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Padroni del mondo: i tre fondi Usa che guadagnano da pandemia, guerra e crisi energetica

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«Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste». Correva l’anno 1962, a scrivere era Giorgio Bocca:Il Giorno lo aveva mandato a Vigevano per raccontare la provincia lombarda artigiana inebriata dal boom economico, quella dove nel giro di pochi anni erano sorte mille fabbriche ed erano sparite tutte le librerie. Ne venne fuori un reportage destinato a entrare nella storia del giornalismo italiano. Oggi, sessant’anni dopo, quel formidabile incipit – «fare soldi, per fare soldi, per fare soldi» – suona tremendamente adatto a descrivere un altro fenomeno, molto diverso ma ugualmente figlio del suo tempo: il gran banchetto dell’alta finanza americana mentre il resto del mondo viene preso a cazzotti in faccia, prima da una pandemia, poi da una guerra e poi ancora da una crisi energetica. Seduti a capotavola, a contare le banconote, sono in tre: si chiamano Blackrock, Vanguard e State Street, sono società di gestione del risparmio e negli ultimi due anni, nonostante un susseguirsi di choc economici senza precedenti, il valore dei loro titoli in Borsa messi assieme è schizzato in alto del 61%.

Miracolo? Colpo di fortuna? No, strategia. E fiuto per gli affari. Questi tre giganti di Wall Street hanno investito sui settori giusti: farmaceutica, armamenti, idrocarburi, elettronica. Con pacchetti azionari che oscillano intorno al 5% ciascuno, ci sono loro dietro i vaccini di Pfizer e Astrazeneca, le bombe di Lockheed Martin e Bae, il gas di Shell e Tellurian e i sistemi operativi di Apple e Microsoft. Tutti prodotti che dalle crisi di questi primi anni Venti hanno tratto enorme beneficio. Per avere un’idea della portata imperiale del business, basti dire che Blackrock, Vanguard e State Street gestiscono complessivamente asset per 20 trilioni di dollari, più di dieci volte il Pil dell’Italia. Sono società di gestione del risparmio, dicevamo: raccolgono i soldi degli investitori e li puntano come fiches sui mercati con l’obiettivo di farli fruttare. Il loro bazooka più potente sono gli Etf (Exchange Traded Products), fondi quotati che replicano l’andamento di un indice azionario, ossia di un paniere di titoli selezionati. Senza scendere troppo nei tecnicismi, si tratta di fondi a gestione passiva: non richiedono cioè l’intervento di un gestore che compra e vende azioni in tempo reale, ma fanno tutto “da soli” restando agganciati all’indice di riferimento. Dunque sono più economici. Ma hanno anche altri due importanti pregi: consentono di diversificare e danno rendimenti elevati. Ebbene, a colpi di Etf, negli ultimi vent’anni Blackrock, Vanguard e State Street hanno rastrellato un numero impressionante di azioni, arrivando – secondo uno studio del 2017 dell’Università di Amsterdam – a essere i maggiori azionisti nell’88% delle società quotate sullo S&P 500, il più importante indice azionario nordamericano, popolato da nomi del calibro di Amazon, Meta, Coca Cola. In altre parole, se andate a vedere la lista dei proprietari delle più ricche società del mondo, ai primi posti troverete quasi sempre i tre giganti di Wall Street.

