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Home » Esteri

La Silicon Valley? In fondo a destra: ecco cosa c’è dietro la nuova politica di Big Tech

Immagine di copertina
Credit: AGF

I giganti del digitale sono passati dalle posizioni liberal di Gates e Jobs alla linea trumpiana di Musk e Thiel. Una rivoluzione avvenuta mentre l’industria Usa si impoveriva. Capire la nuova ideologia dei tech bro è utile è utile per comprendere l’America di oggi

La recente visita in Italia di Peter Thiel ha giustamente suscitato più di una curiosità. Laurea in filosofia a Stanford, miliardario, fondatore di Paypal insieme a un certo Elon Musk, primo finanziatore di Facebook, il personaggio è molte cose ma – in principio – si definisce un allievo di René Girard e un grande appassionato delle opere di Isaac Asimov e J.R.R. Tolkien. Schivo e poco noto al grande pubblico fino a non troppi anni fa, il miliardario tedesco naturalizzato americano è salito agli onori della cronaca in quanto datore di lavoro dell’attuale vicepresidente J.D. Vance e in particolare per una delle sue avventure imprenditoriali, Palantir Technologies. 

Peter Thiel, però, non si accontenta di essere “solo” un imprenditore di successo e una delle persone più ricche del pianeta, coltiva velleità intellettuali che vale la pena indagare per comprendere meglio il substrato culturale che concima un pezzo molto significativo sia dell’amministrazione americana sia del sistema industriale ed economico che si muove attorno a Donald Trump. 

Per farlo occorre osservare la trasformazione culturale, industriale, economica e, in definitiva, antropologica che ha attraversato la Silicon Valley tra il 2001 e gli anni venti del Duemila. 

Due expat in California
Se la prima generazione dei tecnocrati americani (quella di Steve Jobs, Bill Gates e Michael Dell) passò gli anni della formazione al centro della controcultura sessantottina di cui proprio le università di Stanford e della California erano il principale cuore intellettuale, Thiel, Musk e Zuckerberg hanno vissuto l’esatto opposto: gli anni del Patriot Act, delle guerre fallite, dell’impetuosa crescita cinese. 

Inoltre, dettaglio non di poco conto, tutti loro – con l’esclusione del fondatore di Facebook – non sono cittadini americani per nascita, ma naturalizzati già quando erano giovani adulti, una traiettoria biografica condivisa anche dal patron di Nvidia, Jensen Huang. 

Il fondatore di Palantír, anche qui, rappresenta un caso interessante: al contrario di Musk (sudafricano) e Huang (taiwanese), non viene da un Paese affine all’anglosfera ma ha radici in Germania e, da ragazzo, ha studiato in una scuola elementare tedesca dell’allora «Africa del Sud Ovest» (l’odierna Namibia), un territorio dove l’apartheid era praticato con particolare ferocia. Il sogno americano, insomma, arriva molto tardi e viene elaborato su una struttura culturale profondamente lontana dalla California liberal e progressista. 

Tra fantasy e fantascienza
Thiel non ritiene che il progresso materiale e civile derivi dal libero mercato. Anzi, col passare degli anni, diventa sempre più ossessionato dalla perdita di capacità industriale americana, che vede appaltata all’Estremo Oriente e alla Cina. L’America avrebbe abbandonato la manifattura per concentrarsi solo su finanza e digitale, dimenticando che i bit di informazione, per andare da un computer all’altro, hanno bisogno di infrastrutture fisiche ad altissima tecnologia. 

Si tratta di una suggestione presa direttamente dalle opere di Asimov, in particolare nella serie di romanzi Ciclo delle Fondazioni: l’umanità, ormai estesa a un vasto impero intergalattico, collassa su se stessa in una «era oscura» fatta di anarchia e guerre, prima che un principio ordinatore (la Fondazione del titolo, composta da una oligarchia di tecnocrati che hanno preservato le antiche conoscenze scientifiche) emerga a riportare la pace. In Asimov questo avviene per cicli di distruzione e creazione, finché l’uomo redento e affrancato dai limiti fisici assume uno status sostanzialmente divino. 

