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Le immagini di Mosul, un anno e mezzo dopo la liberazione dall’Isis | FOTO

Sono ancora oltre 2 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari nella regione di Mosul, liberata dall'Isis a luglio 2017. Giovanni Visone, direttore comunicazione INTERSOS, fa il punto della situazione dalla città irachena

Di Anna Ditta
Pubblicato il 14 Feb. 2019 alle 17:36
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A ormai 18 mesi dalla fine della battaglia per il controllo della città, Mosul rimane l’epicentro della crisi umanitaria irachena. Una delle prime cose che si nota girando per le strade dell’antica Ninive, oltre alle migliaia di abitazioni distrutte dai bombardamenti, sono le mura delle case rimaste in piedi, tutte – o quasi – ancora crivellate di proiettili: tracce visibili di una guerra feroce, combattuta strada per strada.

All’inizio del 2019, sono ancora oltre 2 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari nel governatorato di Ninewa, la regione dell’Iraq di cui Mosul è capitale, mentre il numero degli sfollati, nonostante i numerosi ritorni, sfiora ancora i 600mila.

Se tra le rovine che ancora disseminano gran parte della città è possibile cogliere, nella resilienza degli abitanti, i segni di un progressivo ritorno alla normalità – strade affollate, negozi aperti e ben forniti, servizi di base che lentamente tornano in funzione – è invece a sud, nei campi profughi, che una svolta umanitaria appare ancora lontana.

Hammam al-Alil, Nimrod, Qayyara: i miseri sobborghi dalla storia millenaria lungo il corso del Tigri, sono da oltre due anni l’arido limbo di chi non può o non sa più dove andare. I campi profughi sono lunghe file di tende bianche sulla terra bruna: freddo e fango di inverno, caldo e polvere in estate.

Qui gli operatori di INTERSOS, organizzazione umanitaria italiana in prima linea nelle emergenze, lavorano quotidianamente per identificare e supportare le persone più vulnerabili, garantendo l’accesso a beni materiali, così come assistenza legale, psicologica e sociale.

Le tende ospitano, infatti, migliaia di famiglie spezzate, tra cui spicca l’altissimo numero di donne sole, bambini e anziani. Sono in tanti, e tante, ad attendere ancora la clearance, il check di sicurezza necessario per ricevere l’autorizzazione a tornare nella propria città. Soprattutto quando gli uomini della famiglia sono in carcere, o sono stati uccisi, o semplicemente non si sa dove siano.

Con la chiusura dei campi in altre zone dell’Iraq, soprattutto nelle province più vicine a Baghdad, chi non ha un luogo dove andare, si sposta qua.  Certo, non è il flusso di uno, due anni fa – i tendoni dell’area di prima accoglienza temporanea sono deserti – ma è un movimento costante. Il punto di ritrovo di un’umanità sospesa.

“La vita nel campo è dura, ma preferisco stare qua che altrove”, racconta Muna. Anche perché un altrove, per lei, non esiste: “Sono sola da 6 anni, mio marito mi ha lasciata. L’unico uomo della famiglia, il marito di mia sorella, è in prigione. A casa mia, ad Anbar, non c’è più nulla ed una donna sola lì non ha speranza. Io e mia sorella abbiamo una sola preghiera: che suo marito un giorno possa tornare”.

Da quasi quattro anni Muna è in fuga, prima in Siria, poi nei pressi di Baghdad, ora nel campo 1 di Hammam al-Alil, che accoglie a inizio 2019 circa 18mila persone, ed è insieme al vicino campo 2, con le sue 19mila persone, il fulcro dello smistamento verso gli altri campi.

Come molte altre persone nel campo, Muna non ha documenti d’identità validi. “L’assistenza legale per le persone prive di documenti è diventata una vera e propria sfida umanitaria – spiega Valentina Corona, project manager di INTERSOS ad Hammam al-Alil – Non avere documenti di identità significa non poter accedere a servizi fuori dal campo e  non avere libertà di movimento, anche perché l’area è disseminata di posti di blocco delle forze di sicurezza, e chi si muove senza permesso rischia di venire arrestato”.

“Ho paura di muovermi, non ho alcuna fonte di guadagno, sono completamente sola”, si sfoga un’altra donna, Hadja, “Mio marito è morto nel 2017 in un bombardamento aereo e sono rimasta senza nessuno, ma con sette figli”. Una chiara spia dei diversi livelli di povertà presenti nel campo è la condizione all’interno delle tende: le famiglie più benestanti cercano di ricostruire condizioni di vita pseudo normali – tappeti, cuscini negli angoli, servizi da tè, separé a garantire un minimo di intimità – le donne come Muna non hanno nulla. Tende vuote, perché bisogna vendere tutto per comprare generi di base – cibo in primis – per sé e per i propri bambini.

La dieta quotidiana: una zuppa la mattina, un piatto di riso o di bulghur alla sera. Muna non ha neanche un certificato di matrimonio che possa attestare la sua vedovanza: le nozze sono state registrate dal Mullah del suo villaggio, ma le manca un documento legale, così come ai suoi figli. A loro, la madre dedica tutte le sue speranze: “Mi chiedi cosa spero per il futuro? Di avere i nostri documenti e che un giorno almeno loro possano andare a scuola, provare a vivere una vita diversa”.

Molte delle persone oggi accolte nei due campi di Hammam al-Alil trascorreranno in queste tende anche l’anno da poco iniziato. Tutto, qui, è come sospeso, rallentato, in attesa di un cambiamento che non arriva.  Ai margini del campo, fra le rovine, c’è un grande buco nel terreno. Una fossa scavata di recente, lunga e larga decine di metri. Una gigantesca fossa comune, dove due anni fa sono stati rinvenuti decine di cadaveri. Una cicatrice fresca, in questa terra dove tante sono le ferite ancora aperte. Le recenti piogge l’hanno trasformata in uno stagno, sulle cui acque nuotano tre anatre.

Testo di Giovanni Visone, Direttore Comunicazione INTERSOS

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