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I lavoratori non pagati di Zara hanno lasciato messaggi di denuncia nelle tasche degli abiti

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La particolare protesta è avvenuta in Turchia, dove un centinaio di lavoratori ha alcuni mesi di stipendi arretrati dopo il fallimento dell'azienda Bravo Tekstil, che produceva capi per Zara

Alcuni lavoratori turchi hanno inviato una serie di messaggi di denuncia tramite gli abiti di Zara. “Ho lavorato per cucire questo articolo che stai per comprare ma non sono stato pagato per farlo”, si leggeva sui messaggi.

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Si tratta di alcuni lavoratori della Bravo Tekstil, un’azienda esterna di cui si serve Zara per produrre i suoi capi in Turchia. Gli operai tessili avevano mesi di stipendi arretrati e mai pagati dopo che l’azienda ha chiuso all’improvviso e il suo proprietario è scappato, come riferisce l’agenzia di stampa Associated Press.

I messaggi nascosti sono stati trovati da alcuni clienti nelle tasche dei capi di un negozio di Istanbul.

“Abbiamo lavorato per Zara/Inditex, Next e Mango per anni. Abbiamo cucito i prodotti di questi marchi con le nostre mani, facendo loro guadagnare enormi profitti”, si legge in una petizione firmata da 140 operai della Bravo Tekstil.

“Chiediamo ora che questi marchi ci rispettino ricompensando il nostro lavoro. Noi chiediamo solo i nostri diritti fondamentali. Invitiamo la comunità internazionale a sostenere la nostra lotta”, prosegue la petizione.

Inditex, il proprietario di Zara e di altri marchi, che aveva regolarmente le fatture alla Bravo Tekstil, ha affermato di essere a lavoro per realizzare un fondo che assista i dipendenti in difficoltà.

“Questo fondo di emergenza coprirà i salari non pagati, l’indennità di preavviso, le ferie inutilizzate e i pagamenti di fine rapporto dei lavoratori che hanno subito la chiusura improvvisa dell’azienda nel luglio 2016. Siamo impegnati a trovare una soluzione rapida per tutti”, ha dichiarato Inditex.

Non è la prima volta che accade una cosa simile. Nel 2014 i lavoratori di Primark avevano inviato messaggi di denuncia attraverso gli indumenti venduti in alcuni negozi di Galles e Irlanda. L’azienda disse che quei messaggi erano falsi, ma l’episodio si è ripetuto alcuni mesi dopo.

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