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I manifesti sulle industrie della moda che schiavizzano i lavoratori

La necessità di reinventare l'industria della moda in chiave sostenibile è al centro di un lungo dibattito, che ha coinvolto anche il mondo del cinema

Di Francesca Loffari
Pubblicato il 30 Ott. 2017 alle 18:14
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L’artista Igor Dobrowlski ha denunciato lo sfruttamento di manodopera a basso costo da parte delle multinazionali del settore tessile, creando una serie di manifesti che mostrano tutto l’orrore e l’avidità delle industrie della moda.

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Le immagini di forte denuncia sui manifesti di Dobrowlski sono sparse per le strade di Varsavia.

La necessità di reinventare l’industria della moda in chiave sostenibile è al centro di un lungo dibattito. Ad esempio, Livia Giuggioli Firth, moglie di Colin Firth, da tempo è in prima linea per questa battaglia.

Nel 2015 Giuggioli ha vestito i panni di produttrice esecutiva del documentario The True Cost, diretto da Andrew Morgan, incentrato sulla cosiddetta fast fashion, settore che rinnova in tempi rapidissimi i capi d’abbigliamento messi in vendita.

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Morgan si è avvicinato al tema nel 2013, dopo il tragico crollo del Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani che si trovava in un distretto di Dacca, capitale del Bangladesh. Le operazioni di soccorso si conclusero il 13 maggio con 1.129 vittime, mentre 2.515 feriti furono estratti vivi dalle macerie. È stato considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile.

Il documentario The True Cost è stato finanziato su Kickstarter, sito web dedicato al crowdfunding per progetti creativi, e premiato nel 2015 al Festival di Cannes.

In uno dei suoi viaggi in Bangladesh, Livia Giuggioli ha visitato una fabbrica considerata “modello”, con una sola entrata, presidiata da guardie armate, nessuna uscita di sicurezza, sbarre alle finestre, operaie che per quattordici ore al giorno hanno l’obbligo di produrre dai 100 ai 150 pezzi all’ora, spesso con una sola pausa per andare in bagno. Tutto questo per l’equivalente di 46 dollari al mese.

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