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Dentro il campo nomadi di una delle famiglie rom più antiche del mondo

Vivono a Rezzato, in provincia di Brescia, e secondo la tradizione rom hanno sangue nobile. Sono i Campos Levacovich. TPI li ha incontrati e ne ha raccontato la storia

Di Laura Melissari
Pubblicato il 3 Feb. 2018 alle 11:23 Aggiornato il 3 Feb. 2018 alle 11:24
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I nomadi si sono fermati a Rezzato. Percorrendo la tangenziale Sud in direzione lago, si scorgono una decina di roulotte al lato della strada.

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Qui hanno messo radici, dopo aver percorso dall’Ungheria le strade di tutta Europa, i discendenti di una delle famiglie rom più antiche del mondo.

Sono i Campos Levacovich. Sangue nobile, secondo la loro tradizione.

Accanto alla tangenziale abitano i figli e i nipoti della Regina dei Rom, Rosa, e di suo figlio, il “principe giudice” Domenico Campos, entrambi seppelliti a pochi chilometri di distanza.

Gli “zingari”, come urlano le macchine che sfrecciano lì accanto, hanno aperto le porte del loro campo, per raccontarsi. Loro, generalmente così schivi, sfuggevoli, all’occhio come all’obiettivo che ha cercato di fotografarli, hanno acconsentito a raccontare chi sono, da dove vengono e come vivono, oggi.

Appena varcato il cancello della loro proprietà (comprata da Domenico Campos nel 1991, ndr), si avvicinano una decina di bambini, capelli spettinati e vestiti coperti di polvere.

Urlano, litigano, giocano con i galli e le galline che girano liberamente per il campo. Le tendine appese alle finestre delle roulotte si scostano.

Gli adulti scrutano chi sta entrando nella loro proprietà. Pochi passi e una ragazza, non avrà più di 20 anni, si affaccia alla porta della sua roulotte mentre allatta un neonato.

“È il mio quarto figlio”, nel tono non c’è né gioia né dolore. Dopo aver compreso d’aver di fronte dei giornalisti però si fa più schiva: “Dovete parlare con i capi, li trovate in fondo al campo”.

Addentrarsi in questo piò di terra, fango e ghiaia, vuol dire varcare continuamente l’intimità delle famiglie che ci abitano. Parcheggiate a pochi metri di distanza, le une dalle altre, le case mobili pullulano di vita.

Le finestre in plexigas rivelano scene del tempo quotidiano di un campo rom. Anziani e bambini convivono in pochissimi metri, entrambi sembrano nascondersi. Le cucine sono sistemate all’esterno delle roulotte, bombole di gas le alimentano.

E quando piove? “Cuciniamo lo stesso, siamo abituati” risponde una donna che sta per preparare il pranzo. Presenza costante mentre si cammina sono i bambini, che seguono attenti ogni passo, e le galline che ruzzolano indifferenti tra le ruote delle roulotte.

Risalendo la strada sterrata, si incrocia lo sguardo delle tante donne, giovanissime per lo più, che sporgono a malapena la testa dall’uscio di casa. Di uomini ce ne sono pochi: “sono tutti a lavorare”, risponde diffidente un’anziana dai tratti somatici taglienti, dalla pelle ambrata e dalle vesti colorate.

Nelle macchine parcheggiate si nascondono alcune ragazze adolescenti, lì probabilmente trovano quell’unico spazio di privacy, così necessario alla loro età.

Due ragazzini invece, che non avranno più di 16 anni, ci fermano, e con l’irriverenza propria del loro tempo c’interrogano: “Cosa fate qui?”, “Cosa volete da noi?”.

Dopo averci squadrato, decidono di scortarci fino all’ultima roulotte del campo, dove abita la “Nonna”, la donna più anziana del campo, moglie di quel “principe Domenico” riverito e rispettato dalle comunità rom di mezzo mondo.

Alla fine del campo, dunque, si trova la roulotte più importante. È vecchia e fatiscente. Infatti furono proprio la donna e suo marito Domenico i primi ad arrivare qui. Loro hanno acquistato il terreno nel 1991, sul quale oggi abita l’intera carovana.

La casa mobile è un via vai di persone. Qui, ci spiegano i due ragazzotti che non ci perdono di vista, vengono tutti a chiedere consiglio. La loro vita sociale ha come crocevia quest’ultima roulotte. Chiediamo di incontrare l’anziana.

Uno dei due apre la porta. Si intravede la “nonna” dalle rughe profonde e dallo sguardo penetrante. È circondata da donne. Confabulano. Poco dopo esce una di loro. È spazientita, ci dice di lasciar la madre in pace. “È anziana e malata, non disturbatela”, afferma con un tono che non lascia alcuno spazio di mediazione.

