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Il Papa in visita in Cile: dallo scandalo pedofilia alla povertà, ecco chi sta protestando e perché

Il viaggio più lungo del pontificato di papa Francesco sembra destinato a diventare anche quello più difficile

Di Marta Perroni
Pubblicato il 15 Gen. 2018 alle 19:48 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 11:03
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Immagine di copertina

Papa Francesco è partito lunedì 15 gennaio per la sua visita in Cile e Perù. Si tratta del suo ventiduesimo viaggio internazionale, il sesto in America Latina. Ma il viaggio più lungo del suo pontificato sembra destinato a diventare anche quello più difficile.

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Lo scorso venerdì 12 gennaio, quattro chiese sono state attaccate con bombe incendiarie a Santiago del Cile. Il motivo sarebbe l’eccessiva spesa pubblica impiegata per l’evento, “dieci miliardi per il papa e noi poveri moriamo nei villaggi”, recita una lettera affissa al muro del santuario di Cristo Pobre, dove la polizia è riuscita a neutralizzare uno degli attentati.

Gli atti sarebbero da attribuire ai Mapuche, un popolo indigeno il cui nome deriva da Che, “Popolo”, e Mapu, “della Terra”, vittima di persecuzioni ed espropri durante la dittatura di Pinochet che ora cerca di difendersi dalle azioni di esilio nel sud del paese.

I Mapuche, originari del Cile centro meridionale e del sud dell’Argentina, hanno però continuato ad avere problemi di sopravvivenza anche dopo la fine della dittatura. Ancora oggi la politica cilena non ha cambiato il suo atteggiamento ostile e repressivo verso di loro. La “Ley Indígena” del 1993 nega ai Mapuche il diritto ad un proprio territorio e li classifica come “popolazioni”, ma non come “popolo”.

“In termini pratici, noi come popolo non esistiamo, è vergognoso”, ha dichiarato Hugo Alcaman, presidente di ENAMA, un gruppo Mapuche che incoraggia le imprese locali e sostiene il cambiamento sociale, e continua: “Abbiamo bisogno di negoziati, speriamo che il papa pianti i semi perché ciò accada”.

Come riferisce il sito dell’Associazione per i Popoli Minacciati, nel corso della costruzione di grandi strade e dighe (come quella sul Bìo-Bìo) i Mapuche vennero cacciati anche dopo la fine del regime militare, e continuò la privatizzazione forzata e lo sfruttamento del loro territorio per l’industria del legno.

Secondo stime del 1998 dei rappresentanti Mapuche presso l’ONU a Ginevra, circa 80.000 ettari di terreno sono stati reso inutilizzabili dal taglio degli alberi da legname.

Neanche il nuovo governo cileno è disposto a concedere il ripristino dei territori dei Mapuche e il risarcimento per i crimini subiti durante il comando di Pinochet, e utilizza una legge anti-terrorismo per la repressione nel caso di occupazione dei terreni da coltivare.

Già nel 1992/93, 144 membri dell’organizzazione “Consejo de todas las Tierras” vennero condannati per “associazione a delinquere”. 

Tra le tappe del Papa dei prossimi giorni, è programmata per il 17 gennaio quella a Temuco, capoluogo dell’Araucanía, al centro del conflitto tra il popolo Mapuche e lo Stato cileno.

Il pontefice celebrerà nell’aeroporto di Maquehue la “messa per il progresso dei popoli”, alla presenza di 300 sacerdoti, 20 seminaristi e una delegazione di 23 rappresentanti indigeni.

E contemporaneamente, come comunicato dall’account Twitter ufficiale della comunità indigena, numerosi membri stanno occupando alcune tenute in quello che loro rivendicano come proprio territorio: 7mila ettari (sui 5 milioni di ettari usurpati) donati o venduti dallo Stato cileno all’oligarchia o alle multinazionali, di cui i Mapuche esigono la restituzione, insieme al riconoscimento della propria identità culturale e al risarcimento per il genocidio.

I membri della comunità Mapuche non avevano mai intrapreso azioni ostili contro la Chiesa Cattolica, che li ha più volte appoggiati, ma ora cercano in tutti i modi di sfruttare l’attenzione mediatica suscitata dalla visita del Papa per ottenere maggiore visibilità.

