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Le donne che sfidano i tabù andando in bicicletta

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In Tagikistan le donne cicliste venivano stigmatizzate dalla società. Oggi un numero crescente di ragazze usa le due ruote per contrastare i tabù della tradizione

“Un tempo si diceva che cadere dalla bicicletta rischiasse di compromettere la verginità delle ragazze. È pericoloso oltre che disdicevole, soprattutto quando una donna cade dalla bici e rimane con le gambe per aria”.

Sono le parole di Halima, 61 anni, una donna che vive nella provincia meridionale di Vakhsh in Tagikistan. Come molte altre persone che risiedono nelle aree rurali del Paese, Halima è fortemente legata ai ruoli di genere dettati dalle tradizioni locali, alcune delle quali stigmatizzano certe attività quotidiane come ad esempio l’uso della bicicletta.

In Tagikistan le due ruote non sono certo una novità degli ultimi anni: durante il periodo sovietico, il governo promosse la propria industria ciclistica per garantire agli uomini un mezzo di locomozione utile e poco costoso da utilizzare per fini lavorativi.

Il discorso è però diverso per le donne, considerate inadatte agli spostamenti in bicicletta, a maggior ragione se per motivi di svago. Soprattutto dopo l’indipendenza del Paese, ottenuta nel 1991, le donne che usavano la bicicletta – in particolar modo quelle non ancora sposate – venivano severamente rimproverate dalla società in quanto questa era un mezzo di trasporto da uomini.

Gli alti costi dell’energia e del petrolio, la scarsità di mezzi pubblici e di infrastrutture che caratterizzano soprattutto le aree rurali, hanno però alimentano un progressivo cambiamento nel tessuto sociale tagiko, spingendo un numero di donne sempre più alto a utilizzare le biciclette per muoversi lungo le polverose strade sterrate del Paese.

Dildora, 43enne del villaggio di Qahramon, nel sud del Paese, si muove in bicicletta per andare a mungere le mucche prima di accompagnare i figli a scuola e recarsi al mercato locale, dove vende i prodotti del suo orto. Quando ha cominciato ad usare la bicicletta cinque anni fa, gli abitanti del villaggio si giravano per guardarla male a ogni suo passaggio, pensando che fosse fuori di testa.

Per lei come per molte altre, la bicicletta non è un simbolo di emancipazione ma semplicemente uno strumento per poter contribuire al reddito famigliare. “Senza la bici non sarei mai stata in grado di svolgere le mie attività quotidiane. Comprerei volentieri una macchina se avessi i soldi, vado in bici per pura necessità” afferma Dildora a Radio Free Europe.

Sharifamoh di anni ne ha 17 ed è obbligata a usare le due ruote per poter andare a scuola. Nel suo villaggio non ci sono mezzi pubblici, e per frequentare le lezioni deve fare circa 10 chilometri al giorno. Dopo un primo momento di riluttanza, i genitori di Sharifamoh hanno dovuto – insieme a molti altri – accettare l’importanza della bicicletta per garantire ai propri figli l’accesso all’istruzione.

In un Paese come il Tagikistan ancora fortemente legato ai ruoli di genere, l’emancipazione delle donne passa anche attraverso il diritto ad una pedalata priva di preconcetti.

Qui sotto: un video di Radio Free Europe che mostra la quotidianità delle ragazze tagike che scelgono la bicicletta per andare a scuola.

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