Usa: cosa ha detto il presidente Donald Trump al Congresso nel suo discorso sullo Stato dell’Unione 2026
In 107 minuti l'inquilino della Casa bianca celebra un anno del suo secondo mandato tra toni trionfalistici e attacchi ai Democratici. Ma i sondaggi raccontano un'altra storia
Completo scuro, cravatta rossa, il solito sorriso largo, prima ancora di pronunciare il suo discorso sullo stato dell’Unione, Donald Trump è salito al podio del Congresso con l’aria di chi ha già vinto. «La nostra nazione è tornata. Più grande, migliore, più ricca, più forte che mai: questa è l’età dell’oro», ha esordito il presidente Usa.
Non aveva ancora finito la frase che dall’emiciclo si alzava già la prima interruzione della serata: con in mano un cartello ben visibile, prima di essere scortato fuori dall’aula, il deputato democratico Al Green protestava: «I neri non sono scimmie», riferendosi al video condiviso sui social e poi cancellato da Trump in cui l’ex presidente Barack Obama e la moglie Michelle venivano ritratti come animali.
Una scena che ha spezzato il ritmo di apertura del presidente e che ha finito per diventare inevitabilmente virale su tutti i canali televisivi e social ancora prima che Trump potesse arrivare alla seconda pagina del suo discorso. Ma lo show del magnate era appena iniziato.
Il discorso più lungo
Il suo intervento, trasmesso in diretta davanti a decine di milioni di spettatori, è durato la bellezza di un’ora e quarantasette minuti, un record persino per Donald Trump, abituato a investire le folle con fiumi di parole. Eppure, a conti fatti, il presidente non ha offerto alcuna novità in termini politici, limitandosi a ribadire risultati e promesse già ripetute. Qualche proposta sparpagliata qua e là, tra cui nuovi piani pensionistici per i lavoratori e un accordo con le aziende del settore dell’intelligenza artificiale sulla fornitura di energia elettrica, ma per il resto si è trattato di un rimpasto di idee già note, rilanciate con enfasi: dal piano sanitario con pagamenti diretti ai cittadini, alla legge sul voto che obblighi gli elettori a provare la propria cittadinanza Usa, alla fine delle “città santuario” che non collaborano con il governo federale nella lotta all’immigrazione irregolare, allo “Stop Insider Trading Act” per impedire ai parlamentari di fare trading su informazioni privilegiate, fino al divieto di emettere patenti di guida a scopo commerciale per gli immigrati irregolari.
D’altra parte il filo conduttore del discorso sullo Stato dell’Unione di Trump è stato sempre lo stesso: un anno fa ereditai un disastro dall’amministrazione democratica di Joe Biden ma in 12 mesi ho ottenuto risultati straordinari. «Tra meno di cinque mesi il nostro Paese festeggerà il 250esimo anniversario della nostra gloriosa indipendenza», ha detto il presidente. «Non avete ancora visto niente: faremo sempre meglio. Questa è l’età dell’oro dell’America». «Abbiamo attuato una trasformazione mai vista prima», ha aggiunto dopo una pausa calibrata diventata ormai il suo marchio di fabbrica. «Non torneremo mai al punto in cui eravamo. L’America non è mai stata così rispettata».
Il bilancio
Quindi ha snocciolato una serie di numeri a raffica: l’inflazione ai minimi negli ultimi cinque anni, il prezzo della benzina sotto i due dollari e trenta centesimi al gallone in molti Stati, i mutui ai livelli più bassi da quattro anni. Proprio sul fronte economico poi, ha rivendicato 53 record storici raggiunti dalla borsa di Wall Street dalla sua rielezione e almeno 18mila miliardi di dollari in investimenti esteri attratti in un solo anno rispetto ai meno di mille miliardi dei quattro anni dell’amministrazione Biden. «Capite che differenza fa un presidente», ha sottolineato.