Secondo l’analista Stefano Sanna, partner di NoRisk, un fattore decisivo di questa campagna di conquista è proprio il tratto americano: «Gli Usa sono il Paese più all’avanguardia nel settore finanziario, Wall Street è la Borsa per antonomasia dove vengono a quotarsi società da ogni parte del mondo», fa notare. «Per colossi come Blackrock avere un mercato così ampio su cui affermarsi è un vantaggio importante». Inoltre «questi asset manager offrono una gamma di prodotti molto variegata e altamente performante». Il fatto che la triade abbia piazzato le proprie bandierine praticamente ovunque pone però un tema di concentrazione del potere: Blackrock, Vanguard e State Street – si legge sempre nel rapporto dell’Università di Amsterdam – utilizzano infatti «strategie di voto coordinate e quindi perseguono obiettivi di corporate governance centralizzata». Due professori di Harvard, Lucian Bebchuk e Scott Hirst, hanno calcolato nel 2019 che la triade esprimeva complessivamente il 25% dei diritti di voto di tutte le società quotate sull’indice S&P 500. E che arriverà al 34,3% entro dieci anni e al 40,8% entro venti. «I responsabili politici – hanno avvertito i due studiosi – dovrebbero prendere sul serio le sfide che questo scenario pone in termini di governance delle aziende». Anche perché i tre fondi sono strettamente intrecciati fra loro: Vanguard e State Street detengono insieme il 12% di Blackrock; Vanguard e Blackrock possiedono il 18% di State Street; mentre Blackrock e State Street hanno il 20% di Vanguard. E se questi fondi possono sembrare entità evanescenti nell’immaterialità della finanza, va ricordato che dietro il loro inarrestabile successo ci sono manager in carne e ossa. Come Larry Fink, 69 anni, l’uomo che nel 1988 ha fondato Blackrock e che tutt’ora ne tiene le redini insistendo sul fatto che «il capitalismo ha il potere di plasmare la società». Storico sostenitore del Partito democratico ed ex consigliere personale del presidente Obama, Fink è stato definito «lo statista di Wall Street» per il ruolo di “pesce pulitore” di titoli tossici esercitato da Blackrock durante la crisi del 2008. Alla guida di Vanguard c’è Mortimer Buckley, 53 anni, allievo del «finanziere democratico» John Bogle, l’inventore dei fondi indicizzati.

Dopo anni di resistenze, Buckley solo di recente ha accettato di impegnarsi a non investire in attività che aumentano il surriscaldamento globale. Una missione di cui, al contrario, si è fatto capofila Blackrock: «Chiediamo alle aziende di fissare obiettivi per la riduzione dei gas serra», proclama da anni Fink. Ma secondo gli ambientalisti è solo greenwashing: Blackrock, Vanguard e State Street, infatti, continuano ad avere importanti partecipazioni in società dell’oil and gas come British Petroleum e Chevron e così – protesta l’associazione Friends of the Earth – «favoriscono uno status quo di inazione». Ma i tre giganti di Wall Street sono ben radicati anche in Italia. In particolare Blackrock, che detiene pacchetti del 5% ciascuno in Intesa Sanpaolo, Unicredit, Enel e Snam. La “roccia nera” e Vanguard sono i maggiori azionisti di un altro maxi-fondo americano, Blackstone, che fa private equity e che nel nostro Paese è molto attivo nel settore immobiliare.
Blackstone sta trattando l’acquisto della holding Atlantia dalla famiglia Benetton e sta per diventare socio al 24,5% di Autostrade per l’Italia, mentre una quota di pari misura andrà al fondo australiano Macquarie, che detiene anche il 40% di Open Fiber, la società della fibra ottica che dovrebbe fondersi con la rete di Tim. E indovinate chi c’è tra i maggiori azionisti di Macquarie? Sempre loro: Blackrock e Vanguard. L’intreccio, insomma, è fittissimo. E non mancano risvolti inquietanti. Secondo un articolo pubblicato nel 2015 su Limes dal professor Germano Dottori, Blackrock «svolse probabilmente un ruolo molto importante nella crisi del debito sovrano italiano del 2011»: il fondo infatti era socio di maggioranza relativa in Deutsche Bank, che in quei mesi fu il primo istituto a ritirare in misura massiccia i propri capitali investiti in titoli italiani. Spingendo il nostro Paese sull’orlo del default in nome del mantra che prevale su tutto: fare soldi, per fare soldi, per fare soldi.
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