A consolidare la versione della loro colpevolezza riguardo agli attentati del 12 gennaio scorso, le autorità cilene hanno pubblicato un opuscolo che è stato trovato nel monastero del municipio di Estación Central.

I suoi autori promettono di non piegarsi mai al dominio esterno, manifestandosi “contro ogni religioso e predicatore” e definendosi “corpi liberi, impuri e selvaggi”. E dopo aver proclamato “Free Wallmapu” (“Libertà per la terra Mapuche”), la nota si conclude con una esplicita minaccia al Pontefice: “Papa Francisco, le prossime bombe saranno nella tua tonaca”.

Ma i Mapuche non saranno gli unici a protestare durante la visita di papa Francesco.

Il movimento Andha Cile Democratico (Associazione Nazionale per il diritto alla casa) era nato alla fine del 2004 per unire le famiglie che beneficiavano di sussidi pubblici per le loro abitazioni ma non potevano pagare i dividendi richiesti dal box INVERCA, che derivava direttamente dal Ministero dell’edilizia abitativa e della pianificazione urbana. 

Di fronte a mutui con alti tassi di interesse che hanno raggiunto il triplo del valore iniziale della casa, e il rischio di perdere le loro abitazioni, le famiglie hanno iniziato a organizzarsi e combattono tutt’oggi per rivendicare il diritto alla casa e denunciare le politiche abitative del governo cileno.

E il budget per la visita del papa in Cile, sempre secondo il sito web ufficiale dell’organizzazione, è di circa 4 miliardi di pesos cileni (21,31 milioni di dollari). Fonti non ufficiali dicono che lo stato spenderà altri 7 miliardi di pesos (R $ 37,29 milioni) su sicurezza, trasporti e logistica, tra le altre spese.

Roxana Miranda, la leader di Andha Chile ha occupato, insieme ad un gruppo di manifestanti, la nunziatura apostolica nel quartiere Providencia, dove Papa Francesco soggiornerà durante la sua visita a Santiago del Cile, con gli slogan “i soldi del fisco se li porta via Francisco” e “il problema non è la fede, ma i milioni che spendono” .

La leader del movimento ha inoltre comunicato attraverso la sua pagina twitter “Qui in Cile ci sono miseria, pedofilia, omicidi e nessuno fa niente, però si spendono milioni per un personaggio religioso”.

Dopo una riunione di coordinamento sulla visita papale al Palazzo di La Moneda, la presidente uscente cilena Michelle Bachelet ha ricordato che il dovere dello stato è di garantire tranquillità agli abitanti delle città che il papa visiterà. “Voglio invitarvi a vivere questa visita in un clima di rispetto, solidarietà e gioia tra noi, e anche tra coloro che ci visitano da altri paesi”, ha detto Bachelet.

Anche il presidente eletto Sebastián Piñera ha condannato su Twitter gli attacchi contro le chiese cattoliche, sottolineando che “l’odio e l’intolleranza non possono prevalere sul rispetto e lo stato di diritto. Diamo il benvenuto a papa Francisco con gioia e pace”.

Altre proteste si stanno però verificando contro il Vaticano per la condotta troppo indulgente della Chiesa nei confronti di casi di pedofilia. Il caso più eclatante è quello di Fernando Karadima, un tempo leader spirituale della comunità locale, condannato per abuso su minori, ma il cui comportamento era stato per molto tempo sminuito dai vescovi cattolici.

Karadima, che non ha mai ammesso la sua colpevolezza, aveva avviato alla vita religiosa cinque vescovi e dozzine di sacerdoti, fungendo da guida e figura paterna per giovani uomini che in seguito lo accusarono di averli molestati.

Le vittime continuano a protestare, senza però ottenere risposte, contro la misura adottata dal Vaticano, che ha sospeso e bandito Karadima ordinandogli di ritirarsi in una “vita di preghiera e penitenza”, ma non gli ha mai revocato lo stato di prelato.

E nel 2015 proprio papa Francesco ha  nominato Juan Barros, un sacerdote formatosi  alla scuola di Karadima, vescovo di Osorno, città in cui sono previste numerose proteste per l’arrivo del pontefice.

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