Le foto che ho scattato dopo aver studiato fotografia in prigione

Donato Di Camillo con le sue fotografie vuole dare un volto agli emarginati

Di TPI
Pubblicato il 20 Set. 2016 alle 11:07
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Quando Donato Di Camillo era un bambino, la sua famiglia non poteva permettersi le pellicole per la loro macchina fotografica Polaroid. Allora Donato girava per il giardino di casa e immaginava di essere un fotografo in un safari africano, come quelli che vedeva nei giornali di National Geographic che suo padre recuperava dalla spazzatura e gli regalava.

Quando anni dopo, con una lunga lista di condanne per furto, Di Camillo rinchiuso in prigione scoprì un’intera biblioteca di giornali simili. Mentre gli altri carcerati facevano attività fisica durante l’ora di libertà, o più semplicemente si mettevano nei guai, lui stava chiuso nella biblioteca a sfogliare le vecchie edizioni di settimanali come National Geographic, Life o Time.

E la vecchia passione per la fotografia, che da bambino era stata solo un gioco irrealizzabile, tornò ancora più forte. Così, quando nel 2011 uscì di prigione, Di Camillo sapeva benissimo cosa voleva fare.

Finalmente, dopo tanti anni, era libero di scattare le sue foto. E con l’aiuto dei libri letti durante gli anni di carcere e alcuni semplici tutorial di YouTube, iniziò a lavorare. Queste che vedete sono alcune delle foto incluse da Di Camillo nella raccolta “The Fringe” (Il margine).

Di Camillo, infatti, dopo gli anni passati ai margini della società in carcere ha deciso di scegliere come soggetti principali delle sue foto personaggi che vivono accanto a noi, ai quali non siamo abituati a prestare attenzione nella quotidianità: malati di mente, senzatetto, anziani o semplicemente personaggi curiosi che incontra per le vie di New York.

“Queste persone camminano senza meta e sono senza volto. Io sento che ognuno avrebbe il diritto ad avere un volto”, spiega Di Camillo.

L’abitudine a vivere per le strade spesso lo aiuta ad avvicinare soggetti che altrimenti altri fotografi avrebbero difficoltà a raggiungere.

“Voglio far capire ai soggetti fotografati che lo faccio perché vedo in loro qualcosa che ritrovo in me stesso o che penso possa essere condiviso con le altre persone”.

Per questo Di Camillo sostiene di non essere interessato a una risposta positiva del pubblico, perché il suo obiettivo è fare quello che ritiene la cosa giusta per i soggetti delle sue foto.

Che con i loro volti deformati e i lineamenti contratti da espressioni sconvolte sembrano uscire da un quadro del pittore quattrocentesco Hieronymus Bosch e vogliono suscitare la repulsione istintiva e inquietudine nell’osservatore.

Di Camillo non sarà diventato il fotografo di animali esotici nell’Africa selvaggia che sognava di essere da bambino, ma è riuscito comunque a mostrare con le sue foto aspetti del mondo che spesso non vediamo, o scegliamo di non vedere.

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