Il problema però, che nessun discorso poteva risolvere, è che i sondaggi continuano a dare il suo gradimento intorno al 40%, una disapprovazione trainata soprattutto dalle sue politiche economiche. Soltanto il mese scorso aveva tenuto un intervento molto simile dalla Casa Bianca ripetendo i medesimi temi e statistiche, senza spostare di un millimetro l’umore del Paese. Stavolta, sfruttando un pubblico ben più vasto e una maggiore dose di spettacolo, ha provato di nuovo a convincere i votanti in vista delle elezioni di metà mandato previste a novembre. Ma i veri soggetti da convincere, forse, erano seduti proprio tra i banchi del Congresso, dove la sua presa sulla maggioranza repubblicana sembra vacillare.
Il nodo dei dazi
Non a caso, se c’è stato un momento in cui l’entusiasmo del pubblico si è affievolito, è stato proprio quando Donald Trump ha affrontato il tema dei dazi. Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema aveva bocciato le tariffe doganali imposte dalla Casa bianca ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), un’ombra che aleggiava visibilmente in aula, dove erano presenti anche i giudici che hanno pronunciato la sentenza a maggioranza. Dopo aver attaccato la Corte sui social, tacciandola addirittura di perseguire «interessi stranieri», il presidente ha definito il verdetto «sfortunato» ma ne ha minimizzato le conseguenze, assicurando che le misure resteranno in vigore grazie a «statuti legali alternativi già collaudati». Poi ha rilanciato con la sua visione di lungo periodo: i dazi potrebbero, nel tempo, «sostituire le tasse sul reddito, come accadeva in passato».
Ma se dai banchi dei democratici è emerso qualche mormorio, il silenzio e l’imbarazzo dei repubblicani è stato difficile da ignorare. Molti deputati e senatori del Grand Old Party sono stati a lungo a disagio sui dazi, preoccupati sia per l’impatto economico sull’inflazione che per la loro impopolarità in vista delle elezioni di metà mandato. In prima fila, i giudici della Corte Suprema che avevano firmato la sentenza contro la sua amministrazione sono rimasti impassibili. D’altra parte, poco prima dell’inizio del discorso, Trump aveva stretto la mano al presidente John Roberts, autore della sentenza, ma nessuno dei due aveva sorriso.
Questione immigrazione
Ma è sul fronte della lotta all’immigrazione irregolare che l’aula si è spaccata, quasi fisicamente. Trump ha attaccato l’opposizione democratica che rifiuta di finanziare il dipartimento per la Sicurezza Nazionale se non saranno garantite nuove restrizioni alle tattiche adoperate dagli agenti dell’ormai famigerata Immigration & Customs Enforcement (Ice), che a Minneapolis hanno provocato due morti tra i manifestanti scesi in piazza contro le politiche della sua amministrazione. Ma su questo punto il presidente è stato lapidario: non c’è nessuna ragione per negoziare.
Per quasi tutta la durata del suo discorso, i democratici hanno scelto per lo più il silenzio: niente applausi, sguardi fissi nel vuoto, qualche scrollata di testa, un’opposizione rispettosa, quasi disciplinata. Ma l’eccezione è arrivata con la deputata democratica del Minnesota, Ilhan Omar. «I pirati somali hanno saccheggiato il Minnesota attraverso corruzione, tangenti e illegalità. Importare queste culture attraverso l’immigrazione senza restrizioni e le frontiere aperte porta questi problemi proprio qui negli Stati Uniti», ha dichiarato Trump, scatenando la reazione della prima cittadina statunitense di origini somale a essere eletta al Congresso, che ha risposto a tono, accusando l’inquilino della Casa bianca di mentire e di aver «ucciso cittadini americani». «Dovresti vergognarti», ha replicato il magnate, una frase ripetuta più volte nel corso della serata in direzione dei banchi democratici.
Malgrado i suoi attacchi infatti, Trump ha scelto di non nominare né Renee Good né Alex Pretti, i due cittadini statunitensi uccisi a gennaio a Minneapolis dagli agenti dell’Ice. Un episodio che ha eroso in modo significativo il consenso del presidente su un tema che fino a poco tempo prima era stato uno dei suoi terreni più solidi. Nessun accenno, nessuna spiegazione, soltanto nuove storie di crimini commessi da immigrati irregolari, i dati sulla lotta allo spaccio di fentanyl e la frase che ha strappato la standing ovation più lunga della serata da parte della maggioranza: «L’unica cosa che si frappone tra gli americani e un confine spalancato sono il presidente Donald J. Trump e i nostri grandi patrioti repubblicani al Congresso».