Dietro quest’ultima roulotte, c’è l’unica casa in muratura del campo. È una villetta, simile alle molte che si trovano nelle zone residenziali di ogni paese. Se non fosse che questa è circondata dal disordine lasciato ai piedi delle roulotte.

La casa è ancora in piedi grazie ad un condono che ha sanato il suo abusivismo. Lì ci abita uno degli uomini più anziani. Chiediamo di incontrarlo. I ragazzi che ci tengono d’occhio cominciano a discutere in quella che è evidentemente la loro lingua madre, un misto tra ungherese e sinti.

In quel momento però dalla roulotte della nonna esce una ragazza. Al contrario di quasi tutti gli altri, ci guarda con estrema tranquillità. Lei è la figlia del capo.

Dopo avergli spiegato chi siamo, accetta di introdurci a suo padre. Passano pochi minuti e torna da noi: Paolo Campos ha deciso di parlarci. Come gran parte della socialità di questa gente però, l’incontro si svolge da dietro il finestrino della sua macchina.

A quanto pare la sua automobile è l’ufficio dal quale dirige la vita del campo. Occhi vitrei e pelle ambrata, ben vestito, tratti somatici che testimoniano la lunga strada percorsa dalla sua famiglia, così come il suo accento.

Paolo Campos è l’uomo più vecchio del campo, e per questo ha l’ultima parola nelle decisioni dell’intera famiglia. “Sono felice di parlare, di raccontare la nostra storia. Vogliamo che la gente capisca in che condizioni viviamo. Noi non chiediamo altro che ci permettano di costruire delle case, o almeno un bagno per i nostri bambini”.

L’appello è rivolto al Comune di Rezzato, con il quale d’altronde la famiglia Campos ha un passato burrascoso. Poco più di due anni fa, ruspe comunali sono entrate nel campo, in seguito ad un comprovato abuso edilizio, per espropriare 2.800 metri quadrati dei 5.600 totali (ad uso agricolo, ndr) di proprietà della famiglia rom.

Adesso infatti, il campo è diviso a metà da una rete metallica. Da una parte le roulotte, dall’altra lo spazio proibito.

“Siamo lavoratori. Facciamo gli arrotini, abbiamo la partita Iva” continua Paolo Campos. “Siamo italiani, cristiani evangelisti”. Mentre racconta la sua gente, i bambini continuano a giocare attorno a noi. Ne spuntano da ogni parte, sono moltissimi.

“Ogni famiglia ha almeno 4 figli – ci dice il capo clan – questo vuol dire che dobbiamo vivere in 6 in dieci metri quadrati di plastica”. La loro volontà è chiara: i nomadi vogliono fermarsi, mettere radici e fondamenta. E cosa resterebbe allora della loro vita nomade?

“Pochissimo – risponde Paolo – Ormai ci spostiamo solo d’estate. Ci incontriamo con le altre famiglie, è lì che nascono gli amori, che ci si sposa, alcuni di noi si sono addirittura sposati con i vostri italiani. Ora vogliamo solo poter vivere dignitosamente”, conclude con voce profonda e concitata l’uomo.

Poi uno dei ragazzotti che ci aveva scortato nel campo, ci interrompe.

Parla veloce la sua lingua straniera con il capo. “La gente comincia ad essere spazientita – ci confida – È meglio che andiate via ora”.

Mentre ci lasciamo le case mobili alle spalle, i bambini ci seguono, le galline ci ignorano e la donna che stava preparando il pranzo, nella sua cucina fatiscente all’aperto, ora ha finito di cucinare.

Dagli spiragli nelle finestre delle roulotte incrociamo gli sguardi degli ultimi rom.

Qualcuno saluta, qualcuno ci guarda beffardo.

E mentre lasciamo il campo dietro di noi, magicamente, quella vita, così carica di contraddizioni che sembrava essersi nascosta all’interno delle roulotte, ricomincia a uscire, lontana, finalmente dagli occhi del mondo che li circonda.

Michele Barbaro è un giornalista freelance bresciano. Laureato in filosofia, collabora con quotidiani e riviste. Appassionato di viaggi ha vissuto in Canada, Scozia, Francia. Dirige il magazine online Call me Ishmael

Damiano Rossi, è un fotoreporter bresciano. Dal 2007 a fine 2016 ha lavorato in Africa, collaborando con giornali, riviste e organizzazioni internazionali. In Italia si interessa delle categorie più vulnerabili della società. 

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