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Perché l’Uzbekistan esporta tanti terroristi nel mondo

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Moschea di Bibi-Khanym, Samarcanda, Uzbekistan

Il paese dell'Asia centrale è a maggioranza musulmana ed è indipendente dal 1991. Da allora il potere è nelle mani della famiglia Karimov, da sempre impegnata nel reprimere i movimenti islamici

L’Uzbekistan si sta imponendo rapidamente come culla del jihadismo nell’Asia centrale.

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Da qui provengono quattro responsabili di alcuni degli attacchi terroristici più sanguinosi avvenuti dall’inizio dell’anno: Abdulkadir Masharipov, responsabile della strage del 1 gennaio alla discoteca Reina di Istanbul; Akbarjon Djalilov, il russo di origine uzbeka ritenuto l’autore dell’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo del 3 aprile; Rakhmat Akilov, che il 7 aprile ha travolto con un camion e ucciso cinque persone a Stoccolma.

Infine c’è Sayfullo Saipov, il 29enne ritenuto responsabile dell’attacco di New York del 31 ottobre, nel quale otto persone sono morte dopo essere state colpite da un furgone che andava ad alta velocità su una pista ciclabile.

Tra i motivi principali in grado di far luce sul perché l’estremismo religioso e la propaganda del sedicente Stato islamico siano riusciti a trovare tanto seguito tra persone provenienti dall’Uzbekistan, in base a quanto stabilito in un articolo di Julia Ioffe su “The Atlantic”, ci sono i duri controlli operati dalla classe politica locale nei confronti dell’esercizio della libertà religiosa.

Misure introdotte soprattutto per limitare la forza dei gruppi jihadisti nella regione, ma che sulla lunga distanza non solo si sono rivelate inefficaci, ma hanno contribuito ad accrescerne il fascino tra la popolazione, soprattutto tra i delusi e gli oppositori dell’establishment politico.

Buona parte delle ricchezze del paese a maggioranza musulmana, indipendente dal 1991 dopo aver fatto parte dell’Urss, è controllata dalla famiglia Karimov. Proprio un suo rappresentante, Islam Karimov, è stato presidente ininterrottamente dal 1 settembre 1991 al 2 settembre 2016, giorno della sua morte.

L’Uzbekistan è a tutti gli effetti un regime autoritario, in cui molti aspetti della vita di tutti i giorni sono inquadrati in regole oppressive. Tutto questo vale anche per l’Islam: gli imam vengono indicati dal governo, così come le scuole islamiche sono poste sotto il controllo della politica. I pellegrinaggi alla Mecca vengono concessi dopo uno stringente processo di valutazione di chi ne fa richiesta.

Nel corso degli anni sono stati messi al bando movimenti islamisti e arrestate decine di loro attivisti, molti dei quali sottoposti a torture nel periodo di detenzione. Esiste anche una lista nera con i nomi delle circa 18mila persone considerate vicine agli ambienti estremisti: secondo un rapporto diffuso recentemente dalla Ong Human Rights Watch, questi individui “non possono viaggiare e lavorare in determinati settori e sono costretti a riferire regolarmente alle forze dell’ordine”.

Tali restrizioni furono introdotte da Islam Karimov per contrastare l’avanzata del Movimento islamico dell’Uzbekistan, fondato dall’ideologo Tahir Yuldashev nel 1991, poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Il gruppo militante, tra i cui piani vi era l’introduzione della sharia nella regione, fu dichiarato illegale poco tempo dopo la sua nascita. Da allora i suoi membri si sono divisi tra Tagikistan, Afghanistan e Pakistan, da dove hanno guidato numerosi attacchi compiuti in Uzbekistan nel corso degli anni.

Il Movimento islamico dell’Uzbekistan ha forti legami con buona parte dei gruppi terroristici di matrice islamica più importanti al giorno d’oggi: dal 2014 è affiliato al sedicente Stato Islamico, e dal novembre dello stesso anno molti suoi membri combattono al fianco dei Taliban in Siria.

In un paese in cui, come descritto da Yurii Colombo su “il Manifesto”, “il Pil pro capite annuale non raggiunge i 1.500 euro, le privatizzazioni hanno distrutto i pochi servizi sociali esistenti in epoca sovietica, dove più della metà della popolazione maschile tra i 18 e i 40 anni è emigrata all’estero per la cronica mancanza di lavoro”, la retorica dell’odio e anti-establishment dei jihadisti trova terreno fertile nella popolazione fiaccata da anni di difficoltà economiche.

Erica Marat, esperta di Asia centrale del College of International Security Affairs di Washington, Stati Uniti, ha detto a “Newsweek”: “L’Uzbekistan è un grande paese dalla situazione economica difficile. È anche uno dei paesi più oppressivi del mondo. Tanti giovani sono costretti a fuggire dalla dittatura ma, al tempo stesso, non riescono a integrarsi nelle società occidentali che li accolgono. I modelli di radicalizzazione degli uzbeki sono simili a quelli di persone provenienti da altri paesi: anche loro non riescono a trovare posto nelle società in cui vivono e mostrano di non essere in grado di adattarsi al cosiddetto sogno americano. Per questo motivo cercano stili di vita diversi, e la retorica degli estremisti spesso per loro è molto attraente”.

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