Allo stesso modo nel legendarium di Tolkien i popoli liberi della Terra di Mezzo iniziano a cedere al male quando, con l’inganno, il nemico sottrae loro i segreti delle arti magiche e tecniche; Sauron si fa insegnare dagli elfi l’arte della forgiatura prima di creare l’unico Anello che Frodo dovrà distruggere nel Monte Fato. 

Tutto questo può apparire piuttosto ozioso e forse pure poco profondo in termini strettamente filosofici, però sminuire questa impostazione significherebbe non capire la traiettoria industriale dell’America moderna. 

La più importante startup che integra intelligenza artificiale e droni da combattimento (fondata da Thiel con Palmer Luckey, un giovane miliardario con un passato nei videogiochi) si chiama Andúril, come la spada di Aragorn, eroico protagonista del Signore degli Anelli; sempre nel corpus dello scrittore inglese l’altro nome dell’arma è «fiamma dell’ovest», contrapposta all’oscura fiamma di Udun, che – nella geografia fantastica del libro – rappresenta il quartier generale del male e si trova, guarda caso, all’estremo oriente del mondo. 

I paragoni col nostro presente già si sprecano, ma c’è di più: la mission aziendale di Andúril è costruire «un nuovo grande arsenale della democrazia», scelta lessicale che ricalca alla perfezione il famoso discorso di Franklin Delano Roosevelt in cui definì gli Stati Uniti proprio «the arsenal of democracy», lanciando a fine 1940 un colossale piano di riarmo per sostenere lo sforzo bellico degli Alleati. 

Sfida esistenziale
Per Thiel e i suoi epigoni, insomma, gli Stati Uniti d’America vivono una sfida esistenziale che può essere vinta solo mantenendo la supremazia tecnologica ma anche, e forse soprattutto, ricostruendo una forza manifatturiera ormai fin troppo gracile. Per farlo, e si arriva al punto in cui Thiel diverge dai suoi riferimenti culturali, si può fare a meno della democrazia, dei diritti e, in generale, di ogni regola che ci siamo dati dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

Qui sta la contraddizione che svela, in definitiva, la pericolosità reazionaria e l’inconsistenza del Thiel-pensiero; la disponibilità ad abbandonare tutto ciò che distingue l’Occidente dai regimi autoritari pur di garantire l’egemonia americana sul mondo. L’opposto assoluto di quello che tentano di insegnare proprio Tolkien e Asimov: il professore inglese spiega in modo molto chiaro che gli eroi non possono usare l’Anello per sconfiggere il male (mette in guardia soprattutto gli esseri umani «che più di ogni altra cosa, desiderano il potere») se non a prezzo di perdere la propria anima; allo stesso modo l’epica di Asimov si conclude con l’eroe che comprende, infine, l’impossibilità di determinare il destino dell’universo solo sulla base di calcoli matematici o di efficienza (la psicostoria, fittizia disciplina che mischia teosofia e matematica su cui si basa l’intera narrazione dei romanzi). 

Insomma, Peter Thiel cerca di dire cose molto vecchie con un vestito appena all’apparenza nuovo e pop, quando, in realtà, usa la forza delle immagini letterarie per descrivere un’idea di mondo fin troppo vecchia, i cui echi risuonano già nella prima fase del cancellierato di Adolf Hitler (basta rileggere il suo famoso discorso agli industriali tedeschi, in cui definisce la democrazia un freno alla libera impresa) e hanno attraversato l’intero secolo, soprattutto nelle elaborazioni libertarie di Ayn Rand. 

Con i tech bro, tuttavia, queste filosofie marginali sono arrivate al centro del dibattito pubblico, e non vanno sottovalutate perché ricoperte da un po’ di melassa letteraria. 

Un grande aforista americano una volta disse che la diatriba tra hegeliani di destra e di sinistra si è risolta in un seminario durato sei mesi svolto a Stalingrado. Per fortuna non siamo ancora a quel punto, ma le idee, soprattutto se supportate da cotanta potenza economica, possono tradursi in fatti e – perciò – bisogna sempre ricordare che l’ideologia, per quanto confusa, non va mai presa alla leggera.

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