Storie comuni, medaglie e veterani
Lo show è poi continuato con gli ospiti del presidente in tribuna che, in ogni discorso sullo Stato dell’Unione, incarnano i numeri presentati dall’amministrazione. In questo Trump si è sempre dimostrato un maestro e la serata non ha fatto eccezione: tra le storie citate dal presidente c’era quella di Megan, la mamma che fa la cameriera di notte e insegna ai figli a casa di giorno, il cui carico fiscale si è dimezzato. Poi è toccato a Rachel, che ha perso venti aste su altrettante case comprate da fondi di investimento a scatola chiusa e che Trump ha usato per annunciare un decreto contro l’acquisto in blocco di abitazioni da parte dei grandi capitali. «Le case sono per le persone, non per le società», ha tuonato.
Quindi ha nominato Catherine, la prima cliente del nuovo portale Usa per i farmaci a prezzi ridotti, che ha comprato un medicinale da 4.000 dollari per meno di 500. Infine Scott Ruskan, un soccorritore della Guardia Costiera che durante l’alluvione in Texas dello scorso luglio ha salvato 165 persone e che ieri sera ha incontrato di nuovo per la prima volta una bambina di undici anni che aveva recuperato dalle acque.
Ma oltre alle storie strappalacrime il magnate ha voluto celebrare anche i successi degli Usa, in primis sportivi e militari. Trump ha cominciato con la squadra olimpica di hockey su ghiaccio, vincitrice dell’oro ai Giochi di Milano-Cortina contro il Canada, che, medaglie al cielo, ha fatto scandire ai rappresentanti repubblicani il grido: «USA! USA! USA!», raccogliendo persino gli applausi di qualche democratico alzatosi in piedi per l’occasione. Quindi il presidente ha annunciato l’assegnazione della “Medal of Freedom” al portiere della squadra Connor Hellebuyck, reduce da una grande prestazione nella finale giocata nel capoluogo meneghino. Poi Trump ha celebrato anche il 99enne Buddy Taggart, un veterano della Seconda guerra mondiale che compirà cento anni proprio il 4 luglio 2026.
Ma il momento clou era riservato a Eric Slover, pilota di elicottero ferito quattro volte alle gambe durante il sequestro dell’ex presidente del Venezuela, Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Senza fornire dettagli sull’operazione militare, Trump ha descritto la scena con dovizia di particolari: le mitragliatrici nemiche davanti al velivolo, il sangue che scorreva nell’elicottero e Slover che, nonostante le ferite, manovrava per permettere ai suoi commilitoni di rispondere al fuoco: «Solo dopo aver atterrato nel punto esatto ha detto al copilota: sto per svenire, prendi tu i comandi», ha ricordato Trump prima di rivelare l’assegnazione al militare della “Medal of Honor”, un annuncio a cui è seguita un’altra ovazione del pubblico.
Lo sguardo al mondo: dall’Ucraina all’Iran
Sul fronte internazionale poi, il presidente ha disegnato il ritratto di un’amministrazione che in meno di un anno ha riscritto le regole della politica mondiale. Lunga la lista delle crisi che presume di aver risolto: dal cessate il fuoco a Gaza tra Hamas e Israele, al conflitto atomico scongiurato tra Pakistan e India, agli accordi di pace tra Kosovo e Serbia, Armenia e Azerbaigian, Congo e Ruanda, Etiopia ed Egitto. «Ho chiuso otto guerre in dieci mesi», ha ribadito Trump, prima di passare al capitolo Ucraina, «il nono» conflitto ancora da risolvere.
«Almeno 25mila soldati muoiono ogni mese da entrambe le parti in una guerra che non sarebbe mai iniziata se fossi stato io presidente», ha dichiarato l’inquilino della Casa bianca. Una frase che contiene insieme un rimprovero a Biden, una promessa implicita di soluzione e la consapevolezza che, malgrado l’impegno nelle trattative e le aperture degli Usa alla Russia, il conflitto resta aperto. Trump ha promesso di continuare a lavorare per mettere fine alla guerra ma non ha offerto dettagli né sui tempi né sulle modalità, una cautela più eloquente di tante parole.
