieri di Trevi S.p.A. per la messa in sicurezza della diga di Mosul, il recupero del personale militare o civile isolato appartenente alla coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Stati Uniti (Personnel Recovery) e soprattutto la formazione militare dei peshmerga, l’esercito del Kurdistan iracheno impegnato nella lotta alle milizie di Daesh (acronimo arabo che indica l’Isis, ndr).

Dall’inizio della campagna militare per la liberazione di Mosul il contingente curdo ha visto crescere con rapidità il numero dei combattenti, annoverando tra le proprie righe tanti volontari, molti dei quali giovanissimi e giovanissime.

“Sono poco più che bambine, indossano equipaggiamenti di fortuna e giacche sopra al giubbotto da combattimento perché fa freddo; tuttavia lo smalto, il rimmel e la cipria lasciano intendere che sono sì guerriere, ma che dietro ognuna di quelle figure femminili esiste la storia di una donna – mamma, figlia, compagna combattente per lo stato curdo”.

È la voce dell’ufficiale medico Rosanna A. – la privacy e la sicurezza impongono l’uso di nomi fittizi – che ha trascorso una settimana a contatto con le donne e gli uomini peshmerga formati da trainer italiani nel campo di addestramento in Sulaymaniyya, nel nord est del paese.

Qui i militari italiani della Task Force “Erbil”, diretti dal Comando multinazionale Kurdish Training Coordination Center a guida italiana, insegnano alle reclute le procedure sull’individuazione di ordigni esplosivi improvvisati, sul primo soccorso sanitario ai feriti e sull’irruzione in sicurezza all’interno delle abitazioni liberate dalla presenza nemica.

Lo sforzo è notevole: nella maggioranza dei casi i cicli di formazione sono diretti a persone che non hanno ricevuto alcun addestramento militare né hanno esperienza diretta sul campo di battaglia.

Sono volontari e volontarie dalle origini umili, persone comuni e prive di formazione bellica e tattica che per motivi diversi desiderano combattere per colmare il vuoto che la furia del sedicente Stato Islamico ha generato nelle loro vite.

“Sono tutti legati alla causa da motivazioni personali: alcuni combattono per liberare il proprio paese, altri per vendicarsi del nemico. E questo garantisce una dedizione e un coraggio impressionanti”, continua a raccontare Rosanna, mentre scorre sul suo smartphone alcune fotografie delle combattenti curde di Sulaymaniyya al lavoro con gli addestratori italiani.

Ragazzi e ragazze poco più che maggiorenni, agricoltori, fattori ma anche disoccupati che cercano di sopravvivere alla crisi economica ed energetica e trovano lavoro tra i peshmerga, cui un apposito ministero garantisce uno stipendio che oscilla tra i 450 e i 600 dollari mensili.

“Daesh ha stravolto la mia vita, mi ha tolto tutto quello che avevo di più caro: la mia famiglia, la mia casa, la mia dignità”, mi dice Kordo, giovane combattente di 34 anni che prima di arruolarsi come volontario faceva il fabbro nel cantone di Kobanê.

Anche Zilan, una ventitreenne di Kirkuk, combatte “per mantenere alto il nome della famiglia”. Un’autobomba ha ucciso la madre e la sorella più piccola mentre facevano la spesa. “L’Isis considera le donne come esseri inferiori. Noi non siamo schiave e non abbiamo paura di loro”.

È fiera di essere una donna che combatte, di abbracciare quel kalashnikov che porta sempre con sé, di poter svolgere un ruolo importante in una guerra dove la figura della donna assume un ruolo sempre più complesso e articolato.

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