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Uruguay: Pepe Mujica, l’ex “presidente più povero del mondo” si dimette da senatore e rifiuta la pensione

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Josè Pepe Mujica, ex presidente dell'Uruguay. Credit: Getty

L'ex presidente dell'Uruguay consegna la lettera di dimissioni al vicepresidente dell'Uruguay, Lucía Topolansky (sua moglie)

L’ex leader uruguaiano José Mujica, soprannominato “il presidente più povero del mondo” per il suo modesto stile di vita, rifiuta la pensione da senatore.

Mujica martedì scorso ha rassegnato le dimissioni dalla carica di senatore, che rivestiva dal 2015, quando il suo mandato quinquennale come presidente era giunto al termine.

Lascia la poltrona prima del previsto: avrebbe dovuto vesire i panni di senatore fino al 2020, ma – ha riferito – “sono stanco dopo questo lungo viaggio”. L’ex ribelle di sinistra oggi ha infatti 83 anni.

Mujica ha ufficializzato le dimissioni in una lettera al capo del Senato, Lucía Topolansky, che è anche vicepresidente dell’Uruguay, nonché moglie del Mujica da tredici anni.

Come si legge sul sito della BBC, “i motivi [per le dimissioni] sono personali – ha spiegato – li chiamerei ‘stanchezza dopo un lungo viaggio'”, ha detto l’ex presidente. “Tuttavia, mentre la mia mente lavora, non posso dimettermi dalla solidarietà e dalla battaglia dei idee”, ha continuato nella lettera.

Un uomo schietto, Mujica, da sempre. È noto, infatti, per il suo linguaggio diretto e talvolta colorito. Per questo si è scusato anche con “tutti i colleghi che potrei aver personalmente ferito nella foga del dibattito”.

Nel 2013, Pepe si è dovuto scusare pubblicamente con l’allora presidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, dopo averla definita una “vecchia strega”.

Si è scusato anche con suo marito ed ex presidente, Néstor Kirchner, che aveva un occhio malato, per averlo definito “l’uomo con gli occhi strabici”.

Questi commenti un po’ fuori le righe gli erano scappati in occasione di una conferenza stampa: Mujica non si è reso conto di avere il microfono aperto e si è lasciato sfuggire parole fuori luogo.

Ma non finisce qui: solo due anni fa, nel 2016, il Pepe più famoso del mondo, parlando del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha detto che è “pazzo come una capra”.

Ma questo era il suo stile di vita. Basti pensare che a renderlo famoso in tutto il mondo era stato il rifiuto di vivere nel palazzo presidenziale durante il suo mandato da presidente dell’Uruguay.

Lui e la moglie – compagna di vita e di battaglia da ben prima che si sposassero, nel 2005 – hanno sempre vissuto in una modesta fattoria alla periferia di Montevideo. Dimora che Pepe non ha voluto lasciare nemmeno una volta indossati i panni di presidente.

Le sue idee, la sua umiltà hanno caratterizzato la sua vita. Prima e dopo l’elezione a presidente dell’Uruguay. La maggior parte dello stipendio Mujica ha scelto di devolverlo in beneficenza. L’unico bene in possesso che aveva quando nel 2010 ha rivestito la carica di presidente è stato il suo Volkswagen Beetle del 1987.

E attorno alla sua macchina è nata una storia bizzarra e pazzesca proprio come quella del proprietario. Il Beetle azzurro e malconcio di Pepe è diventato così famoso che gli è stato offerto un milione di dollari nel 2014. Ovviamente Mujica a ha rifiutato l’offerta e è andato avanti. Perché? Beh, perché senza il suo Beetle non avrebbe potuto trasportare il suo cane a tre zampe.

La lettera delle dimissioni di Mujica non è stata un fulmine a ciel sereno. Durante la sua ultima apparizione in Senato, lo scorso 3 agosto, Pepe aveva annunciato che avrebbe inviato la famosa lettera.

Qualcuno dei suoi rivali politici di sempre non aveva dato credito a quelle parole e, anzi, il senatore Luis Alberto Heber aveva addirittura paventato l’ipotesi che Pepe stesse lasciando l’incarico per potersi candidare alla presidenza del Paese per la seconda volta nel 2019.

E invece, Mujica, in pieno stile Mujica, l’ha fatto. Ha lasciato la carica e rifiutato la pensione da senatore.

Mentre i suoi colleghi in Senato lo acclamavano, sui social sono arrivati alcuni commenti di chi l’ha criticato per una vita chiedono le sue scuse per il periodo di militanza nei Tupamaros, il gruppo ribelle armato di sinistra attivo in Uraguay tra gli anni Sessanta e Settanta.

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