Toni trionfalistici invece sull’Iran, contro cui Trump ha rivendicato con orgoglio la distruzione del programma nucleare di Teheran attraverso l’Operazione Midnight Hammer, l’attacco condotto sul suolo iraniano lo scorso giugno durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” combattuta al fianco di Israele. Poi il presidente ha ricordato i decenni di terrorismo sponsorizzato dal regime, le migliaia di militari americani uccisi o feriti dalle bombe artigianali di cui la Repubblica islamica sarebbe stata, a suo dire, il principale fornitore, e i 32mila manifestanti che le autorità iraniane avrebbero ucciso negli ultimi due mesi di proteste interne, una cifra mai verificata in modo indipendente. «Abbiamo fermato molte esecuzioni con la minaccia di una risposta seria», ha aggiunto Trump, ripetendo un’affermazione già smentita da Teheran e che non ha trovato riscontro in fonti indipendenti.
Eppure, nonostante il massiccio dispiegamento nella regione di truppe, unità navali e aeree, il più esteso da parte Usa dai tempi della guerra contro l’Iraq del 2003, Trump non ha dedicato al tema iraniano molto spazio, senza spiegare alla platea la logica di un’eventuale escalation. Una sola frase invece è stata pronunciata quasi di sfuggita: «La mia preferenza è risolvere questo problema per via diplomatica», ha assicurato. «Ma non permetterò mai al principale sponsor mondiale del terrorismo di avere un’arma nucleare. I loro missili potrebbero colpire noi e l’Europa. Non posso permettere che ciò accada». Poi ha proseguito, come la questione fosse già chiusa. D’altra parte l’attenzione del discorso è stata focalizzata soprattutto sui problemi interni agli Usa, tra i quali alcuni dei più dolorosi erano proprio davanti ai suoi occhi.
Domande inevase
Non tutto il pubblico presente in tribuna al Congresso era infatti lì per celebrare l’occasione. Un gruppo di vittime del finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, invitate dai rappresentanti democratici, ha presenziato al discorso con una spilletta che recitava: «Release the files», cioè: «Pubblicate i documenti». Un riferimento diretto alle polemiche sulle modalità con cui il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump ha reso noti i fascicoli relativi al caso, in cui sarebbe implicato persino il presidente, che aveva a lungo frequentato il molestatore morto suicida in carcere nel 2019 e da cui aveva successivamente preso le distanze. Le autorità, secondo un’inchiesta dell’emittente radiofonica pubblica statunitense Npr, avrebbero occultato una cinquantina di pagine contenenti accuse mosse direttamente a Donald Trump da una vittima minorenne, un addebito fermamente respinto dalla Casa bianca. Ma la loro presenza silenziosa in quell’aula, mentre il presidente parlava di trasparenza e giustizia, è stata difficile da ignorare. Alla questione Trump non ha dedicato nemmeno una parola, preferendo invece concludere il proprio discorso con la retorica dell’epica americana.
Negli ultimi minuti infatti il magnate ha prima ricordato che Thomas Jefferson morì il 4 luglio 1826, due secoli esatti dal prossimo anniversario dell’indipendenza statunitense, e poi ha tracciato una linea retta tra i “Padri Fondatori” e i veterani presenti in aula, concludendo come aveva iniziato: «L’età dell’oro dell’America è qui. La rivoluzione del 1776 non è finita».
Campioni olimpici, eroi, veterani, cittadini comuni che lottano ogni giorno contro le avversità e il 250esimo anniversario della fondazione del Paese: la scommessa del presidente è che il nazionalismo possa ancora spostare l’umore degli elettori in vista delle prossime elezioni di metà mandato a novembre. Alla fine tutti i repubblicani si sono alzati in piedi, i democratici, per lo più, no. Ma Trump è uscito dall’aula come vi era entrato: sorridendo e salutando. Quella manciata di spille dorate in tribuna e i morti di Minneapolis però, due temi ignorati in un’ora e quarantasette minuti di discorso, ricordano che non tutte le domande hanno ancora trovato risposta e che il pubblico, come suggeriscono i sondaggi, non sempre si accontenta dello spettacolo.